Qual è il volto che vediamo allo specchio? Il nostro viso è diventato il software che aggiorniamo più spesso, ma non lo abbiamo mai visto davvero

Mi guardo allo specchio. Lo sguardo corre da una parte all’altra del viso. Si sofferma rapido tra le sopracciglia che sembrano sempre diverse, una lentiggine che non ricordavo, le occhiaie, una ruga nuova che ieri, giuro, non c’era. Controllo, confronto, aggiorno. Mi chiedo se è davvero questa la mia faccia o se è solo l’istantanea di un’immagine che cambia continuamente. La verità è che nessuno ha mai visto il proprio volto. Lo specchio lo ribalta, i selfie e i filtri lo correggono, le fotografie congelano un istante, mentre gli altri ci vedono da un’angolazione che non sperimenteremo mai. Persino il ricordo che abbiamo della nostra faccia è una costruzione mentale, continuamente riscritta dalla memoria, dall’autostima e da come desideriamo essere percepiti. Il risultato? La persona che crediamo di conoscere meglio è forse quella che abbiamo osservato meno

Il nostro cervello usa Photoshop da molto prima di Adobe: il mental self-portrait

Il primo filtro non l’ha inventato Instagram. L’ha inventato il cervello. Gli psicologi lo chiamano mental self-portrait, una specie una fanfiction che mescola ricordi, autostima e personalità. È il volto che crediamo di avere, non quello che gli altri vedono. Ed è profondamente bugiardo. Lo dice la scienza. Se ci percepiamo brillanti, sicuri, desiderabili, immaginiamo inconsapevolmente un volto più aperto, più affascinante, quasi più simmetrico. Se invece ci sentiamo fuori posto, anche la nostra immagine mentale si contrae. È come se il cervello usasse un filtro di bellezza emotivo. Forse è per questo che le fotografie ci sembrano sempre sbagliate. Perché mostrano un volto che non coincide con la storia che raccontiamo a noi stessi. Anche perché quella storia viene continuamente riscritta da schermi, algoritmi e trend estetici. In pratica, facciamo il refresh anche della nostra faccia.

Da volto a interfaccia

Il filosofo Emmanuel Levinas sosteneva che il volto fosse il luogo dell’incontro con l’altro. Non qualcosa da interpretare, ma qualcosa che ci mette in crisi. Un volto ci obbliga a riconoscere che davanti a noi esiste una persona irriducibile, mai completamente leggibile. Ogni tecnologia contemporanea, invece, vuole solo classificare, prevedere, archiviare, migliorare. Per Instagram il volto è un’estetica globale, riconoscibile come una Birkin o una sneaker in edizione limitata: zigomi alti, labbra volumizzate, pelle senza pori, mascella scolpita, espressione neutra. Per gli algoritmi il volto è un dataset. Le emoji riducono migliaia di espressioni possibili a poche decine di faccine standardizzate. Le AI promettono di riconoscere le emozioni da una microespressione. I software di riconoscimento facciale decidono se siamo noi prima ancora che noi possiamo dire di esserlo. È il ritorno della fisiognomica, quella che pretendeva di leggere l’anima dai lineamenti, solo che oggi ha un’interfaccia decisamente migliore.

Abitare il nostro volto

Forse il problema non sono i filler, i filtri, i selfie. Né modificare il nostro volto. Lo abbiamo sempre fatto. Trucco, acconciature, barba, maschere, ritratti, chirurgia… ogni epoca ha riscritto la faccia umana secondo i propri codici estetici. L’errore è guardarci come fanno le piattaforme. Cercando simmetria invece di presenza, performance invece di espressione, ottimizzazione invece di identità. Abbiamo dimenticato che il volto non è qualcosa da vedere. È qualcosa che accade. Cambia ogni volta che proviamo un’emozione, incontriamo qualcuno, attraversiamo il tempo. Arrossisce. Si stanca. Cambia espressione a metà frase. Rivela emozioni che non avevamo intenzione di mostrare. Dice cose prima delle parole. Continuare a essere disperatamente vivo mentre noi, con l’ostinazione di chi aggiorna un’app ogni tre giorni, continuiamo a cercare la versione definitiva di qualcosa che, per fortuna, definitiva non sarà mai.

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