
GirlbossGPT: l'Intelligenza Artificiale venduta alle donne Ma da quando usare ChatGPT è diventato un dovere femminista?
Alzi la mano chi non ha mai usato un tool di intelligenza artificiale. Nessuno? La verità è che ognuno di noi, o quasi, ha chiesto a Claude come starebbe con la frangetta, ha domandato a Kiwi di organizzargli lo studio o ha usato ChatGPT come migliore amica digitale, career coach, psicologa low-cost, ghostwriter per Tinder e personal shopper del set Glass Glow di Medicube. Ci rivolgiamo all’AI per qualsiasi cosa: dalla manicure alle crisi esistenziali, dalla ricetta della pizza fatta in casa al messaggio da mandare all’ex. Sempre più spesso, però, l’AI generativa non è solo uno strumento. È un’estensione emotiva. Un correttore automatico della vita contemporanea. Eppure raramente ci fermiamo a pensare quale sia il costo reale di questa immediatezza, di questa totale assenza di frizione che sembra renderci tutto più semplice, più veloce, più efficiente.
Le celebrity che si sono fatte paladine dell'Intelligenza Artificiale
E se non siamo noi a convincerci da sole che usare questi strumenti sia l'unica strada possibile, allora ci pensano le celebrity. Qualche settimana fa Reese Witherspoon ha pubblicato un Reel su Instagram in cui, preparando un frullato nella sua cucina perfettamente Pinterest-coded, invitava le donne a iniziare subito a usare l’intelligenza artificiale. Il tono era quello familiare del corporate feminism anni Dieci e cioè rassicurante ma urgente, morbido ma performativo. Le donne, spiegava, rischiano di essere sostituite dall’AI più degli uomini e stanno adottando questi strumenti molto più lentamente. Tradotto: ragazze, sveglia. Salite sul treno o resterete schiacciate sotto i binari dell’innovazione. E da lì è partita una valanga di commenti del tipo "ma da quando usare ChatGPT è diventato un dovere femminista?".
Da "Lean In" a "Log In"
Per capire perché il discorso di Witherspoon abbia irritato così tante persone bisogna tornare indietro di qualche anno, all’epoca della girlboss culture. Quella stagione culturale in cui il femminismo corporate prometteva alle donne che avrebbero potuto avere tutto: carriera, successo, glow-up, famiglia, leadership, equilibrio, magari pure un matcha alle 7 del mattino e il Pilates reformer alle 18. Era il femminismo di Sheryl Sandberg e del suo Lean In, della produttività come forma di autorealizzazione, del lavoro trasformato in identità. Bastava ottimizzarsi abbastanza. Essere abbastanza resilienti. Fare networking. Parlare più forte nelle riunioni. Chiedere l’aumento. Diventare il proprio brand personale. Ora quella stessa narrativa si è semplicemente aggiornata al linguaggio dell’AI hype. Non più “sii ambiziosa”, ma “automatizzati”. Non più “lavora duro”, ma “lavora smart”. Non più “rompi il soffitto di vetro”, ma “usa Copilot”. Anche Mel Robbins, autrice motivational diventata una specie di life coach algoritmica per millennials esauste, ha recentemente invitato le donne a “non restare indietro” annunciando una collaborazione con Microsoft Copilot. Nel frattempo, come sottilinea The Cut, l’organizzazione Lean In ha iniziato a parlare di “gender AI gap”, chiedendosi ironicamente se l’AI sia “il nuovo boys club”. Questa retorica non presenta l’intelligenza artificiale come una possibilità. La presenta come inevitabilità. Se vuoi sopravvivere devi usarla. Così, il femminismo smette di sembrare emancipazione e inizia a sembrare onboarding aziendale.
