"Il Taobuk è una piazza aperta dove identità differenti possono incontrarsi senza rinunciare alla propria unicità" Intervista ad Antonella Ferrara

Il Taobuk è una piazza aperta dove identità differenti possono incontrarsi senza rinunciare alla propria unicità Intervista ad Antonella Ferrara

“Non è nient'altro che un paesaggio, ma un paesaggio dove si trova tutto quello che sembra fatto sulla terra per sedurre gli occhi, la mente e l'immaginazione”: queste le parole di Guy de Maupassant sulla città di Taormina; e se c’è qualcuno che condivide fin nel profondo questa visione, quel qualcuno è Antonella Ferrara, che da 20 anni si occupa dell’ideazione, progettazione e organizzazione di eventi culturali di profilo internazionale, presidente e direttrice artistica di Taobuk – Taormina International Book Festival, un progetto che ha fondato nel 2011 e che oggi rappresenta una piattaforma internazionale dedicata alla letteratura, alle arti, al pensiero contemporaneo e al dialogo tra culture. Abbiamo scambiato due chiacchiere con lei.

Intervista ad Antonella Ferrara

Come nasce Taobuk e quando ha capito che sarebbe diventato un progetto di portata internazionale? Questa è la sedicesima edizione, lei ci credeva fin dalla prima?

Taobuk nasce da una visione molto precisa: creare in Sicilia una piattaforma culturale capace di dialogare con il mondo mettendo in relazione letteratura, arti, pensiero contemporaneo e grandi temi del nostro tempo. Fin dall'inizio ho immaginato un festival che avesse una dimensione internazionale, non come un'ambizione astratta, ma come una naturale conseguenza dell'identità stessa della Sicilia, crocevia di popoli, lingue e culture. Ci ho creduto fin dalla prima edizione. Naturalmente non conoscevo il percorso che ci avrebbe portato fin qui, ma avevo molto chiaro il punto di arrivo. Credo che avere una visione sia fondamentale.

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Il tema di quest’anno è la fiducia: perché proprio questo tema? Cosa lo rende contemporaneo?

La fiducia è una delle infrastrutture invisibili della nostra convivenza. Eppure, oggi è forse uno dei beni più fragili e preziosi. Viviamo in un tempo segnato da conflitti, polarizzazioni, trasformazioni tecnologiche rapidissime e da una crescente difficoltà nel riconoscere autorità, competenze e punti di riferimento condivisi. Ci siamo chiesti cosa tenga insieme le società quando tutto sembra spingerci verso la frammentazione. La risposta è stata proprio la fiducia: quella nelle istituzioni, nella scienza, nella cultura, nelle relazioni umane e nella possibilità di immaginare il futuro. È un tema profondamente contemporaneo, è l’antidoto alla barbarie.

Qual è l’ospite che porterà per sempre nel cuore e quali sono i nomi che la incuriosiscono di più in questa edizione?

È una domanda difficile perché ogni incontro lascia un segno diverso. Se penso agli ospiti che porterò sempre nel cuore, penso ad Annie Ernaux, Paul Auster, Isabel Allende o Mario Vargas Llosa. Per questa edizione guardo con particolare interesse agli incontri che mettono in dialogo discipline diverse. La presenza di Haruki Murakami, Abdulrazak Gurnah, Jonathan Coe, Esther Duflo e Anish Kapoor rappresenta una straordinaria occasione per riflettere sulla fiducia attraverso prospettive differenti: la letteratura, l'economia, le arti visive e il pensiero critico.

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La sua storia personale e la sua biografia raccontano un percorso fortemente cosmopolita: crede che questo abbia contribuito a rendere il festival un portale sul mondo?

Senza dubbio. Ho trascorso parte della mia infanzia e della mia adolescenza in diversi Paesi, seguendo gli incarichi diplomatici di mio padre. Ho vissuto in America Latina, in Medio Oriente, in Europa. Questa esperienza mi ha insegnato molto presto che non esiste un unico modo di guardare il mondo e che le differenze non sono una barriera, ma una ricchezza. Credo che Taobuk rifletta questa visione. 

Un consiglio che darebbe a una giovane donna che vuole intraprendere questo percorso? Magari lo stesso che darebbe all’Antonella del passato?

Le direi di considerarsi prima di tutto una persona. Una persona con un talento, una visione, delle capacità e delle responsabilità. Credo che sia importante non lasciare che siano gli altri a definirci sulla base del nostro genere, ma abituarli a riconoscerci per quello che pensiamo, per ciò che realizziamo e per il contributo che siamo in grado di portare. All'Antonella del passato direi forse di avere meno paura dell'errore. Quando si costruisce qualcosa di nuovo si commettono inevitabilmente degli sbagli, ma spesso sono proprio quelli a insegnarci le lezioni più importanti. La determinazione conta, ma conta altrettanto la capacità di rimanere fedeli alla propria idea iniziale senza lasciarsi scoraggiare dalle difficoltà.

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La città di Taormina è diventata una perla del turismo globale. Quanto contribuisce la città a far funzionare il festival? Potrebbe esistere Taobuk senza Taormina? Qual è il sentimento che si prova quando si arriva qui per la prima volta, e quello che si prova quando la si deve lasciare?

Taormina non è semplicemente il luogo che ospita il festival: ne è parte integrante dell'identità. Sarebbe difficile immaginare Taobuk altrove. Qui convivono storia, paesaggio, arte, memoria e una naturale vocazione all'incontro tra culture che dura da secoli. Chi arriva per la prima volta prova spesso un senso di meraviglia. La luce, il mare, il profilo dell'Etna, il Teatro Antico: tutto contribuisce a creare una dimensione quasi sospesa nel tempo. Quando invece la si lascia, resta una sensazione di nostalgia e, allo stesso tempo, il desiderio di tornare. Credo che sia proprio questa capacità di lasciare un segno emotivo a renderla una destinazione unica.

Cosa c’è nel futuro del festival?

Il futuro di Taobuk è nel rafforzamento della sua dimensione internazionale e nella capacità di costruire nuove connessioni tra cultura, innovazione, diplomazia culturale e società civile. Vogliamo continuare a portare a Taormina le voci più autorevoli del nostro tempo, ma anche creare opportunità per le nuove generazioni, favorire il dialogo tra discipline diverse e consolidare il ruolo del festival come laboratorio permanente di idee. In un'epoca caratterizzata da grandi trasformazioni, la cultura non può limitarsi a raccontare il cambiamento: deve contribuire a orientarlo. È questa la sfida che ci accompagna e che continuerà a guidare il nostro lavoro nei prossimi anni.

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