"Noi partiamo da dove la velocità si ferma" Intervista a Gaia Rialti, founder di Menabòh, atelier italiano di archive redesign

Noi partiamo da dove la velocità si ferma Intervista a Gaia Rialti, founder di Menabòh, atelier italiano di archive redesign

"Sono la founder di Menabòh, un atelier italiano di archive redesign. Prima di fondare Menabòh mi sono laureata in Economia Aziendale ed ho conseguito un master in Fashion Brand Management presso il Polimoda. Ho lavorato per anni nel fashion e nel beauty: prima in Ferragamo, poi nel Gruppo L'Oréal, tra YSL Beauté, Biotherm ed Helena Rubinstein costruendo una base solida in brand strategy, marketing e trade marketing" è così che inizia la nostra chiacchierata con Gaia Rialti, che ha ideato un modo diverso e personalizzato di gestire il proprio archivio vestimentario, reinventandolo

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"Menabòh nasce dalla mia voglia di intraprendere un percorso imprenditoriale e da un gesto molto personale: ho fatto ridisegnare da amiche designer un capo dall'archivio di mia madre, e da quel momento ho capito che quella pratica poteva diventare qualcosa di più grande. Quello che è iniziato come una necessità intima si è trasformato in una visione più ampia: un atelier italiano che ridisegna i capi più significativi che già possiedi, trasformandoli in pezzi contemporanei e one-of-one" semplice, ma rivoluzionario. E con un bel messaggio di memoria prima ancora che di riutilizzo.

Intervista a Gaia Rialti, fondatrice di Menabòh

Menabòh nasce dall'idea di rileggere il guardaroba come archivio personale: quando hai capito che il "nuovo lusso" non fosse creare, ma reinterpretare ciò che già esiste?

Lavorando nel fashion e nel beauty ho visto da vicino la logica delle collezioni, dei lanci, del nuovo-per-forza. E ho iniziato a chiedermi: ma il valore vero dove sta? Quando ho ritrovato alcuni capi nell'archivio di mia madre - pezzi bellissimi, di una qualità che oggi è quasi impossibile trovare - ho sentito che lì c'era qualcosa di irrisolto. Non un problema di stile, ma una mancanza di strumenti: non esisteva un posto capace di prendere quei capi sul serio, di trattarli come materia prima per qualcosa di nuovo. Il lusso, per me, non è mai stato nel prezzo o nel logo. È piuttosto nel significato ed il significato più profondo si trova in ciò che già possiedi se sai come evolverlo. Da quel momento ho smesso di cercare il contenitore giusto e ho iniziato a trovare un modo per costruirlo.

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Il progetto nasce dal tuo archivio familiare: quanto è stato importante quel momento personale per definire la visione di Menabòh?

È stato tutto: quel gesto, ridisegnare con amiche designer un capo di mia madre invece di comprare qualcosa di nuovo, ha definito ogni scelta che è venuta dopo. La direzione creativa, il tipo di relazione che vogliamo costruire con i clienti, il linguaggio che usiamo, persino i valori che non vogliamo comunicare. Menabòh non parla di sostenibilità,  recupero o riuso, come punti principali. Parla di bellezza, di memoria, di identità che evolve. E tutto questo viene direttamente da quel primo momento che ho vissuto nell’archivio di mia mamma con lei. Quando il punto di partenza è autentico, tutto il resto si allinea più facilmente. 

Menabòh nasce in Italia ma si sviluppa anche altrove: quali sono le città e i mercati su cui state puntando?

Il mercato che sentiamo più vicino in questo momento è Londra ed è proprio a livello europeo che stiamo concentrando la nostra espansione nel 2026. Londra e New York condividono molto: un pubblico colto, con un guardaroba costruito nel tempo, che ha già superato la fase dell'accumulo ed è passato alla cura, sono due mercati che si parlano, con sfumature diverse. La differenza è che Londra ha una sensibilità più europea verso l'artigianalità italiana, verso la narrativa del capo e c'è un'allineamento estetico che rende la conversazione più naturale.  Oggi vediamo quindi Italia, Londra e New York come tre mercati complementari: l’Italia per le sue radici culturali e manifatturiere, Londra per la sua affinità con la nostra visione e il suo potenziale di crescita, e New York per quella cultura del selezionare e del costruire un guardaroba con intenzione che continua a dialogare profondamente con il nostro approccio.

