Quando fotografare di nascosto le donne è così normalizzato che diventa "arte" Oltre il caso Ray Banhoff

Stavo vivendo il mio weekend nei limiti delle possibilità di vivere un weekend in una città con le temperature massime a 36 gradi. Stavo, dunque, pranzando al sushi più climatizzato (e buono) della zona. Tra un ordine fatto dal tavolo tramite qrcode e l'altro, mi sono distratta e sono entrata su Instagram. Abitudine, purtroppo. Qui, sono stata bombardata da un contenuto che diverse persone che seguo avevano condiviso nelle storie. Un video di aesteticasovietica, nello specifico, in cui un uomo (adulto, un elder millennial mi spingerei a dire, anche se non ne ho certezza) spiegava con grande sussiego di questo suo "progetto artistico" risalente al 2015 in cui pedinava (la parola "pedinamento" la utilizza lui stesso) le donne e le fotografava a loro insaputa. Questo atto, sempre secondo lui, scatenava una certa "esplosione di sensualità".

Sono, dunque, stata sorpresa dal racconto di una violazione bella e buona, venduta dall'uomo come "amore per le donne" (al massimo è feticizzazione e voyeurismo) e contestualizzata dalla pagina di denuncia come, appunto, abuso. Sorpresa, probabilmente, proprio come le stesse donne oggetto di queste fotografie che, a rendere più grave una situazione già grave, poi venivano mandate in un gruppo Whatsapp con gli amici, per - ancora, cito testuale - fare un "esperimento goliardico" quando "depressi" al mattino andavano al lavoro. 

Street photography o voyeurismo sessista?

Qui la situazione si complica. C'è, infatti, chi dice che questo comportamento avvenga - visto che il soggetto è Ray Banhoof, fotografo e (ex?) editor di L'Espresso - nei limiti della street photography o fotografia di strada, genere fotografico che vuole riprendere i soggetti in situazioni reali e spontanee in luoghi pubblici al fine di evidenziare aspetti della società nella vita di tutti i giorni C'è chi dice, invece, che trattandosi di immagini volutamente equivoche (sotto la gonna, per intenderci) e poi per di più condivise con gli amici, si tratti di altro. Dove sta la legge e dove la consuetudine?

Fotografare persone in luogo pubblico è illegale?

Fotografare persone in un luogo pubblico non è automaticamente illegale. Lo diventa, in alcuni casi, quando si parla della pubblicazione e diffusione delle immagini. In questo caso, infatti, entra in gioco il diritto all'immagine (art. 10 c.c. e artt. 96-97 della legge sul diritto d'autore). Per diffondere le foto serve una liberatoria. Ci sono delle eccezioni, come ad esempio le finalità artistiche, giornalistiche, culturali. Chi decide quando le eccezioni entrano in essere? Ogni caso va valutato singolarmente, nel concreto. Quando si parla di foto di parti intime (negli esempi troviamo anche glutei) scattate senza consenso e normalmente non visibili, ancora, il discorso cambia ulteriormente. Non esiste in Italia un reato specifico di upskirting o voyeurismo (come esiste, invece, ad esempio in Inghilterra e in Giappone), esistono quelli di violenza sessuale, violazione della privacy, trattamento illecito di dati personali, molestie, diffusione illecita di immagini, che però possono essere applicati solo in alcuni casi, che vanno valutati singolarmente. 

Oltre la legge: il sessismo e la sensazione di insicurezza 

Il tempismo è tutto. Questa video-intervista, infatti, arriva proprio dopo lo scandalo del dipendente ATM che era stato sorpreso a fotografare donne e a condividere gli "scatti rubati" con i colleghi. Le cose che emergono sono, principalmente, due. In primis, e purtroppo come al solito, c'è la questione patriarcale e sessista. Non è, infatti, un caso che per entrambi gli scandali presi in considerazione (e non stiamo qui a parlare dei gruppi Telegram e Facebook in cui mariti, parenti, conoscenti, amici condividono foto delle donne della loro vita con un gruppo di uomini e si lanciano poi in commenti osceni) siamo di fronte a uomini che fotografano donne. Lo avrebbero fatto con degli altri uomini? Probabilmente no. Perché la volontà di violare la donna arriva da una voglia di dominarla fisicamente e idealmente, da una sete di potere che - quando non si può esprimere con la forza - si esprime sul piano dell'immagine rubata. Della foto sotto la gonna. Poi, il trofeo viene condiviso. E qui si rende chiara tutta la volontà di sopraffazione nascosta in questo gesto, specchio della disuguaglianza esistente. La frustrazione di un potere che non si riesce a esercitare in altri luoghi, ma che fu promesso all'uomo sulla donna. Allo stesso modo, che ci sia uno squilibrio è reso ancora più chiaro dal fatto che questa persona questa cosa la racconta con serenità, citando autori e ponendosi in una posizione di superiorità culturale. Come se questo lo legittimasse o giustificasse. 
 
@jillian.lawler I hate it here… #justagirl #creep #subway original sound -
 
E da qui parte un'altra riflessione, la seconda, più ampia e più sfumata. Quanto abbiamo, anche a nostro stesso svantaggio, normalizzato il gesto di fotografare qualcuno in giro per il mondo e di pubblicarlo sui nostri profili social? Scorrendo tra le storie, infatti, io trovo spesso scatti rubati in metro e pubblicati dai miei contatti. Alcuni sono molto carini, si tratta di mani di amanti, libri, cagnolini (esiste anche una pagina dedicata, cagnettisuimezzi) altri lo sono un po' meno. Purtroppo, infatti, alcune volte queste immagini vengono condivise per derisione e per curiosità, per gossip. E qui troviamo persone sovrappeso, vestite "male", che hanno scarpe buffe, che si stanno comportando in maniera stravagante. E non è giusto, neanche in questi casi anche se sono diversi, anche se nascono da spinte diverse, meno sistemiche. Anche perché non conosciamo e non possiamo conoscere lo stato (mentale, sociale) della persona che stiamo andando a immortalare per motivazioni molto meno che nobili. La domanda è: riusciamo ad agire di buonsenso e a limitare questi comportamenti? Quanto questo atteggiamento, purtroppo molto diffuso, se affiancato al sessismo pre-esistente, contribuisce a rendere normale un comportamento che normale non è, anzi, nel migliore dei casi è di cattivissimo gusto?

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