
La moda piace a tutti, finché non la indossa un creator Da Addison Rae a Gabbriette, passando per Emma Chamberlain: quando un creator entra nel fashion system, il backlash è quasi inevitabile
"Fire your stylist", "Che cosa sta succedendo?", "Solo tu e la tua stylist capite questo look", "Sta cercando di fare la modella", "Sembra vestita a caso". Benvenuti nella sezione commenti sotto il look di un influencer che ha osato vestirsi davvero alla moda. Non seguire una tendenza, non replicare l’outfit visto 47 volte su TikTok, non indossare qualcosa che sappia immediatamente di clean girl o old money. Vestirsi bene, sui social, sembra molto più facile quando qualcun altro l’ha già fatto prima di te. Da Emma Chamberlain ad Addison Rae, da Devon Lee Carlson a Chiara Ferragni, cambiano i protagonisti e cambiano le piattaforme, ma il copione resta simile. La regola non scritta di Internet? La moda va benissimo, purché non la sfoggi un influencer. Ed è quasi irrilevante che quell’outfit arrivi direttamente dalla passerella di Miu Miu, Prada o Saint Laurent, o che sia stato applaudito poche ore prima dagli addetti ai lavori. Immancabilmente, qualcuno invocherà il licenziamento della stylist, qualcun altro dirà che “prima si vestiva meglio”, qualcun altro ancora bollerà quei pantaloni d’archivio di Maison Margiela e quel top di Dilara Findikoglu come semplicemente incomprensibili. La cosa curiosa è che gli stessi social che oggi prendono di mira un creator perché “si veste troppo fashion” sono quelli che, fino al giorno prima, si lamentavano dell’ennesimo feed composto da blazer oversize, adidas Samba, pantaloni di lino color burro e matcha latte. TikTok ha passato gli ultimi anni a ironizzare sulle boring NYC influencers, accusandole di sembrare tutte la stessa persona con guardaroba intercambiabili. Eppure, appena qualcuna prova davvero a uscire da quella comfort zone estetica, il consenso evapora. Improvvisamente è “troppo”, “forzata”, “non autentica”. È come se Internet desiderasse disperatamente qualcosa di nuovo, a patto che assomigli moltissimo a ciò che ha già visto.
Il vero problema non è la moda, ma il ruolo che assegniamo agli influencer
Gli influencer vengono premiati finché rimangono perfettamente leggibili. Fast fashion, silhouette flattering, micro-trend già approvati dall’algoritmo: tutto deve essere riconoscibile al primo sguardo. È come se chi li segue avesse stipulato con loro un contratto non scritto secondo cui possono crescere, ma non cambiare. Possono firmare campagne con le maison, partecipare alle fashion week, entrare nel mondo del lusso, ma devono continuare a sembrare le ragazze e i ragazzi che si riprendevano davanti allo specchio della propria camera. È una specie di nostalgia preventiva che trasforma qualsiasi evoluzione in un tradimento. Il problema arriva quando, inevitabilmente, entrano davvero nel fashion system. Arrivano gli stylist, gli inviti alle sfilate, gli showroom, gli archivi delle maison. Ed è proprio lì che qualcosa si rompe.
Il caso di Addison Rae, Emma Chamberlain e Gabbriette
Come racconta anche RUSSH, è successo ad Addison Rae, passata da reginetta naif di TikTok a popstar con un immaginario che pesca da John Waters, Petra Collins e Saint Laurent. Basta ricordare la quantità di commenti ricevuti per il reggiseno a forma di cigno scelto per gli MTV Video Music Awards del 2024. Il punto non era soltanto capire se quel look fosse bello o brutto, ma accettare che Addison Rae non fosse più la stessa persona che avevamo conosciuto sul nostro For You Page. Lo stesso vale per Emma Chamberlain, ormai presenza fissa al Met Gala e nelle prime file delle sfilate, il cui guardaroba fatto di Comme des Garçons, vintage e Maison Margiela continua a essere accolto con un misto di fascinazione e nostalgia per la Emma delle Vans e di Brandy Melville. Persino un look perfettamente coerente con la passerella di Miu Miu, come quello indossato da Alix Earle per la sfilata FW25 del brand, è stato giudicato sbagliato non perché fosse realmente fuori posto, ma perché non coincideva con l’immagine da bombshell che aveva costruito fino a quel momento. Lo stesso schema si ripete con la nuova generazione di It-girl digitali, da Gabbriette a Madeline Argy, sempre più integrate nel sistema del lusso e sempre meno facilmente riconducibili all’immagine con cui il pubblico le aveva scoperte su Instagram o TikTok. Come se il successo potesse essere una trasformazione, ma solo fino a un certo punto.
@molinailv0 Thoughts on the video? #alixearle #parisfashionweek #miumiu original sound - Molinailu
L’algoritmo ci ha insegnato a riconoscere le tendenze, non la moda
Negli ultimi anni gli algoritmi hanno costruito un’estetica fatta di categorie rigidissime (office siren, mob wife, coastal grandmother, eclectic grandpa) e soprattutto di ripetizione. Ogni estetica arriva già confezionata, con la sua palette, le sue scarpe, la sua borsa, persino il tipo di caffè da ordinare. L’obiettivo non sembra più essere sviluppare uno stile personale, ma riuscire a essere immediatamente riconoscibili all’interno di una categoria. Più un contenuto funziona, più viene replicato; più viene replicato, più ci sembra giusto. A forza di vedere la stessa immagine, finiamo per confondere ciò che è familiare con ciò che è bello. È anche per questo che molti commenti sotto gli outfit più discussi parlano quasi esclusivamente di quanto un look sia o meno “flattering”. Non si discute di silhouette, riferimenti, proporzioni, styling o ricerca estetica. Il parametro diventa uno solo: valorizza oppure no? E qui sta il paradosso. Internet continua a chiedere personalità agli influencer, salvo poi punire quelli che provano davvero a costruirsene una. Non dipende dal look in sé, ma dal fatto che non sappiamo più dove collocarlo. Ci aveva abituati a un’immagine precisa e, improvvisamente, ci costringe a rivedere la nostra idea di lui, di lei, di ciò che consideriamo cool. Perché la vera contraddizione della creator culture è che vogliamo che gli influencer abbiano uno stile personale, ma preferiamo che sia uno stile che sappiamo già riconoscere. Chiediamo originalità, purché sia familiare. Vogliamo qualcosa di nuovo, purché non ci obblighi a cambiare idea su cosa ci piace. E forse la moda, quella vera, comincia esattamente nel momento in cui smette di darci questa sicurezza.

























































