
Chi ha paura della felicità? Gli artisti non devono soffrire per farci sentire visti
In un’intervista pubblicata il 9 giugno, Gracie Abrams ha dichiarato di essere preoccupata che la propria felicità con l’attuale compagno, Paul Mescal, potesse spegnere la spinta principale della sua scrittura. Una paura legittima, che suggerisce però anche un’altra domanda, ben lontana dalle insicurezze di un’artista o dalla relazione tra due celebrities: quanto la cultura pop chiede agli artisti di soffrire in pubblico? Quanto ha questo a che fare con il nostro desiderio di comprensione e di ritrovarci nelle loro parole?
Perché gli album malinconici ricevono più elogi: da Taylor Swift a Olivia Rodrigo
I numeri sembrano parlare chiaro: gli album più celebrati e amati sono quelli dai toni più cupi, nati da una rottura, da una crisi, da un lutto o, nel caso di Folklore e di Evermore di Taylor Swift, addirittura durante un lockdown. Il gioioso e solare Lover della stessa, ad esempio, non ha avuto la stessa accoglienza. Sour è l’album con cui Olivia Rodrigo ha costruito gran parte del suo successo, basandosi sull’elaborazione pubblica di un cuore spezzato. Alcuni dei brani stessi di Gracie Abrams - come That’s so true o I love you, I’m Sorry - sono stati elogiati per la loro malinconia intrinseca e per la capacità di dare voce all’ambiguità, al tormento e all’ansia che una persona insicura può provare durante i momenti di fragilità relazionale o conflitto.
Il mito secondo cui la sofferenza equivale all'autenticità
C’è un non detto, dunque. Per sembrare autentica, sembra che un'artista debba mettere tutti i suoi sentimenti sul tavolo. Ma la gioia, la gratitudine, la stabilità, l’affetto nel suo senso più puro non ci risultano credibili. Sembra quasi che debbano confessare solo la loro sofferenza. Se non soffri, sembri falso. Sembri superficiale. I testi non hanno lo stesso fascino, ci sembra tutto troppo colorato, tutto troppo alieno rispetto a noi, accolto con sospetto e delusione.
Il bisogno di riconoscimento dell’ascoltatore
Il mercato, dopotutto, risponde ad un bisogno: quello di rivedersi, di ritrovarsi da parte degli utenti. Il dolore di un’altra persona diventa il contenitore del nostro. È da sempre uno dei motori di interesse nella musica. Nell’era dello streaming, però, tutto questo si è naturalmente amplificato. Non vogliamo essere più solo capiti, vogliamo anche che questo accada in tempo reale; milioni di persone proiettano la propria storia nei testi delle artiste e ciò crea quasi un rapporto distorto. Affidiamo alle artiste una parte della nostra storia e al contempo desideriamo che loro stiano male come noi. È, purtroppo, una inevitabile forma di possesso. E le artiste, che vi partecipino consapevolmente o meno, ne sentono il peso.
Anche la gioia può farci sentire compresi?
Una risposta a tutto questo si può forse trovare nelle parole che Aaron Dessner ha detto alla cantautrice: va bene scavare più in profondità in ciò verso cui si è naturalmente inclini, anche se dall'esterno sembra meno brillante. In altre parole, la crescita artistica non dipende dalla quantità di dolore disponibile, ma dalla profondità con cui si guarda a ciò che si è. E forse vale lo stesso per noi che ascoltiamo. Quello che cerchiamo davvero non è la sofferenza di qualcun altro, è il riconoscimento. È avvenuto con Beyoncé con Renaissance, a Chappell Roan con la sua orgogliosa stranezza. Niente di cupo, eppure milioni di persone si sono sentite viste lo stesso.
L’autenticità al di là del dolore
Il dolore è stato il canale più usato dagli artisti perché è immediato e universale, ma non è l'unico. Si può essere onesti anche dalla gioia. Il punto non è che le artiste smettano di scrivere di dolore. È che dovrebbero poter scegliere e noi dovremmo imparare ad accogliere quella scelta senza sentirci abbandonati.
