
"Sono ossessionata dal creare cose nuove" Intervista a Chiara Pannozzo

"Ciao, sono Chiara, sono una cuoca e sono ossessionata dal creare cose nuove e dallo scoprire tutto ciò che riguarda il mondo della ristorazione" così inizia la nostra conversazione con Chiara Pannozzo, che forse avete visto al fianco di Stanley Tucci in Tucci in Italy, cooking show in cui l'attore - appassionato da sempre di cultura culinaria nostrana - si imbarca in una ricerca culinaria per esplorare il legame tra il cibo, la terra e la gente del Paese che ama, l'Italia.
Intervista a Chiara Pannozzo
La prima domanda verte proprio su di lui: "Lavorare al fianco di Stanley Tucci per me è stata una bellissima occasione. Mi sono messa alla prova nel dover spiegare qualcosa che apparteneva alla nostra italianità, ma secondo la mia visione personale, a una persona che proveniva da un altro settore e da un'altra cultura". Dalle primissime frasi, capiamo che Chiara ha tantissimo da dire, talmente tanto che parla velocissimo e gesticola moltissimo. Dentro di lei, a cavallo tra tecniche di cucina e contemporanee modalità di comunicazione, c'è un mondo: "Oggi, passato un po' di tempo, mi rendo conto di quanto sia stata fortunata a essere inserita in una sua puntata sulle eccellenze italiane. Lui si è dimostrato una persona estremamente genuina: è rimasto affascinato dalla mia giovane età e dal desiderio che avevo di trasmettergli la mia idea di 'mangiar bene' attraverso il piatto che gli ho preparato".
Una chef contemporanea che non ama definirsi chef
Chiara non ama definirsi una chef, ma si definisce ossessionata dal creare cose nuove. "Questa ossessione per me è iniziata prima di tutto come un dovere. Ho cominciato facendo la gavetta, quella dal basso, lavando i piatti. Poi, siccome nasco come una persona molto curiosa, col tempo ho iniziato a relazionarmi con colleghi che ne sapevano più di me". Una storia di successo, dunque, quello che arriva quando qualcosa che fai per dovere diventa una passione: "Lì è scattata l'ossessione: la voglia di dover sapere sempre più cose, di informarmi, di curiosare in giro per l'Italia tra libri, ricette, video e materie prime. Ad oggi è diventata la mia capacità principale: se non creo cose nuove sto male e mi deprimo". Per creare, le ispirazioni sono più ampie di quanto si possa immaginare: "Quando sono arrivata a Milano a 19 anni non avevo una cultura artistica, così nei giorni liberi ho iniziato ad andare a mostre e comprare riviste. Ho iniziato a osservare le opere d'arte, i colori e le texture, sviluppando un'identità visiva molto forte" rivela. "Oltre al gusto, per me l'estetica è fondamentale. Cerco di capire come ogni singolo elemento si combina con gli altri, sia nelle preparazioni complesse che in quelle semplici. Di recente in Sicilia ho unito pomodoro, gelso e sciroppo di carrube per accompagnare il pranzo: un abbinamento inaspettato tra acido e dolce che crea un piatto semplice ma capace di far dire 'wow' a chi lo assaggia".
Nel discorso, vengono fuori diverse volte parole come dovere. Le chiediamo, dunque, se sente di avere una qualche sorta di missione. "Assolutamente sì" risponde senza esitare. "Voglio trasmettere le conoscenze che apprendo alle persone che lavorano al mio fianco o a chi mi segue, in modo che, quando decideranno di fare il loro percorso, possa essere un arricchimento per loro. La missione sta nell'approccio: insegnare agli altri qualcosa di nuovo, proprio come continuo a fare io per me stessa". E questa missione passa anche dai social media. Chiara, infatti, ha un buon seguito su Instagram e ha lanciato un format su YouTube che si chiama Parla come Magni.
