Diversità nei media: a che punto siamo? Spoiler: qualità e quantità non corrispondono

La diversità è entrata stabilmente nell'agenda dell'informazione e dell'intrattenimento italiani, ma la sua presenza non coincide necessariamente con una rappresentazione migliore. Le persone appartenenti a gruppi storicamente marginalizzati compaiono più spesso sui nostri schermi, ma continuano a essere raccontate attraverso stereotipi, semplificazioni e narrazioni che finiscono per rafforzare pregiudizi invece che scardinarli. È questa una delle conclusioni più significative del Diversity Media Report 2026, l'indagine realizzata dalla Fondazione Diversity insieme all'Osservatorio di Pavia, che ogni anno analizza come i media italiani rappresentano genere, etnia, disabilità, orientamento sessuale, età e aspetto fisico. Lo studio fotografa un panorama in cui la quantità delle rappresentazioni cresce, mentre la loro qualità arretra.

Più visibilità non significa più inclusione

Negli ultimi anni la parola "diversità" è diventata sempre più presente nel dibattito pubblico. Serie televisive, campagne pubblicitarie, programmi televisivi e telegiornali sembrano dedicare maggiore spazio a temi che fino a poco tempo fa erano quasi invisibili. Eppure, la ricerca evidenzia come questa esposizione non abbia prodotto un racconto più equilibrato. L'inclusione non si misura infatti contando quante volte compare una determinata categoria sociale, ma osservando il ruolo che le viene attribuito. Se una donna viene raccontata quasi esclusivamente quando subisce una violenza, se una persona migrante compare prevalentemente nelle pagine di cronaca nera o se una persona con disabilità è rappresentata soltanto come esempio di sofferenza o di eroismo, il risultato resta una narrazione parziale. Si tratta della differenza tra rappresentazione e rappresentazione di qualità.

I telegiornali continuano a privilegiare emergenze e conflitti

L'analisi ha preso in esame quasi 44 mila notizie trasmesse nel 2025 dai principali telegiornali nazionali. Circa il 42% contiene almeno un riferimento alle categorie analizzate dal report, ma la maggior parte di queste compare all'interno di servizi dedicati alla criminalità, ai conflitti internazionali o alle emergenze, insomma, uno scenario ben specifico. Donne, giovani e persone appartenenti a minoranze etniche vengono quindi raccontati soprattutto come vittime, colpevoli o soggetti coinvolti in situazioni di crisi. Il rischio esiste nel momento in cui alcune identità vengono associate quasi esclusivamente a determinati contesti e il pubblico finisce inconsapevolmente per costruire collegamenti automatici tra quei gruppi sociali e immagini negative. Parallelamente restano quasi assenti le storie che raccontano il contributo culturale, scientifico, artistico o professionale delle persone appartenenti a queste comunità.

Le grandi assenti: disabilità, persone LGBTQ+ e corpi non conformi

Se alcune categorie vengono rappresentate in modo distorto, altre continuano invece a essere quasi invisibili. Secondo il report, la disabilità, le persone LGBTQ+ e l'aspetto fisico rimangono tra gli argomenti meno presenti nell'informazione italiana. Quando trovano spazio, spesso accade attraverso linguaggi paternalistici o eccezionali, nei quali la persona viene definita esclusivamente dalla propria condizione anziché dalla propria individualità. L'effetto è quello che gli studiosi definiscono symbolic annihilation: ciò che non viene raccontato, o viene raccontato sempre nello stesso modo, rischia di essere percepito come marginale anche nella realtà sociale.

Anche cinema e televisione sembrano aver rallentato

Tra film, fiction, programmi televisivi, podcast e contenuti digitali analizzati, meno di un terzo raggiunge standard elevati nella rappresentazione della diversità. I personaggi appaiono spesso meno complessi rispetto agli anni precedenti e le storie tendono a evitare prospettive considerate "rischiose", privilegiando modelli narrativi tradizionali. Non tutti i settori, però, seguono questa tendenza. Podcast, creator digitali e produzioni dedicate a bambini e adolescenti risultano gli ambienti più innovativi, grazie alla presenza di autori che raccontano direttamente la propria esperienza e a una maggiore libertà rispetto ai formati televisivi tradizionali.

Il pubblico è più avanti dell'industria

Uno degli aspetti più interessanti della ricerca riguarda il rapporto tra chi produce contenuti e chi li guarda. Le segnalazioni inviate dagli utenti alla Fondazione Diversity mostrano che il pubblico tende a premiare racconti autentici e rispettosi delle differenze. Le persone sembrano quindi riconoscere con sempre maggiore facilità quando una rappresentazione è costruita su stereotipi e quando, invece, restituisce la complessità della realtà. È un dato che mette in discussione una convinzione ancora diffusa nell'industria culturale, ossia, quella secondo cui l'inclusione sarebbe un elemento capace di allontanare gli spettatori. Al contrario, le ricerche internazionali mostrano sempre più spesso che produzioni capaci di rappresentare la pluralità della società ottengono risultati positivi sia in termini di gradimento sia di impatto culturale.

Continua a leggere