Millennial vs Internet: è finito l’idillio? Tra feed, performance e nuovi codici culturali, la generazione cresciuta online si sta spostando ai margini della rete

Parlare di Internet su Internet è diventata ormai un’abitudine: che cosa è stato, che cosa diventerà. E noi? La generazione che per prima ha abitato questo spazio sembra adesso prenderne sempre più le distanze. Non è successo all’improvviso, né per colpa di una sola piattaforma. È stato piuttosto un lento slittamento: da luogo di sperimentazione, l’online si è evoluto in un media strutturato, e soprattutto in una macchina commerciale. Se oggi l’idea che "Internet non sia più come una volta" suona quasi come un cliché, è anche perché riguarda una generazione che su Internet è diventata adulta. I millennial non hanno semplicemente usato la rete: l’hanno attraversata nella sua fase più spontanea e artigianale. Blog, forum, MySpace, Tumblr: sezioni commenti brulicanti di conversazioni e identità costruite senza la pressione costante della visibilità. Un web che non chiedeva necessariamente di performare e monetizzare, ma solo di esserci. 

Da luogo di sperimentazione a macchina commerciale: Internet oggi

Oggi, Internet è diventato un media a tutti gli effetti. Con un modello economico preciso, metriche chiare e un obiettivo dichiarato: trattenere l’attenzione e trasformarla in valore. Ogni contenuto nasce già dentro una cornice performativa: creator economy, branding personale, engagement, reach. Anche quando non si guadagna davvero, si pensa come se fosse necessario farlo. Per molti millennials - i primi veri nativi digitali - questo passaggio ha segnato una frattura. Non solo perché rende più difficile stare online senza uno scopo utilitaristico, ma perché cambia il senso stesso della presenza digitale. Internet non è più uno spazio dove essere, ma un luogo dove dimostrare sempre qualcosa.

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Il dominio del feed

A rafforzare questa sensazione contribuisce anche l’esperienza algoritmica. Il feed ha sostituito la navigazione: non si cerca più, si scorre; non si arriva per curiosità, spesso si resta per inerzia. Il risultato è un Internet apparentemente infinito, ma in realtà sempre più omogeneo, in cui i contenuti migliori non sono necessariamente quelli più interessanti, ma quelli che funzionano meglio all’interno del sistema. Anche perché oggi, quando parliamo di Internet, abbiamo in mente soprattutto i social media - Instagram e TikTok su tutti - ovvero i luoghi in cui si concentra la rilevanza culturale. Tutto il resto continua ad esistere, ma in una posizione secondaria. I siti si consultano e i motori di ricerca si utilizzano, ma è sui social che si decide che cosa conta, che cosa circola e che cosa diventa linguaggio comune. È lì che i millennial hanno perso centralità

Come reagiscono i millennial a questi cambiamenti? Andandosene

Lo dimostra anche il destino di molte figure che avevano dominato il primo Internet. Creator come Jenna Marbles, Hannah Hart o Shane Dawson - protagonisti assoluti della prima era di YouTube - oggi occupano una posizione marginale o hanno scelto di ritirarsi del tutto. Non perché abbiano smesso di esistere online, ma perché l’ecosistema che li aveva resi rilevanti non coincide più con quello attuale. Il cambiamento dei codici culturali, delle sensibilità e dei linguaggi ha trasformato quei contenuti in qualcosa di distante, talvolta persino etichettato come cringe. Un termine che, più che deridere una generazione, segnala uno spostamento di potere simbolico: chi aveva definito le regole del gioco non è più al centro della conversazione.

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L’ascesa di Substack e un nuovo punto di vista

Eppure, ovviamente, i millennial non sono scomparsi da Internet. Hanno, però, iniziato ad allontanarsi da quel centro. L’ascesa di piattaforme come Substack è emblematica di questo spostamento: newsletter, longform, relazioni dirette con chi legge. Un modello che sembra andare deliberatamente contro la logica del feed e dell’iper-velocità. Come ha scritto un utente su Reddit, "Substack è Tumblr con il PhD". Un luogo in cui ci si sente liberi di esprimersi senza rincorrere per forza la performance o i numeri; in cui l’approfondimento e la discussione (nel senso più costruttivo del termine) tornano ad essere centrali. Durerà? Chi può dirlo. La storia recente ci ha insegnato che nulla sembra essere immune dalla logica commerciale, neanche ciò che nasce con la velleità di essere niche. Nel frattempo, però, c’è chi parla di sollievo: quello di aver ritrovato uno spazio in cui stare online alle proprie condizioni. E così muovendosi in questi spazi, lontano dall’omologazione e dalla viralità, chi online ci è cresciuto può riscoprire un modo diverso di abitarlo. Più intenzionale, meno guidato dall’algoritmo. Senza rincorrere il trend del momento, ma nemmeno rinchiudersi nella nostalgia di ciò che è stato.