Chiara Pannozzo su YouTube: Parla come Magni è la sua missione
Ce lo descrive così: "Il mio format nasce dalla voglia di raccontare cosa c'è dietro al prezzo sullo scontrino: le persone, il lavoro e il sacrificio che servono per creare quella materia prima. Non volevo fare semplici interviste parlate, così ho deciso di lavorare fianco a fianco con i produttori, che si tratti della pesca con la lampara, della produzione della ricotta o della raccolta dei pomodori. Voglio far vedere a tutti il valore reale di ogni mestiere, per creare approfondimento, consapevolezza e rispetto verso il cibo, evitando gli sprechi e i giudizi superficiali". Chiaro, no?
Scopriamo, in questa sede, che Tucci in Italy non è la sua prima esperienza sul piccolo schermo. "In passato feci un programma tv di cucina, all'epoca ero contro Instagram, mi dava fastidio l'idea di dover dimostrare di essere qualcuno tramite uno schermo" ammette e rivela. "Poi ho capito che ci sono vari modi per utilizzare i social. Quello che mi porta avanti nel lavoro è la creatività e la curiosità: quando un cuoco smette di essere curioso è un po' morto, perché è il bello di un lavoro creativo" e poi continua: "Quindi, ho iniziato a mostrare quello che facevo per il gusto di condividerlo: il piatto nuovo, l'ingrediente scoperto in un posto, da mostrare ai colleghi per appassionarli". E anche questa è una missione.
La cucina sui social media: cosa ne pensa una chef?
I social media, però, hanno anche un lato oscuro, o forse fastidioso. Quello dei trend e dei microtrend, dei contenuti fatti apposta per la viralità, della performance. E il mondo food non ne è esente, anzi. "Chi fa questo mestiere affronta un percorso formativo fatto di sacrifici. Oggi non trovo corretto vedere persone a casa che fanno video senza avere idea di ciò che stanno facendo. Ma la cosa che mi fa più male in assoluto è lo spreco di ingredienti e di materia prima. Si è perso il valore del cucinare e della manualità" dice, ora con una certa amarezza.
I trend, poi, non esistono solo sui social. Si allargano anche ai ristoranti vecchi e nuovi, soprattutto in una città come Milano, dove Chiara Pannozzo vive e lavora. "Milano è un po' la capitale dei trend" racconta. "Spesso si pensa più all'immagine - al piattino d'acciaio, al locale alla moda - e al prezzo elevato, che non dà un valore reale a quello che c'è davvero nel piatto. Quando vado a mangiare fuori voglio fare un'esperienza di gusto e di sapere, voglio tornare a casa con un'idea in più" conclude, dandoci uno spunto non da poco sul modo in cui fruiamo le nostre cenette fuori. Spunto che si allarga ai suoi chef preferiti, o quelli da cui ha preso ispirazione (e da cui, quindi, possiamo farlo anche noi): i suoi nomi sono Alex Atala, brasiliano, e Valentin Amine Raffali, franco-marocchino.
Le ultime domande, come al solito, vertono sul futuro e su una nuova generazione di chef, o meglio di cuochi. Questo il suo consiglio a una persona che vuole entrare nel settore: "Consiglio di non scappare, anche quando gli chef sono bruschi. Per arrivare a grandi traguardi ci vuole il giusto percorso: da giovane volevo tutto e subito, ma crescendo ho capito che preferisco metterci tutto il tempo del mondo e arrivare solida e felice, piuttosto che ottenere tutto velocemente e poi annoiarmi o bruciarmi".
Nel suo futuro, una nuova casa... nel senso di una nuova cucina, ovviamente. "Voglio fermarmi di nuovo nella cucina di un ristorante, voglio esprimermi ogni giorno, perché ho bisogno di quella stabilità e di quella routine che ho sempre avuto. Poi vorrei collegare sempre di più il mio format video al posto in cui lavoro, per mostrare tutti i prodotti che porto in tavola, raccontando le persone che li realizzano. E in futuro mi piacerebbe portare questo tipo di divulgazione e di esplorazione culinaria anche in tv, rendendola accessibile a tutti e non solo agli addetti ai lavori".
























































