
La felicità è un atto politico, ne parliamo con Giulia Blasi Perché il benessere personale è inseparabile dalla politica, dalla società e dalla responsabilità collettiva
La felicità non è un fatto privato, né un obiettivo individuale da inseguire in solitudine. È, al contrario, una questione politica, culturale e profondamente collettiva. È da questa convinzione che nasce La felicità è un atto politico, l’ultimo libro di Giulia Blasi pubblicato da Rizzoli: un saggio che intreccia esperienza personale, analisi del presente e riflessione teorica.
I limiti della prospettiva individuale nella ricerca della felicità oggi
Blasi racconta che l’origine del libro è triplice: personale, politica e culturale. Il punto di partenza è un momento di forte fragilità individuale, coinciso con la rielezione di Donald Trump. "Stavo molto male, spiega, ero convinta che sarebbe stato un disastro e purtroppo, i fatti mi hanno dato ragione". All’epoca, ricorda, molte persone liquidavano quelle preoccupazioni come allarmismo. Ma gli anni successivi hanno mostrato quanto decisioni politiche sbagliate possano produrre danni concreti e sofferenza diffusa. È proprio da qui che prende forma una delle riflessioni centrali del libro: la nostra tendenza a giudicare ciò che “va bene” o “va male” solo sulla base della nostra esperienza personale, senza considerare ciò che accade fuori dal nostro perimetro immediato. Un limite di sguardo che, secondo Giulia Blasi, impedisce di comprendere l’infelicità come fenomeno collettivo e quindi di immaginare una felicità che lo sia altrettanto.
Le aspettative ci cambiano
L’infelicità, chiarisce l’autrice, non è una novità storica. Gli esseri umani sono sempre stati infelici per qualche motivo. Ciò che cambia, però, sono le aspettative e le possibilità concrete offerte da una determinata epoca. Un esempio emblematico è quello dei diritti delle donne: una donna dell’Ottocento poteva sentirsi soddisfatta all’interno di una vita che oggi definiremmo fortemente limitata, perché non aveva strumenti culturali e simbolici per immaginare altro. Una donna contemporanea, costretta nelle stesse condizioni, difficilmente potrebbe dirsi felice, perché percepirebbe con chiarezza il divario tra ciò che è possibile e ciò che le è consentito.
Cospirazione, identità e disagio collettivo
Secondo Blasi, l’infelicità contemporanea presenta caratteristiche specifiche. Negli ultimi anni, la manipolazione dell’informazione e dell’opinione pubblica ha raggiunto livelli di sofisticazione altissimi, lavorando sistematicamente sulle emozioni negative: paura, rabbia, risentimento. Emozioni che sono diventate strumenti centrali della propaganda politica e culturale. A questo si è aggiunto un trauma globale senza precedenti: la pandemia. Un evento che non è stato davvero elaborato e che continua a produrre conseguenze psicologiche e sociali profonde. In questo terreno fertile attecchiscono fenomeni come i culti identitari e complottisti, Giulia Blasi cita esplicitamente QAnon, o il culto della personalità costruito attorno a Trump. Tutti segnali di un disagio collettivo che trova sfogo in forme distruttive.
Perché la felicità è una questione politica
È qui che la felicità diventa, esplicitamente, un atto politico. La politica, intesa come organizzazione della vita comune, incide direttamente sulle condizioni materiali e simboliche che rendono possibile una vita felice. Le leggi sul lavoro, sugli orari, sul welfare e tanto altro modellano il nostro tempo, le nostre relazioni, la possibilità di prenderci cura di noi stessi e degli altri. Lavorare troppo, in contesti alienanti, è uno dei principali fattori di infelicità, come dimostrano numerosi studi che Blasi analizza nel libro. Pur non credendo nei cambiamenti radicali e improvvisi, l’autrice sostiene la necessità di ripensare gradualmente il sistema in cui viviamo. La felicità diventa una questione politica quando smettiamo di considerarla una faccenda privata e iniziamo a riconoscerla come una necessità primaria. Non si costruisce nell’isolamento né nell’accumulo di ricchezza, ma nelle relazioni, negli spazi condivisi, nel tempo liberato.
Accettare l'infelicità come parte della vita
Accanto alla dimensione collettiva, Blasi insiste però su un punto spesso rimosso dal discorso pubblico, ossia l’accettazione dell’infelicità. "Non si è sempre felici, dice, e bisogna accettare che, mentre si cerca la felicità, si attraversi anche l’infelicità". "Nella società dell’efficienza, osserva, il dolore non è contemplato. Stiamo male e ci viene detto che non abbiamo tempo per farlo, che dobbiamo reagire, performare, “goderci la vita”. Ma non esiste pienezza emotiva senza l’accettazione del dolore". Rivendicare il diritto di stare male, di chiedere aiuto, di riconoscere la propria fragilità è parte integrante della ricerca della felicità. Su questo punto, la scrittrice precisa che a suo parere le emozioni vanno vissute, non necessariamente performate. Una differenza generazionale, riconosce, ma anche una presa di distanza da una spettacolarizzazione del dolore che rischia di svuotarlo di senso.
La felicità come sopravvivenza collettiva
Infine, c’è il nodo forse più difficile: occuparsi della felicità degli altri. Non solo di chi ci somiglia o ci è caro, ma anche di chi ci infastidisce o ci appare ostile. "La differenza tra chi cerca la felicità e chi campa di rancore, osserva, è che il primo desidera il bene degli altri, non la loro scomparsa". Le persone che alimentano odio e distruzione sono spesso profondamente infelici, incapaci di trovare un posto costruttivo nella società. Prendersi carico dell’infelicità altrui non significa giustificare comportamenti violenti o distruttivi, ma interrogarsi sulle radici del disagio. Perché, come conclude Giulia Blasi, questa non è una questione morale: è una questione di sopravvivenza collettiva. La capacità di farsi carico dei bisogni degli altri è ciò che tiene insieme una società. Accettare che la felicità sia una responsabilità comune è il primo passo per immaginarla e, forse, un giorno, realizzarla.

















































