
Donne a pezzi: dobbiamo davvero crollare per ritrovare noi stesse? La cultura popolare ci ha convinto che il dolore sia il prezzo da pagare per la scoperta di sé

“Credo sia impossibile conoscersi davvero finché non vai a pezzi”. Così Olivia Wilde ha raccontato, in una recente intervista a The Cut, il momento di rottura che ha vissuto dopo l’uscita del suo film Don’t Worry Darling. La sua è una frase che ci suona familiare. Negli ultimi anni l’abbiamo sentita pronunciare da attrici, cantanti, modelle e personaggi pubblici, in salse diverse ma il concetto resta quello: per trovare te stessa devi prima perderti. Come se il dolore non fosse semplicemente inevitabile ma proprio necessario e che, quindi, la sofferenza sia il prezzo da pagare per dar luce alla versione migliore di sé stesse.
Donne a pezzi: l’archetipo femminile a cui la cultura popolare non riesce a rinunciare
È un’idea che la cultura pop ci propina da tempo. Se il modello maschile da seguire è quello dell’uomo che non deve chiedere mai, l’eroe senza macchia con la soluzione in pugno, quello femminile parte da un bivio. Da un lato, la donna mite e fedele, dall’altro la donna spezzata che ritrova la retta via. E per trovare un esempio, c’è l’imbarazzo della scelta. Da Bridget Jones e la sua vita caotica e promiscua, a Frances Ha, travolta dai cambiamenti della vita. Le mie preferite, però, sono sicuramente la protagonista di Fleabag e il personaggio di Lena Dunham in Girls, Hannah.
Fleabag: la guarigione attraverso il cuore spezzato
Fleabag ha subito un lutto, doloroso, apparentemente insuperabile. Ha un rapporto tossico con il padre e la matrigna e di codipendenza con la sorella. La sua vita disordinata riflette la sua instabilità mentale ed emotiva, la sua incapacità di amare sé stessa e di superare i traumi generazionali e il senso di colpa che la perseguita. La bassa considerazione di sé stessa la porta a innamorarsi prima di uomini immaturi e non disponibili, e di un prete dopo, metafora perfetta della sua convinzione di non meritarsi un amore vero. La serie mostra una donna più che spezzata, completamente alla deriva, che solo attraverso la sofferenza e il confronto dolorosissimo con il suo passato, riesce finalmente a rimettere insieme i cocci di sé stessa.
Hannah Horvath e l’ascesa della messy woman
Hannah, in Girls, è l’esempio perfetto del trope della messy woman, la ragazza incasinata. Non sa badare a sé stessa, tratta male il suo corpo, vive in preda al caos e al disordine. Anche lei ha relazioni con uomini incostanti e insensibili, che la usano per il suo corpo e lei si convince sia l’unico modo per essere considerata e amata. Ha una salute mentale precaria e che non cura come dovrebbe. Rapporti tossici con cibo, amiche, alcol e famiglia. Anche in questo caso, una donna rotta e sregolata che solo dopo 6 stagioni di ferite e sofferenza, riesce a trovare la quadra della propria vita.
Perché siamo ossessionati dalle donne a pezzi
La fascinazione per le donne in difficoltà non è nuova e nasce sicuramente in risposta agli stereotipi asfissianti della madre e moglie perfetta. Già in Desperate Housewives ci divertivamo a guardare il caos nascosto dietro la facciata di perfezione. E, negli anni, sembra che la vulnerabilità e la dissolutezza siano diventati valori quasi imprescindibili per dipingere un’eroina femminile abbastanza relatable. Sono personaggi rassicuranti, ci raccontano che la sofferenza ha uno scopo, ogni crisi una motivazione, ci assicurano che un giorno questo dolore ci sarà utile. E questa promessa è diventata uno stendardo, un linguaggio (commerciale) inevitabile. Quante volte ci capita di leggere post e articoli che parlano di healing journey, guide per un glow up e trovare la versione migliore di noi stesse? Continuamente. Ogni difficoltà sembra debba sempre impartire una lezione, ogni trauma un insegnamento. Dai momenti difficili non basta uscirne perché bisogna uscirne trasformate.
La crescita non richiede sempre sofferenza
Tutto questo non è necessariamente negativo. È vero e indiscutibile che il dolore faccia parte della vita e, sicuramente, raccontare anche i momenti più bui dell’esistenza è necessario, oltre che utile. La vita patinata e perfetta, i meet cute romantici e il “vissero per sempre felici e contenti” sono senza dubbio una favola che ci siamo raccontati anche per troppo tempo. Quello in cui, forse, sbaglia la cultura pop contemporanea è confondere la trasformazione e la sofferenza, rendendole causa ed effetto una dell’altra. Certo, da una crisi si può uscire maggiormente consapevoli, più maturi e magari anche più grati. Ma a volte, purtroppo, dal dolore non se ne esce diversi ma semplicemente con più traumi. Così come la sofferenza non è sempre una condizione necessaria al cambiamento. Si può crescere anche grazie all’amore, la curiosità, gli incontri fortuiti, un viaggio, una passione o, semplicemente, lo scorrere del tempo. Solo che queste sono trasformazioni graduali, più lente, meno drammatiche e, di conseguenza, meno cinematografiche.
Non dobbiamo diventare donne a pezzi per diventare donne migliori
Forse Olivia Wilde ha ragione quando dice di aver imparato a conoscersi attraversando una fase dolorosa, ma sarebbe un errore trasformare un'esperienza personale in una regola universale. Non dobbiamo per forza spezzarci tutte quante per diventare persone migliori, è che le storie sul dolore hanno un potere narrativo che la serenità difficilmente può eguagliare.




















































