Hamnet è l'antidoto cinematografico a Marty Supreme All'individualismo maschile si risponde con la profondità (e con i ruoli femminili importanti)

Hamnet è l'antidoto cinematografico a Marty Supreme All'individualismo maschile si risponde con la profondità (e con i ruoli femminili importanti)

Uscita dalla sala dopo aver visto Marty Supreme, non riuscivo a scrollarmi di dosso una sensazione di prurito, orticaria, fastidio, irritazione. Solo nei giorni successivi, dopo averci pensato attentamente, ho capito a cosa era dovuta. Al punto di vista smaccatamente maschile del film di Josh Safdie che ha per protagonista Timothée Chalamet. Lasciatemi spiegare. La pellicola (ben girata, ben recitata e ben musicata) gira attorno all'ambizione bruciante del suo protagonista, unico personaggio più che abbozzato di tutta la faccenda. Lui vuole quello che vuole, ed è disposto a tutto per ottenerlo. Nella definizione di tutto rientrano anche, naturalmente, maltrattamenti e manipolazioni varie a spese di pressoché chiunque. Soprattutto dell'amica e amante di sempre, interpretata da Odessa A'zion. Un protagonista controverso senza cui il film non esiste, e che alcune persone non si sono fatte problemi a definire insopportabile e vigliacco

Hamnet, la trama e il cast del film al cinema da 5 febbraio

Stacco scena. Qualche giorno dopo, mi sono recata al cinema a vedere Hamnet, che arriva nelle sale il 5 febbraio. La storia - tratta da un libro che in Italia è edito da Guanda, scritto da Maggie O'Farrell e pubblicato nel 2020 - non potrebbe essere più diversa. William Shakespeare e la moglie Agnes, dopo un amore intenso che supera la volontà delle famiglie e si impone sui pregiudizi e sull'odio, perdono un figlio, Hamnet appunto, e il dolore li separa e li allontana. Se lei decide di sacrificare tutto alle sue creature (e il chiamare dei bambini creature è non solo un portato dal mio dialetto, il siciliano, ma anche un riflesso dell'ambientazione del film e del cipiglio stesso di Agnes, che è un po' fattucchiera e un po' selvatica), infatti, William inizia una redditizia carriera nel teatro, a Londra, e non si dedica mai al lutto, scappando. 

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Diretto da Chloé Zhao e interpretato da Jessie Buckley e Paul Mescal, Hamnet è un film potente, triste, drammatico, intenso. Retto da Buckley e dal suo personaggio, si occupa del modo in cui entrambi - madre e padre, moglie e marito - gestiscono il dolore in maniere diverse, con una sublimazione finale commovente che apre un ulteriore capitolo sull'importanza dell'arte e della rappresentazione, quasi meta.

Hamnet vs Marty Supreme: il balsamo sullo sfogo dell'orticaria 

Cosa hanno in comune dunque questi film? Entrambe le pellicole potrebbero essere definite delle opere sull'ambizione maschile. Da una parte abbiamo Marty Mauser, che calpesta tutto e non pensa a nessuno. Dall'altra abbiamo William Shakespeare (trattato come padre che lavora troppo più che come genio del teatro e della letteratura) che reprime e riesce a elaborare solo attraverso la sua arte, da sempre, ma che alla fine sceglie di andarsene comunque, e che arriva troppo tardi all'atto peggiore che la sua famiglia stia vivendo. I finali non potrebbero essere più opposti di così: lo sportivo col baffetto, dopo averla fatta franca solo per metà e per ripicca, torna a casa in disgrazia e senza un soldo. I debiti si affastellano, e lui non programma niente. Tanto è talmente piccolo e mordace, come un ratto, che in qualche modo sgattaiolerà fuori dai guai. Dopo averlo evitata per tutta la gravidanza, affronta il fatto di essere padre. O meglio, sulla strada di Damasco (davanti alla culla con dentro suo figlio neonato) capisce che forse vuole fare il padre. Pazzesco. 

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Dall'altra parte, il crescendo di sofferenza e umanità arriva a suo compimento a teatro, sul palco. Qui, William - che ha realizzato il suo sogno ma che ha perso troppo - riesce a elaborare il suo lutto, ma al centro della scena rimane Agnes che, inizialmente restia a partecipare a quello che è a tutti gli effetti un rito collettivo, poi cade nell'incantamento e capisce il marito. Il finale non è una corsa, è una scalata. Non è l'ennesimo colpo di testa di un ragazzino umiliato, è la meditazione di un uomo che passerà alla storia, il dolore di una madre che accoglie un modo diverso di metabolizzare la morte rispetto al suo. Se Marty Supreme è graffiante (o irritante, dipende dai punti di vista), allora Hamnet è un unguento naturale preparato con le erbe della foresta da mettere sopra alla ferita. Perché al cinema si va per tanti motivi, e sentire qualcosa di vero è uno di questi.