Il film di Hafsia Herzi che è stato vietato ai minori di 14 anni solo in Italia Per riferimenti sessuali espliciti, ma è solo la storia di una ragazza lesbica che cerca se stessa

Il film La più piccola, diretto da Hafsia Herzi, è finito al centro di un caso in Italia dopo che la Commissione del Ministero della Cultura ne ha vietato la visione ai minori di 14 anni. Una decisione che ha fatto discutere e che appare ancora più controversa se confrontata con quanto accaduto nel resto del mondo. La motivazione ufficiale parla di "riferimenti sessuali espliciti" che potrebbero influire sullo sviluppo dei più giovani, pur in assenza di contenuti pornografici. Una formula che, sulla carta, rientra nei criteri standard di classificazione, ma che nella pratica sembra poco coerente con la natura del film.

La più piccola, trama del film vietato ai minori di 14 anni premiato a Cannes

La più piccola, infatti, è un racconto di formazione intimo e stratificato, che segue il percorso di una giovane donna musulmana mentre cerca di conciliare identità, fede e desiderio. Presentato al Festival di Cannes, il film ha ottenuto importanti riconoscimenti, tra cui la Queer Palm e il premio come miglior attrice a Nadia Melliti. Un successo internazionale che rende ancora più evidente l’anomalia italiana: altrove il film è stato distribuito e visto senza restrizioni significative, mentre qui viene considerato non adatto a un pubblico under 14.

Non è che magari c’entra qualcosa l’educazione sessuoaffettiva?

La stessa Herzi ha sottolineato come non siano state applicate limitazioni simili in altri Paesi, arrivando a definire l’Italia "l’unico Paese occidentale" ad aver imposto questo divieto. Una posizione che ha trovato sponda anche nella distribuzione italiana, Fandango, che ha annunciato ricorso contro la decisione, contestandone l’impostazione. A questo punto, la questione smette di essere solo tecnica. Perché se la classificazione si basa formalmente su elementi come linguaggio o contenuti sessuali, è inevitabile chiedersi se non entrino in gioco anche fattori culturali più profondi. Cosa rende davvero questo film "inadatto"? La presenza del desiderio? Il fatto che sia raccontato senza filtri moralistici? Oppure, più semplicemente, il tipo di storia che sceglie di raccontare?

Al centro di La più piccola c’è infatti una soggettività raramente rappresentata: una ragazza musulmana e lesbica che prova a costruire la propria identità in uno spazio attraversato da norme, aspettative e contraddizioni. Non c’è scandalo, non c’è provocazione gratuita. C’è semmai uno sguardo realistico e necessario su un passaggio delicato della vita, quello in cui si cerca di capire chi si è e dove si può stare. Il fatto che l’Italia sia uno dei pochi Paesi occidentali a non prevedere un’educazione sessuo-affettiva strutturata nelle scuole rende tutto ancora più evidente. Si tratta, infatti, dell’ennesima scelta di un governo e di istituzioni che faticano ad aggiornarsi e continuano a pensare che vietare significhi davvero reprimere. Il messaggio che ne deriva è chiaro: alcune esperienze sono considerate più accettabili di altre, alcune identità più legittime di altre. Insomma, il nostro Paese resta profondamente sessuofobico. Ma in questo caso, ciò che colpisce davvero non è la presenza del sesso, quanto quella di una storia omosessuale. L’Italia, più che del contenuto, sembra avere paura della libertà che quel racconto rappresenta.