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In un sistema moda dominato dalla velocità, il vostro approccio sembra quasi controcorrente: senti che oggi il tempo sia diventato un vero materiale creativo?

Assolutamente sì. Il tempo entra nel nostro processo in modo molto fisico. Un capo che ha vent'anni ha una costruzione, una qualità di tessuto, una storia nel corpo di chi lo ha indossato, che non si replicano. Non stiamo lavorando con materiali neutri: stiamo lavorando con oggetti che hanno già vissuto. Questo cambia tutto: il modo in cui ascoltiamo il cliente, il modo in cui sviluppiamo la direzione creativa, il modo in cui ci approcciamo alla realizzazione. La velocità, nella moda contemporanea, ha tolto proprio questo: la possibilità che un capo accumuli significato nel tempo. Noi partiamo da dove la velocità si ferma.

Il vostro processo parte sempre da un capo esistente del cliente: quanto influenza la storia personale del cliente nella direzione creativa finale?

Moltissimo ed è forse la parte più delicata e più bella del processo. Ogni cliente arriva con un capo, ma arriva anche con una storia. A volte la racconta esplicitamente, a volte la percepisci nel modo in cui parla di quel pezzo. Il nostro lavoro è ascoltare quella storia e trovare la direzione creativa che la onori, senza restarne prigioniera. Il risultato deve essere contemporaneo e indossabile oggi ma deve portare con sé qualcosa dell'origine. Questo equilibrio tra memoria e presente è il cuore del nostro processo creativo.

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Qual è la parte più complessa del processo tra brief, design e realizzazione?

Il momento più complesso è la traduzione: trasformare quello che il cliente sente in qualcosa che un possiamo interpretare a livello creativo e realizzare, senza perdere l'essenza. Il brief non è mai solo una lista di istruzioni, è un documento emotivo oltre che tecnico. E la direzione creativa deve essere abbastanza precisa da guidare la realizzazione, ma abbastanza aperta da lasciare spazio all'artigianalità. Il nostro lavoro è tenere il filo tra ciò che il cliente ha vissuto, ciò che vogliamo creare e ciò che l'atelier sa fare meglio. È un processo di co-creazione verso un risultato unico.

In che modo il concetto di one-of-one cambia il valore percepito di un capo rispetto alla produzione tradizionale?

Il one-of-one, nel nostro caso, è una conseguenza inevitabile del processo. Non esiste un secondo capo identico perché non esiste un secondo archivio identico, una seconda storia identica ne un secondo corpo identico. Questo cambia profondamente la relazione tra chi indossa il pezzo e il pezzo stesso: non stai acquistando qualcosa che qualcun altro potrebbe avere, stai completando qualcosa che era già tuo. Nella produzione tradizionale, il valore è costruito dall'esterno: dal brand, dalla scarsità artificiale, dal desiderio collettivo. Nel nostro caso, il valore viene dall'interno: da chi sei tu, da cosa hai vissuto, da cosa vuoi portare avanti.

Cosa rivela il modo in cui una persona conserva i propri vestiti?

Tutto. Il guardaroba è uno degli specchi più onesti che abbiamo e di solito non lo guardiamo davvero. Quello che conserviamo e quello che lasciamo andare parla di come ci vediamo, di chi siamo stati, di chi vogliamo diventare. Alcune persone hanno capi che non indossano da anni ma non riescono a cedere: spesso nascondono un legame affettivo che non hanno ancora elaborato. Altre hanno armadi perfettamente curati, ogni pezzo al suo posto e quello dice qualcosa di preciso sulla loro relazione con l'identità. Quello che noto più spesso è che i capi che le persone portano da noi sono quelli a cui non riescono a rinunciare, sono quelli che non sanno più come indossare, sono quelli a cui tengono veramente, sono i più interessanti e di solito i più belli.

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In un futuro ideale, cosa dovrebbe cambiare nel modo in cui le persone guardano il proprio guardaroba?

Che smettano di vederlo come uno spazio da riempire e inizino a vederlo come un archivio da curare. È una differenza di sguardo, prima ancora che di comportamento. Un archivio si costruisce. Ogni pezzo ha una ragione di essere lì, una storia, un potenziale. In un futuro ideale, le persone non comprerebbero un nuovo capo senza prima chiedersi cosa già possiedono e come potrebbe evolvere. Non perché sia più sostenibile, anche se lo è, ma perché è più interessante, più personale, più autentico. Il guardaroba più desiderabile è quello che già possiedi.

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