La serie Love Story riapre la questione sull’etica nella rappresentazione della realtà Jack Schlossberg, nipote di John F. Kennedy Jr. & Carolyn Bessette, ha dichiarato che lo show di Ryan Murphy è “grottesco”

Ryan Murphy è nuovamente al centro del mirino. Il produttore esecutivo di Love Story: John F. Kennedy Jr. & Carolyn Bessette è stato criticato dal nipote del giornalista Jack Schlossberg per cui la rappresentazione dei suoi zii nella serie risulterebbe grottesca. Non è la prima volta che Murphy viene accusato di approfittare della realtà per i propri scopi: nel 2022 i famigliari delle vittime di Jeffrey Dahmer si erano espresse contro il creatore della serie antologica Monster  (ideata insieme a Ian Brennan) in cui venivano ripercorse le nefandezze compiute dal cannibale di Milwaukee. 

Ryan Murphy nel mirino: il precedente era la serie su Jeffrey Dahmer

Solo una maniera per arricchirsi, dichiarano alcuni; per lucrare sul dolore di persone vive ancora oggi che devono risentire sulla pelle i traumi attraversati dai propri famigliari. In quel caso Murphy asserì che col proprio team avevano provato a raggiungere parenti e amici delle persone uccise dal serial killer, al contrario di quanto affermato da alcuni di loro. Come Rita Isbell, sorella del malcapitato Errol Lindsey, la quale in un articolo per Insider specificò che nessuno aveva provato a contattarla, realizzando lo show senza nemmeno avvertirla. 

Certamente il caso di Monster - La storia di Jeffrey Dahmer è assai più delicato rispetto alla Love Story creata da Connor Hines e disponibile su Disney+. Una serie che si è immessa in un filone come quello del true crime che, tra serialità e podcast, ha conquistato un posto d’onore tutto suo nella fruizione quotidiana di contenuti da parte di utenti e spettatori, che sembrano quasi confortati dalla morbosità con cui si raccontano, a volte, eventi di cronaca nera e che continuano a venir prodotti proprio perché proseguono nell’avere un ottimo riscontro da parte del pubblico. 

Qual è il confine tra narrazione e finzione, tra etica e rivisitazione?

La domanda che perciò bisogna farsi è qual è il confine tra narrazione e finzione, tra etica e rivisitazione. In casi di fatti realmente accaduti e che coinvolgono delle vittime la questione è persino più delicata. Spesso l’intenzione è solo il raggiungimento del maggior numero di persone possibile, non un trarre dalla realtà per cercare di elevarla a specchio con cui potersi confrontare con i propri incubi o demoni. Ma talvolta questo obiettivo viene raggiunto, prendendo ciò che è accaduto per elaborarlo e innalzarlo dalla pura brutalità degli uomini.

Recentemente è avvenuto con La gioia, il film di Nicolangelo Gelormini sulla vicenda di Gloria Rosboch, alla cui protagonista viene persino cambiato il nome pur rimandando esplicitamente alla morte dell’insegnante per mano di un ex studente. Un’operazione in cui il raggiro da parte del ragazzo che ha fatto credere alla donna di essere amata diventa terreno per il regista su cui piantare i semi di discorsi attorno alla solitudine, al desiderio di non essere più soli e fino a dove può condurre il vuoto, quello doloroso della protagonista interpretata da Valeria Golino, ma anche distruttivo per il suo carnefice di cui veste i panni Saul Nanni. 

Jack Schlossberg contro Love Story

Ovviamente con Schlossberg, Love Story e le sue dichiarazioni ci troviamo in tutt’altri spazi. E benché le parole del politico e giornalista possano suonare comprensibili e condivisibili, c’è anche da considerare che da sempre le figure pubbliche sono state oggetto di narrazioni collaterali rispetto a quelle reali che le hanno viste coinvolte. Nel caso dello show di Disney+, inoltre, la rivisitazione della storia di John F. Kennedy Jr. & Carolyn Bessette non sembra nemmeno mancare di rispetto alle persone esistite. C’è un chiaro elemento romanzato nella stesura degli episodi, in cui lo scopo è di raccontare una relazione che può aver avuto i suoi alti e i suoi bassi, ma di cui rimane centrale il desiderio di stare insieme di due persone che si erano trovate e che hanno dovuto confrontarsi con il mondo esterno, soprattutto del gossip e della stampa. 

Dunque, chi ha ragione? La forza della polemica

Non c'è, dunque, una visione della realtà ridicolizzata, come vista da Jack Schlossberg - il quale ha proseguito affermando che il produttore esecutivo vorrebbe solo fare soldi e dovrebbe investire il proprio guadagno in opere di bene care a JFK Junior o, altresì, per fermare Donald Trump. Uno show che potrebbe non essere del tutto attinente alla realtà, ma per quello esistono i documentari, i giornali e i libri di storia. O i tribunali, come capitato nel 2017 sempre a Ryan Murphy (e alla FX) dopo essere stato citato in giudizio da Olivia de Havilland, la star di Via col vento interpretata da Catherine Zeta-Jones nella prima stagione di un’altra serie antologica, Feud. L’attrice ha accusato il creatore di averne riportato un’immagine diffamatoria la quale avrebbe compromesso ottant’anni di reputazione nel mondo dello spettacolo. Il tribunale, però, ha respinto le imputazioni, non trovando nulla di volontariamente offensivo nello script e nella rappresentazione del personaggio di de Havilland mostrato sul piccolo schermo. Che Ryan Murphy sia diventato un bersaglio troppo facile contro cui scagliarsi? O forse la verità è che il papà di Glee, ad essere al centro delle polemiche, ci ha ormai preso gusto