L’AI come accessorio lifestyle
Negli ultimi mesi c’è stato un evidente rebranding culturale dell’AI. Fino a poco tempo fa veniva raccontata come una minaccia distopica fatta di robot che sostituiscono lavoratori, deepfake, collasso cognitivo, automazione totale. Oggi, invece, l’AI generativa viene venduta come un accessorio lifestyle. Una specie di Dyson Airwrap della produttività. Le campagne di comunicazione di aziende come OpenAI, Anthropic, Google e Meta parlano sempre più spesso alle donne, soprattutto giovani, madri, creator e freelance. L’AI diventa “la tua alleata”. Ti aiuta a organizzare la giornata, scrivere email, pianificare contenuti, fare brainstorming, rispondere ai match su Tinder, scegliere il taglio di capelli giusto. La retorica è chiarissima. Qui non si parla di automazione, ma di self-care. Persino Paris Hilton ha raccontato di utilizzare una versione AI di se stessa per gestire collaborazioni e contenuti mentre passa più tempo con i figli. Nel futuro raccontato da queste celebrity, come sottilinea The Cut, l’AI promette di renderti contemporaneamente una lavoratrice migliore, una madre migliore e una persona più realizzata. Il problema è che il capitalismo ama travestire lo sfruttamento da libertà. Perché quando le creator (ma anche tutte le altre e gli altri) automatizzano parte del proprio lavoro raramente usano quel tempo per riposarsi. Lo usano per produrre ancora di più. Più contenuti. Più engagement. Più monetizzazione. Più presenza online. L’AI non interrompe la macchina della produttività. Al contrario, la accelera.
“Non restare indietro” è il nuovo mantra del burnout
La frase che ritorna continuamente in questi discorsi è sempre la stessa: non restare indietro. È una formula apparentemente innocua ma che produce ansia, senso di colpa e conformismo tecnologico. Perché implica che il rifiuto sia stupidità, che la cautela sia ignoranza, che il dubbio sia una forma di arretratezza culturale. Molte delle reazioni ai video di Witherspoon ruotavano proprio attorno a questo punto. Tantissime utenti hanno fatto notare che decidere di non usare l’intelligenza artificiale può essere una scelta politica, etica, ambientale. Non ignoranza. E infatti il dibattito attorno all’AI oggi non riguarda più soltanto la produttività. Riguarda energia, lavoro, relazioni sociali, creatività, salute mentale. Riguarda l’intero ecosistema materiale che sostiene l’AI. I data center che alimentano i modelli generativi consumano enormi quantità di acqua ed elettricità. Secondo diverse stime, una ricerca con ChatGPT può consumare fino a dieci volte più energia rispetto a una ricerca Google tradizionale. Dietro la nuvola magica dell’AI esiste un’infrastruttura gigantesca fatta di server, miniere, raffreddamento industriale, filiere opache e lavoro invisibile. Ma questo raramente compare nei Reel motivational delle celeb in cashmere mentre preparano smoothie proteici. L’AI viene raccontata come qualcosa di immateriale, elegante, frictionless. In realtà è profondamente fisica. E profondamente politica.
@didoriot Why are women using #AI less than men? I couldn’t finding any media on why this maybe isn’t a bad thing so figured I would chime in #discourse #artificialintelligence original sound - didoriot
Essere efficienti abbastanza da non essere sostituite
La parte forse più deprimente della girlbossification dell’AI è che il messaggio non promette più emancipazione. Promette sopravvivenza. Negli anni Dieci la girlboss culture vendeva l’idea che le donne potessero conquistare il potere aziendale. Oggi il tono è molto diverso. L’imperativo è “imparate a usare l’AI o perderete il lavoro”. È il femminismo nell’epoca della precarietà algoritmica. Le aziende tech licenziano migliaia di dipendenti mentre investono miliardi in automazione. Molte lavoratrici hanno la sensazione, non del tutto paranoica, di essere addestrate a usare strumenti che renderanno superfluo il loro stesso lavoro. E il paradosso è che l’adattamento viene venduto come empowerment. Come se imparare a convivere con un sistema che precarizza il lavoro fosse una forma di liberazione personale. Il femminismo corporate aveva già trasformato il burnout in ambizione. Ora sta trasformando l’automazione in self-improvement.
