
Possiamo smetterla di massimizzare tutto L’ossessione per il -maxxing ci è sfuggita di mano: forse dovremmo riscoprire il piacere di fare le cose a metà
G-Club
07 Agosto 2026
07 Agosto 2026
Mi considero una persona mediamente pigra. Pratico attività fisica, ma senza strafare. Mi piace mangiare sano, ma anche togliermi qualche sfizio. A dirla tutta, vivo una vita sospesa tra liste di cose da fare e procrastinazione. Se aprissero delle candidature per il testimonial perfetto del -maxxing, sicuramente non mi candiderei: rappresento l’emblema di chi inizia qualcosa - una serie tv lunga otto stagioni, il macramè, oppure un nuovo rituale di bellezza - e puntualmente lo abbandona a metà del processo. Spesso mi colpevolizzo per questa scarsa dedizione a pratiche e hobby, ma a guardarmi intorno - nell’epoca in cui ogni cosa viene trasformata in performance - mi dico che, forse, saper fare le cose a metà si sta rivelando una capacità invidiabile.
Che cos’è il -maxxing
Ma facciamo un passo indietro: che cosa vuol dire -maxxing? Nato negli angoli più ossessivi di internet, il suffisso -maxxing deriva dal verbo inglese to max out, cioè "portare al massimo". All'inizio circolava soprattutto nelle community maschili incel legate al looksmaxxing, l'insieme di strategie - dall'allenamento alla skincare, fino agli interventi estetici più invasivi - studiate per ottimizzare il proprio aspetto fisico e aumentare il proprio "valore" sul mercato degli appuntamenti. Con il tempo, però, il termine ha smesso di appartenere a quella nicchia e ha colonizzato ogni aspetto della vita quotidiana. Oggi si parla di proteinmaxxing per aumentare l'apporto proteico, di fibermaxxing per assumere più fibre, di sleepmaxxing per ottimizzare il sonno, di brainmaxxing per migliorare le performance cognitive e perfino di joymaxxing, il tentativo di spremere il massimo della felicità da ogni esperienza. L'idea di fondo resta sempre la stessa: se qualcosa può essere ottimizzato, allora va spinto fino al suo limite.
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Quando anche il benessere diventa performance
Di per sé, il concetto non sembra sbagliato. Ricercare la versione migliore di se stessi o volersi perfezionare in una determinata attività è plausibile, persino auspicabile. Fino a quando non diventa un’ossessione che pretende di ottimizzare ogni singolo ambito della nostra vita: alimentazione, sonno, allenamento, relazioni, produttività, persino il tempo libero. Non basta più fare qualcosa: bisogna farla nel modo più efficiente possibile. Quindi uscire a fare una passeggiata si trasforma nel tassativo traguardo di almeno 10 mila passi al giorno, la qualità del sonno in un’ossessione da monitorare e incrementare a ogni costo, la cura di sé in una lunga e costosa routine che spesso passa anche dalla chirurgia estetica, più o meno invasiva. E poi? Quale sarà il passo successivo? Perché l’idea che esista sempre una versione migliore di noi stessi rende impossibile sentirsi "abbastanza". Se puoi sempre aggiungere un integratore, un'abitudine, uno sport o un ritocco estetico, allora non arriverai mai al traguardo: così, l’ottimizzazione diventa un processo senza fine.
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Imparare a essere abbastanza
Per questo dovremmo imparare a rivalutare l'arte di accontentarci, di fallire, di fare le cose a metà. Andare a correre per soli 3 km, magari piano, è comunque una corsa. Ricordarsi ogni mattina di mettere crema idratante e protezione solare è già prendersi cura della propria pelle. Leggere cinque pagine di un libro ogni giorno è meglio che non aprirlo mai. Il vero -maxxing di cui avremmo bisogno è quello dell'abbastanza. Quello che ci ricorda che non serve finire ogni serie TV che incominciamo, trasformare ogni passione in un progetto o ottimizzare ogni gesto della giornata. Alcune cose possono restare incompiute, lente, persino mediocri. Ed è proprio questo a renderle umane.
