
Perché tutti vogliono un Fake Instagram (o finsta) Da Rachel Sennott a ad Addison Rae, gli account secondari, imperfetti e spontanei, sono diventati il nuovo status symbol della cultura pop
Passo una quantità di tempo probabilmente imbarazzante su Instagram. A volte perché sto procrastinando, a volte perché fa parte del mio lavoro, a volte semplicemente perché voglio sapere cosa sta succedendo. Negli ultimi mesi, però, mi sono accorta di una cosa che i post che riescono davvero a fermare il mio scroll non sono più quelli perfetti. Non sono le campagne moda, non sono i red carpet, non sono nemmeno i photo dump costruiti così bene da sembrare editoriali. Sono le cose inutili. Una borsa dell’acqua calda con sopra un unicorno. Un selfie venuto male. Una foto sfocata della cena. Un meme che capiscono forse cinque persone al mondo. È così che sono finita dentro l’account secondario di Rachel Sennott. Ed è così che ho scoperto che praticamente tutte le persone interessanti di internet sembrano avere un finsta, mentre io fatico a postare su quello OG. Da Addison Rae a Zara Larsson, passando per musicisti, modelle, designer e creative director, il Fake Instagram è diventato il posto dove succedono le cose più interessanti della piattaforma. O almeno, quelle che sembrano più vere.
Quando Instagram era ancora un po’ imbarazzante
Per chi ha vissuto l’adolescenza online negli anni Dieci, il finsta era quasi una reliquia sacra. L’idea era semplice: avevi un account principale dove pubblicare la versione ufficiale di te stessa e poi un account secondario, privato, spesso nascosto dietro un nome assurdo, dove caricavi tutto quello che non sarebbe mai sopravvissuto al feed principale (o che volevi nascondere da occhi indiscreti). Foto orribili. Pensieri scritti alle due di notte. Meme sulla depressione. Screenshot imbarazzanti. Selfie scattati dal basso. Tutto ciò che oggi farebbe venire un infarto a qualsiasi social media manager. La parte importante era che nessuno stava cercando di diventare virale. Anzi, più il pubblico era piccolo meglio era. Il finsta non serviva a costruire una personalità online. Serviva a smettere di costruirla per qualche minuto.
Il nuovo flex? Avere un account che sembra non importare a nessuno
Oggi questi account sono tornati, ma in una forma leggermente diversa. Perché tecnicamente quelli di Rachel Sennott, Addison Rae, Sarah Pidgeon o Zara Larsson non sono veri finsta. Sono pubblici. Li puoi trovare. Puoi seguirli. Puoi persino parlarne in un articolo, come sto facendo io in questo momento. Eppure funzionano perché replicano perfettamente l’atmosfera del vecchio Fake Instagram. Mentre il profilo principale mostra la campagna pubblicitaria, quello secondario mostra le reference. Mentre il feed ufficiale racconta il personaggio, il finsta racconta le sue ossessioni. Una foto dei piedi. Uno screenshot salvato per caso. Un piatto di pasta mezzo mangiato. Un meme incomprensibile. Niente di tutto questo dovrebbe attirare la nostra attenzione. E invece lo fa. Perché dopo anni passati a guardare contenuti perfettamente ottimizzati, qualsiasi cosa sembri leggermente fuori controllo diventa immediatamente magnetica. Così, l’account davvero interessante non è quello che compare ovunque. È quello che scopriamo per caso.
La cosa più desiderabile online è sembrare scoperti per caso
Se i vecchi finsta erano nati per sfuggire alla costruzione dell’immagine personale, quelli di oggi sono diventati una delle sue forme più sofisticate. Ma forse non importa. Perché quello che stiamo cercando quando seguiamo questi account non è necessariamente autenticità. È la sensazione che dietro il profilo esista ancora una persona che fotografa cose inutili. Che salva meme assurdi. Che posta una foto sfocata semplicemente perché le andava di farlo. Che sia tutto spontaneo o accuratamente costruito è quasi secondario. Come le migliori fantasie di internet, basta che sembri vero. Così continuiamo a cercare i Fake Instagram delle celebrity perché per un secondo ci fanno credere che esista ancora un angolo del web che non sia stato completamente addomesticato. O, almeno, che noi siamo stati abbastanza fortunati da trovarlo prima degli altri.





















