L’AI non è neutrale, e nemmeno chi la vende
Il discorso non può ridursi a “l’AI è cattiva”. Sarebbe troppo semplice e anche poco onesto. Esiste un motivo per cui molte persone marginalizzate trovano nell’intelligenza artificiale uno strumento concretamente utile. Per persone neurodivergenti, malati cronici, disabili o con difficoltà cognitive, strumenti come ChatGPT possono semplificare compiti quotidiani, aiutare, ad esempio nella scrittura, migliorare l’accessibilità. Per freelance sottopagate o creator esauste (ma anche molte altre professioni), automatizzare alcune attività può significare riuscire semplicemente a stare a galla. Il problema non è l’esistenza dell’AI in sé, ma il sistema economico dentro cui viene sviluppata e distribuita. Un sistema che scarica continuamente sugli individui il peso morale di adattarsi a tecnologie progettate principalmente per aumentare profitti, efficienza e controllo. In più, l’AI non nasce nel vuoto. Viene addestrata su dataset pieni di bias culturali, sessisti e razziali. Le donne rappresentano ancora una minoranza significativa nei settori dell’AI e della data science. E infatti gli effetti si vedono già negli algoritmi di recruiting discriminatori, in sistemi finanziari sbilanciati, nella pornografia deepfake, nei chatbot progettati per simulare compagne emotive perfette e sempre disponibili. L’AI non ha inventato il sessismo. Lo ha automatizzato.
@kateglavan hey reese witherspoon… it is not girlboss empowering feminism to tell women to get on board with AI…. it will reproduce the same harms onto women as capitalism, colonialism, patriarchy, etc. i think it’s good women are resisting this technology that is exploiting us and the earth
original sound - Kate Glavan
Il capitalismo emotivo vuole anche la tua personalità
La Silicon Valley ha capito che il futuro dell’intelligenza artificiale non passa soltanto dal lavoro. Passa dall’intimità. Per questo oggi i chatbot vengono venduti come amici, terapisti, assistenti emotivi, partner romantici, coach motivazionali. Non basta più automatizzare il lavoro cognitivo, bisogna automatizzare anche la compagnia, la validazione emotiva, la cura. È il capitalismo emotivo nella sua forma più evoluta. La promessa non è più semplicemente “sarai più produttiva”. È “ti sentirai meno sola mentre produci”. Il fatto che una tecnologia nata dentro le logiche del profitto venga presentata come soluzione alla solitudine, all’ansia e al burnout prodotti da quello stesso sistema è inquietante tanto quanto la cosiddetta girlbossification dell’AI. L’altro aspetto fastidioso? Il modo in cui viene moralizzata. Usare l’AI diventa sinonimo di essere intelligenti, aggiornate, efficienti, lungimiranti. Non usarla equivale a essere pigre, nostalgiche, poco strategiche. È la stessa logica tossica della produttività trasformata in identità personale. E, soprattutto, è un discorso che ignora completamente la possibilità di immaginare un futuro diverso. Perché ogni volta che qualcuno dice “l’AI è inevitabile”, in realtà sta dicendo che il modello economico che la governa è inevitabile. Che i ritmi disumani del lavoro digitale sono inevitabili. Che l’automazione guidata dai colossi tech è inevitabile. Ma non lo sono. La tecnologia non è mai neutrale. È politica. Economica. Ideologica. E il modo in cui decidiamo di usarla o di rifiutarla racconta molto di più sul mondo che vogliamo costruire che non sui prompt che scriviamo.
@_becca.anne you’re welcome friends #genai #ethics #supportrealartists #supportlocalartists #aitrend original sound - Becca Anne
AI: sì o no?
In fondo, tutta questa storia dell’AI racconta soprattutto quanto siamo stanchi. Stanchi di lavorare troppo, di performare continuamente, di essere sempre reperibili, sempre brillanti, sempre ottimizzati. L’intelligenza artificiale promette di alleggerire questo peso. E a volte lo fa davvero. Ma spesso finisce solo per renderci ancora più disponibili al sistema che ci ha esauriti in partenza. Automatizza le parti noiose per permetterci di produrre ancora di più, ancora più velocemente, ancora più a lungo. Forse è per questo che il vero lusso oggi è la possibilità di non ottimizzare ogni singolo aspetto della propria vita. E no, il punto non è il rifiuto totale della tecnologia. Il punto è la consapevolezza. Valorizzare il lavoro umano. Essere trasparenti. Pretendere cambiamenti strutturali invece di scaricarci addosso l’ennesimo dilemma etico come se il problema fosse la purezza delle nostre decisioni individuali e non l’infrastruttura economica che rende inevitabile questa corsa infinita all’efficienza. E sì, Reese Witherspoon ha ragione quando afferma che l’intelligenza artificiale è già ovunque, ma presentarla come un hack femminista della produttività senza burnout, significa ignorare chi sta davvero beneficiando di questa rivoluzione. E, spoiler, non sono le donne che preparano smoothie nella cucina beige di Instagram.
