I gruppetti del liceo esistono davvero? Una riflessione sull’arte di appartenere

"Questa mappa sarà la tua guida per la North Shore", dice Janis Ian alla nuova studentessa Cady Heron, porgendole uno schema disegnato a mano che spiega le meraviglie dei gruppi del liceo nell’amatissimo Mean Girls. "Qui ci sono le matricole, i ragazzi dell’ROTC, i fighetti, gli sportivi della squadra junior, i secchioni asiatici, gli asiatici fighi, gli sportivi della squadra titolare, le belle ragazze nere poco amichevoli, le ragazze che mangiano per colmare i vuoti emotivi, le ragazze che non mangiano niente, le disperate che vogliono essere qualcuno, i bruciati, i nerd della banda sessualmente attivi, le persone migliori che incontrerai mai… e le peggiori". Basta uno sguardo alla gerarchia dei corridoi del film per capire una cosa: ogni tribù ha il proprio modus operandi, ma soprattutto la propria uniforme distintiva. Anche quando non è ufficialmente imposto (vero, Plastics?), lo stile sembra essere il segno di riconoscimento definitivo. E questo porta alla domanda chiave: le tribù fashion del liceo sono finzione o realtà?

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I gruppetti del liceo esistono, anche se nessuno dà loro un nome

Amelia, una studentessa delle scuole superiori in Sudafrica, nota diverse tribù anche nella sua scuola: ci sono gli appassionati di trend, i ragazzi sportivi, chi veste in modo minimal e chi ha uno spirito più libero. "Anche se nessuno le definisce con un nome, si vedono chiaramente stili diversi", racconta. Sulla stessa linea, la psicologa millennial Stephanie Steele-Wren ricorda con affetto la propria adolescenza, quando tutti si vestivano come se appartenessero a un gruppo ben preciso. "Gli skater avevano felpe larghe e scarpe da skate consumate, i tipi preppy indossavano polo perfettamente stirate dalle mamme, i membri delle band portavano custodie per strumenti e giacche piene di toppe che raccontavano storie", ricorda con nostalgia. Anche se all’epoca nessuno parlava apertamente di scelte di moda, oggi riconosce che non erano solo scelte estetiche, ma veri e propri tentativi di inserimento sociale.

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Moda e appartenenza nell’adolescenza

Secondo Fiona Yassin, psicoterapeuta familiare e fondatrice di The Wave Clinic, il senso di appartenenza gioca un ruolo centrale nella moda adolescenziale. "Improvvisamente tutti in un gruppo di amici possono indossare lo stesso bracciale, e possederlo diventa un segnale visibile di coolness", spiega. Tra gli undici e i quattordici anni, l’influenza dei pari sostituisce quella dei genitori. Di conseguenza, preadolescenti e adolescenti rifiutano il controllo familiare sul proprio aspetto, usando la moda per affermare l’indipendenza, ma soprattutto l’appartenenza.

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Differenze di genere e pressione estetica

Pur essendo universale, il desiderio di appartenere si manifesta in modo diverso tra ragazze, ragazzi e adolescenti non binari. "Le ragazze affrontano una vulnerabilità maggiore legata al perfezionismo estetico e al confronto sociale", afferma Yassin, richiamando alla mente esempi iconici come Rizzo che guarda Sandy dall'alto in basso e la giudica “troppo pura per essere un Pink Lady” in Grease, la selezione computerizzata degli abiti di Cher e la sua padronanza dell'estetica della popolarità in Clueless, e la meticolosa routine settimanale delle Plastics Mean Girls, dove l’estetica è una vera valuta sociale. I ragazzi, invece, utilizzano l’abbigliamento in modo differente: "Gruppi legati a determinati brand o stili possono esprimere potere sociale e appartenenza attraverso forme più dirette di aggressività, piuttosto che comportamenti relazionali o di esclusione". Per gli adolescenti gender-fluid e non binari, le dinamiche cambiano ancora. "Le pressioni legate all’accettazione sociale e al confronto tra pari esistono comunque, se non in misura maggiore, ma l’espressione attraverso lo stile tende a essere più fluida e resistente alle norme di genere tradizionali".

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La pressione di conformarsi non scompare mai

Anche se il panorama della moda contemporanea è in continua evoluzione (tra nuovi stili, modi di essere e di consumare) alcune cose restano immutate. Prima fra tutte, la pressione a conformarsi. Amelia lo conferma: pensa spesso a come appare e a cosa penseranno gli altri. "Un outfit può descrivere il carattere di una persona", dice. Yassin concorda: "La moda invia messaggi potenti, che parlano di appartenenza, potere, desiderabilità o persino pericolo". Se negli anni ’90 i ragazzi sentivano il bisogno di abbracciare il grunge, oggi la Gen Z e la Gen Alpha crescono in un contesto estremamente volatile, dove un giorno le borse con i Labubu sono considerate alla moda, per poi diventare imbarazzanti il giorno dopo. Come possono affrontare questa situazione?

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Social media e tribù digitali

I social media hanno trasformato radicalmente il modo in cui gli adolescenti si rapportano all’abbigliamento. Per alcune tribù, questa continua evoluzione crea incertezza, perché ciò che segnala appartenenza ha una data di scadenza di pochi scroll. Eppure, come osserva la fashion YouTuber @understitchcomma, i social hanno anche democratizzato la moda, offrendo strumenti per esprimere la propria identità in modo più autentico. "Esistono tribù che hanno bisogno dello spazio online per esistere: bronies, adulti fan di Disney Channel, persino i furries", afferma. "Le tribù esistono ancora al 100%, ma oggi vivono soprattutto online, spesso senza un equivalente supporto dal vivo".

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Tra online e offline: l’identità passa dai vestiti

Oggi l’appartenenza attraverso le tribù fashion si muove su due binari: coltivata online e incarnata offline, nei vestiti che attraversano i corridoi delle scuole. Anche se questi mondi sono sempre più intrecciati, l’abbigliamento resta la manifestazione più immediata. Come conclude Stephanie Steele-Wren: "I vestiti portano con sé un peso che va oltre stoffe e cuciture. Ciò che indossiamo è legato a come ci sentiamo, al nostro senso di sé e, soprattutto, a chi pensiamo di essere". Ed è difficile immaginare che questo cambi presto.