
Scegliere la fatica Il friction-maxxing come tentativo di recuperare il pensiero
Ok, lo dico subito così ci togliamo il pensiero: sono vecchia. Non nel senso performativo e un po’ piagnucoloso del “ai miei tempi era tutto meglio”, ma nel senso antropologico del “ho vissuto abbastanza da ricordarmi quando la vita non era progettata per essere liscia”. Ogni epoca ha il suo fascino e le sue trappole, la sua grazia e il suo rumore di fondo. Non esiste un’età dell’oro, esistono solo configurazioni diverse di fatica. Però sì, ho avuto il privilegio di crescere prima che la comodità tecnologica diventasse una religione con le notifiche push come sacramenti. Sono cresciuta senza Internet, senza smartphone, senza app, senza consegne a domicilio, senza lo shopping che arriva il giorno dopo come se Bezos fosse Babbo Natale con un algoritmo al posto degli elfi.
La vita prima dell'eliminazione di ogni attrito (e della tecnologia)
Andavo a scuola in bici, immersa nella nebbia compatta della pianura padana. E già questo era un esercizio di resilienza non richiesto. Se avevo bisogno di facilitarmi i compiti di greco, non c’era ChatGPT. Dovevo andare fisicamente nella biblioteca del paese vicino, cercare un libro, sperare che ci fosse, scoprire che non c’era, adattarmi a quello che trovavo. Se volevo vedere un’amica, la vedevo davvero. La incontravo a scuola, suonavo il campanello di casa sua, chiamavo il telefono fisso. Parlavo con una persona vera, con una voce, con quell’imbarazzo sociale che oggi considereremmo una violenza psicologica. Nessuno di noi lo chiamava attrito. Era solo la vita.
@simply_nikkib_ Time to stop overdosing convenience #friction #inconvenience original sound - SimplyNikkiB
Quando le facilities sono arrivate (piano, come tutto)
Poi le facilities sono arrivate. Come arrivano sempre nei piccoli paesi e cioè lentamente, con ritardo, quando altrove sono già diventate obsolete. Il primo PC fisso è entrato in casa mia l’ultimo anno di liceo, senza Internet (scelta familiare lungimirante o sabotaggio educativo? Non lo sapremo mai). E da lì, come tutti, mi sono adattata. Il mondo accelera anche se tu non sei pronta. Così oggi compro cose che arrivano in un giorno su Amazon, scrollo Instagram mentre guardo Netflix, lavoro in smart working. Non uso Uber o Just Eat non per snobismo, ma perché vivo immersa nella pianura italiana, dove anche il concetto di taxi sembra una leggenda metropolitana.
Perché non demonizzo la tecnologia (e perché non la idolatro)
Con una salute traballante e un’energia da amministrare come una risorsa scarsa, sono sinceramente grata a ogni tecnologia che renda la mia vita più semplice. Non mi manca l’attrito. Non sogno la fatica fine a se stessa. Non sogno di rendere il quotidiano più complicato per sentirmi moralmente superiore. La comodità, quando serve, è una benedizione. Eppure, c’è chi pensa che questa fluidità costante abbia un costo nascosto. Che eliminare ogni sforzo non ci stia rendendo più liberi, ma più fragili. Che qualcosa, nella rimozione sistematica dell’inconveniente, si stia perdendo per strada. Ed è da questa sensazione vaga ma persistente che nasce il bisogno di parlare di friction-maxxing.
@miriam_tinny I know I know, it’s *yet another* term and yes our parents would lose their minds at how we have to codify “embracing” friction aka living but alas…here we are. Genuinely it’s just not our faults!!!! These platforms created addictions and now we are desperately trying to come afloat, so idk I have a lot of sympathy for us. Let’s find friction?! #thecut #friction #tech #easy #inconvenience original sound - Miriam
Cos’è davvero il friction-maxxing
Il termine friction-maxxing è stato coniato da Kathryn Jezer-Morton in un articolo su The Cut, e indica una pratica tanto semplice quanto controintuitiva: scegliere deliberatamente ciò che è più difficile, più scomodo, più lento, in un mondo che ci offre continuamente scorciatoie. Non per masochismo, non per nostalgia, non per ritornare alla vita agra dei nostri nonni. Per costruire tolleranza all’inconveniente, uscire dalla comfort zone, riappropriarsi di un coinvolgimento più profondo con la vita. Leggere un libro ostico invece di scrollare Instagram. Cucinare da zero invece di ordinare da un’app. Scrivere un testo con il proprio cervello invece di delegarlo all’intelligenza artificiale. Parlare con una persona invece di evitarla con un’interfaccia. Fare qualcosa sapendo che verrà fatta male, lentamente, imperfettamente. Il friction-maxxing non è tornare al 1850 (nessuno vi chiede di fare il burro in casa, rilassatevi). È scegliere la texture invece della velocità. È sentire l’attrito del pensiero, del corpo, delle relazioni. È un rifiuto dell’automatismo, accettare che la vita abbia una certa granulosità, e che non sia un bug ma una feature, una condizione strutturale dell’esperienza umana.
