
"L'abito non è solo espressione di sé, ma un elemento capace di raccontare storie" Intervista a Cecilia Molardi, la designer che trasforma ogni collezione in una storia da indossare

Per Cecilia Molardi, classe 1992 e founder di Amelia Design Studio, la moda non è mai stata solo una questione di vestiti. Prima ancora di diventare una professione, è stata un linguaggio, un gioco creativo che sua madre chiamava "il mondo della possibilità": immaginare qualcosa e riuscire a realizzarlo. Con il tempo, quel gioco si è trasformato in uno strumento per raccontare la propria identità, fino a diventare il mezzo attraverso cui dare forma a emozioni, personaggi e narrazioni. Nasce così Amelia Design Studio, un progetto che unisce il linguaggio teatrale alla sartoria contemporanea, dando vita a collezioni genderless, prodotte artigianalmente in Italia e costruite come vere e proprie opere narrative. Abbiamo parlato con Cecilia Molardi del rapporto tra teatro e moda, del valore dell'artigianato e di cosa significhi oggi progettare abiti che raccontano storie.
Intervista a Cecilia Molardi di Amelia Design Studio
Hai studiato teatro a Parigi prima di fondare Amelia Design Studio. C'è stato un momento preciso in cui hai capito che il costume non ti bastava più e che volevi raccontare storie attraverso l'abbigliamento?
Sì, ho studiato teatro e recitazione a Parigi, a seguito dell’incontro con la regista Chantal Melior, e a Milano all’Accademia del Teatro Arsenale, dove ho ottenuto il diploma di attore. È stato vivendo il palco in prima persona che mi sono avvicinata al mondo del costume, ammirando il lavoro delle costumiste dietro le quinte. Ho capito che l'abito non è solo espressione di sé, ma un elemento capace di raccontare storie e aiutare la narrazione. Nel teatro, il costume e la scenografia sono veri e propri attori aggiunti: fanno parte dello stesso processo narrativo. Da lì ho capito che questa narrazione si poteva esportare nel mondo comune, nella vita di tutti i giorni, facendo sì che l'abito diventi veramente il personaggio. Già da piccola, d'altronde, vivevo il vestirsi come un atto profondamente personale e, al tempo stesso, sociale: un modo per abitare il mondo e comunicare chi siamo.
Le tue collezioni partono sempre da un'opera teatrale o letteraria. Quando inizi un progetto, nasce prima un'immagine, un personaggio o un'emozione?
Direi che nascono tutte queste cose insieme. Probabilmente la parte più tangibile, all'inizio, è l'immagine. Da un'emozione si crea automaticamente in me una sorta di frame fotografico, un'istantanea visiva. In questo frame viene sintetizzata l'intera opera, letteraria o teatrale, attraverso un insieme di linee, geometrie, colori, materiali e forme. All'interno di quel fotogramma si trovano già delineati il personaggio e lo spettro emotivo che lo circonda ed è proprio da quegli elementi visivi e strutturali che poi si sviluppa l'intera collezione.
Le tue silhouette sono dichiaratamente genderless, ma non sembrano inseguire un trend. Cosa significa per te progettare un capo che possa appartenere a chiunque?
Per come ho sempre vissuto la moda, il trend non è mai la priorità. Certo, volenti o nolenti siamo tutti condizionati da ciò che vediamo intorno a noi, anche senza seguire la moda. Ma per me l'abito deve esprimere prima di tutto uno stato d'animo, una personalità, l'essenza di sé stessi. In più, deve valorizzare una fisicità che ha bisogno di sentirsi comoda e a proprio agio, senza essere costretta in abiti, forme e generi prescritti. Progettare capi genderless per me significa proprio libertà: slegarsi dai codici imposti e creare forme libere, capaci di accogliere l'identità di chiunque le indossi.
Lavori con laboratori artigianali lombardi e tessuti a stock. È una scelta nata da una convinzione etica, da esigenze produttive o da entrambe?
Nasce assolutamente da entrambe le cose. C'è senz’altro una forte convinzione etica: voglio sostenere le realtà più piccole e artigianali, in particolare quelle italiane. Il nostro paese ha una tradizione manifatturiera straordinaria e mi dispiacerebbe se l'artigianalità venisse schiacciata dalla produzione industriale, dalla sovrapproduzione e dallo sfruttamento. C’è poi anche un legame personale: io stessa ho iniziato come sarta artigiana e vengo da Cremona, una città dove l'artigianato si respira ovunque grazie alla tradizione della liuteria. Il concetto di bottega e di “lavoro lento” fa parte, quindi, della mia formazione e definisce ciò che amo. A tutto questo si uniscono ovviamente le esigenze produttive: essendo un piccolo brand emergente, lavorare con piccoli laboratori mi permette di gestire quantitativi minimi ridotti e avere molta più flessibilità. Questo si traduce in un metodo di lavoro più attento al dettaglio e meno sbrigativo. Lo stesso vale per l'utilizzo di tessuti a stock: è una scelta guidata sia dal motivo etico di evitare la sovrapproduzione e lo spreco, sia dalla necessità pratica di gestire i quantitativi in modo sostenibile e su misura per la mia realtà.
Se Amelia Design Studio dovesse essere ricordato per una sola cosa tra dieci anni, quale speri che sia?
Dal punto di vista concettuale, vorrei che rimanesse l'idea dell'abito come personaggio e come narrazione pura. Questa connessione profonda tra teatro e moda non l'ho certo inventata io, ma nel mio caso è davvero viscerale: io avverto e progetto ogni collezione esattamente come se fosse uno spettacolo da mettere in scena. Però nella vita di tutti i giorni. Dal punto di vista tangibile, invece, vorrei che del brand venisse ricordato soprattutto il completo blazer e pantalone. Mi piacerebbe che venisse riconosciuta e apprezzata la mia ricerca nel progettare nuove linee e un nuovo modo di intendere il tailleur: silhouette un po' più boxy, strutturate, ma allo stesso tempo avvolgenti e non troppo rigide. Sarebbe un grandissimo appagamento personale e professionale che questa mia silhouette trovasse un suo posto nella storia del blazer, creando una nuova e iconica 'suit'.





























































