
"Non mi interessava accelerare la macchina, mi interessava rallentarla" Intervista a Rosa Aquino, founder e direttrice creativa di The Archivia
G-Club
28 Maggio 2026
28 Maggio 2026
"Napoli è il mio punto di partenza, Milano quello di formazione" inizia così la nostra intervista a Rosa Aquino, founder e direttrice creativa di The Archivia, che dopo un periodo a Los Angeles rientra in Italia nel 2018. Dopo le prime esperienze in Hugo Boss, Tommy Hilfiger e Valentino decide di voler fare qualcosa di suo, e nel 2021 nasce The Archivia. "Le esperienze pregresse mi avevano lasciato un grande insegnamento" aggiunge. "Non mi interessava accelerare la macchina, mi interessava rallentarla, per farci entrare dentro le persone, la filiera, la terra che stavo lasciando indietro". Da qui parte il viaggio del brand, nelle parole di Rosa. Questo è quello che ci ha raccontato.
Intervista a Rosa Aquino, founder di The Archivia
Parlaci di The Archivia
The Archivia nasce quando avevamo tutti l’impressione che il tempo fosse fermo, durante il lockdown. Io mi sono fermata davvero e ho capito cosa non volevo più lasciare indietro. Ritrovo il mio archivio cuore tra le ante dell’armadio "esploratore" in casa di mia nonna: il punto di partenza e il riflesso stesso delle caratteristiche del progetto. Un’eleganza sartoriale, ma versatile, che racconta e protegge l’autenticità di una filiera sostenibile a chilometro zero.
La SS26 parla di una femminilità "sottile e consapevole". Come è nata questa visione?
La visione della SS26 nasce dall’osservare cosa resta quando togli il rumore. La nuova capsule è un omaggio alla nostalgia degli anni ’70, al lusso rilassato e alla libertà senza sforzo. Il tailleur perde la struttura e ritrova la leggerezza. Desideravo evocare quel momento magico degli anni ’70, quando l’eleganza era libera ma consapevole.
Questa collezione sembra molto sensoriale, quasi tattile. Da dove nasce il desiderio di
lavorare sulle percezioni più che sull’impatto immediato?
È una scelta etica quanto estetica. In un sistema che spinge sull’impatto immediato, io punto su quello che resta quando lo spegni. Se un capo non ha spessore sensoriale, non ha motivo di durare. E se non dura, non è sostenibile.
Se dovessi descrivere la donna The Archivia SS26 con tre parole, quali sceglieresti?
Consapevole, libera, evocativa.
The Archivia nasce dall’archivio del cuore legato all’armadio di tua nonna. Qual è il
ricordo più forte che porti ancora oggi dentro il brand?
Sono cresciuta con un’ammirazione costante per le donne della mia famiglia: l’eleganza nell'attitude di mia nonna continua a essere la mia ancora. Tailleur, foulard e spille in cammeo. Ancora oggi, il fresco lana tra le dita mi riporta a quel gesto da bambina: sfiorare le sue giacche e capire cosa significa un capo fatto per restare.
Tutta la produzione è legata al territorio campano e al lavoro artigianale. Quanto è
importante per te preservare questo sapere oggi?
L’artigianalità campana è il valore cuore del brand. Credo profondamente nel potenziale manifatturiero e tessile del nostro territorio, ed è importante per me sottolineare quanto questo aspetto sia parte identificativa del progetto. Le rifiniture e le applicazioni ai capi sono realizzate secondo la quintessenza dell’artigianato, senza l’ausilio dei macchinari: un processo che preclude la possibilità di industrializzare il progetto, allungando i tempi di produzione ma determinandone la cura ed il controllo. Mantenere così una filiera produttiva sostenibile e responsabile ci permette di preservare una tradizione e un sapere che fanno parte della cultura italiana. Non è una scelta di marketing, è una necessità pratica e affettiva. La sartorialità come gesto d’amore, la qualità come promessa di durata.
Lavorare con un team di giovani sarte significa anche trasmettere competenze e creare opportunità. Senti una responsabilità particolare in questo senso?
Sicuramente, anzi, credo sia una delle parti più belle del mio lavoro. È un’enorme responsabilità, che sento ogni giorno e che accolgo con grande consapevolezza. Le mie ragazze sono collaboratrici preziose: con loro condivido il lavoro, ma anche - quando lo desiderano - difficoltà personali, dubbi, momenti di crescita. È bello poter essere per loro un punto di riferimento. Spesso rivedo in loro me stessa nei miei percorsi precedenti al mio progetto personale. Il nostro non è un modello piramidale, che trovo ormai superato: siamo un gruppo che si dedica a un progetto comune, e sentirsi parte integrante di ciò a cui ci dedichiamo è per me la cosa più importante. L’ambiente di lavoro è davvero una seconda casa.
Quanto è difficile oggi mantenere un approccio così umano e “slow” all’interno dell’industria moda contemporanea?
Per me è estremamente naturale. Non saprei essere altro. Il mio modo di lavorare nasce da un ritmo interiore, da un’idea di cura e presenza che non posso e non voglio sacrificare. È un approccio che richiede tempo, ascolto e autenticità, ma è anche ciò che dà valore a tutto quello che facciamo.
Cosa consiglieresti a una ragazza che oggi sogna di creare il proprio brand ma ha paura di non essere "abbastanza pronta"?
Direi che non esiste un momento in cui ci si sente davvero pronti. L’attesa della "prontezza" è spesso una scusa elegante che diamo alla nostra paura. A un certo punto bisogna smettere di aspettare il momento perfetto e iniziare. Il coraggio arriva in un istante preciso, quasi fisico: quando senti che non puoi più rimandare, che l’unica direzione possibile è quella che ti chiama da tempo. È un impulso che nasce dalla pancia, ma si sostiene con disciplina, dedizione e una grande onestà verso se stessi. Le paure e i dubbi non spariscono mai - anzi, camminano accanto a noi ogni giorno - ma fanno parte del processo. I percorsi più importanti non sono lineari: sono fatti di tentativi, inciampi, intuizioni improvvise e sacrifici che danno profondità a ciò che stai costruendo. E proprio per questo valgono la pena.
Qual è il sogno più grande che hai per il brand?
Il mio sogno più grande è che il brand diventi più di un progetto: che diventi un significato. Un linguaggio, un messaggio, un motivo per cui sentirsi parte di qualcosa. Vorrei che fosse utile, che generasse valore - per chi lavora con me ogni giorno e per chi sceglierà di avvicinarsi alla nostra dimensione. Mi piacerebbe che fosse riconosciuto non solo per l’estetica, ma per l’etica: per la cura, per il rispetto dei tempi umani, per quella qualità che nasce da mani vere e da storie che meritano di essere ascoltate. Vorrei che fosse un luogo in cui le persone si sentano viste, accolte, valorizzate; un luogo in cui il lavoro diventa relazione e la relazione diventa crescita. Poi c’è un sogno ancora più grande: che ciò che facciamo possa, anche in punta di piedi, lasciare un segno gentile ma duraturo nella nostra terra. Credo profondamente che l’Italia abbia bisogno di imprese capaci di custodire il sapere artigiano e trasformarlo in futuro, senza snaturarlo. Se il brand riuscirà a diventare uno di questi motori discreti ma necessari, allora avrò realizzato il mio sogno più grande.