Perché nel 2026 tutti parlano di attrito
Viviamo in una cultura ossessionata dall’ottimizzazione. App per il cibo, app per gli appuntamenti, app che ci dicono dove sono i nostri amici, bot che scrivono le nostre email, flirtano con la nostra crush, pensano per noi, decidono per noi. Tutto è progettato per essere semplice, fluido, istantaneo. Quando la semplicità diventa la norma, la frizione diventa intollerabile. Il minimo ostacolo ci appare come un’anomalia. La noia come un errore di sistema. La fatica come un fallimento personale. Il silenzio qualcosa da riempire immediatamente. Così ci ritroviamo iper-efficienti e profondamente inquieti, velocissimi e stranamente vuoti. Il problema? Quando eliminiamo ogni forma di attrito, eliminiamo anche parti fondamentali dell’essere umano come attenzione, pensiero critico, creatività, giudizio, relazioni reali.
@tylerdonohuee okay yall this challenge is already so WHIMSICAL!! this whole interaction made me so happy #humanconnection #challenge #frictionmaxxing #talktostrangers #whimsy The Winner Is - DeVotchKa & Mychael Danna
Comodità, ma a che prezzo?
Per oltre un decennio, la comodità è stata la promessa dominante del consumo. Tutto legittimo, tutto utilissimo, fino a quando non diventa automatico, compulsivo, totale. Secondo questa logica, leggere è noioso. Parlare è imbarazzante. Muoversi è faticoso. Pensare è difficile. Interagire con sconosciuti è rischioso. Meglio eliminare tutto. Meglio rifugiarsi in stanze digitali imbottite di algoritmi predittivi. Il risultato non è la felicità, ma una forma di infantilizzazione emotiva, come ricorda l'articolo di The Cut. Adulti che reagiscono alla minima frizione come bambini a cui viene tolto l’iPad. Gli studi sull’attenzione, poi, sono impietosi. La nostra capacità media di concentrazione sugli schermi si è ridotta drasticamente negli ultimi vent’anni. Studi della Columbia University mostrano che, quando sappiamo di poter cercare qualcosa online in qualsiasi momento, il nostro cervello smette di memorizzare l’informazione. Non ricordiamo il contenuto, ricordiamo solo dove trovarlo. Il friction-maxxing nasce come risposta a questo istupidimento. Non una crociata anti-tecnologica, ma il tentativo di rispondere ad una domanda scomoda: chi siamo quando rinunciamo alla frizione del pensiero?
@ashi.branding Day 6 of 20 | Friction-Maxxing is going to take over in 2026. Here’s how to execute it. #marketingideas #digitalmarketing #marketingstrategy #creativedirector #genz original sound - Ashi | Branding + Business
Tornare al terreno accidentato
Come scriveva Ludwig Wittgenstein, senza attrito non si cammina. Sul ghiaccio liscio tutto è ideale, ma nessuno va da nessuna parte. Tornare al terreno accidentato non è una regressione, è una necessità. In una cultura che ci invita costantemente a evadere, il friction-maxxing non è un invito a soffrire, ma a restare. A tollerare quel disagio leggero che non distrugge, ma forma. A scoprire che oltre l’irritazione iniziale, spesso, c’è qualcosa che assomiglia molto al piacere. Forse meno comodità non significa meno felicità. Forse significa una felicità meno immediata, meno anestetizzata, meno automatica. Una felicità che richiede presenza, attenzione, partecipazione. Io non so se trasformerò il 2026 in un manifesto permanente di friction-maxxing. Anzi. Ne dubito seriamente. E certo non mi vedrete presto rinunciare a ciò che rende una quotidianità ostica e travagliata sopportabile. So solo che l’idea di scegliere, ogni tanto, la strada meno comoda non mi sembra così insensata. Non perché il passato fosse migliore, ma perché il presente rischia di diventare troppo asettico e monotono per risultare abbastanza interessante da spingermi ad uscire fuori dal letto domattina ed il giorno dopo ancora.



















































