E se la smettessimo di pensare al maschile? Intervista a Sandrine Zufferey, linguista francese e speaker del festival di traduzione Babel

Le parole fanno le cose. In una società maschilista e patriarcale, ad esempio, anche l'uso del maschile sovraesteso è portatore di qualcosa, anche se non vorremmo che lo fosse. Quando si parla di traduzione, la questione linguistica si complica ulteriormente, come è facile immaginare. Nell’ambito di Babel, festival di letteratura e traduzione di Bellinzona, sabato 19 settembre alle ore 15.30 si terrà presso l’Officina Nephos il dialogo fra Sandrine Zufferey e Lorenzo Ciccione dal titolo "La parola dà forma al pensiero? E se la smettessimo di pensare al maschile?". Coordina l’incontro Lara Ricci. Alla vigilia dell'inaugurazione di Babel, abbiamo intervistato Zufferey. Questo è quello che ci ha raccontato. 

Intervista a Sandrine Zufferey, linguista francese e speaker del festival di traduzione Babel

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Insegno linguistica francese all’Università di Berna in Svizzera e sono specializzata nelle questioni che riguardano lo studio del linguaggio e della società. Mi occupo anche delle categorie di genere, di come sono rappresentate in francese e non solo, analizzando i modi in cui le lingue possono indurci ad avere una rappresentazione distorta della realtà, a discapito della parità di genere. A tal fine, collaboro con esperti ed esperte in psicologia per studiare le rappresentazioni mentali dei parlanti: in che modo si formano nella mente? Come si trasmettono agli altri attraverso il linguaggio? Un tema di grande attualità emerso di recente dalla nostra ricerca riguarda l’impatto del linguaggio inclusivo nel cambiamento di tali rappresentazioni (spoiler: aiuta moltissimo a formare rappresentazioni più eque, rispetto all’uso delle sole forme al maschile!). Questi studi hanno inoltre dimostrato che i testi scritti con una lingua inclusiva e rispettosa della parità di genere non sono affatto più difficili da leggere o comprendere, un classico argomento spesso avanzato da chi desidera vietarne l’uso. 

Quando si parla di parità di genere, in che misura il ricorso automatico alla forma maschile contribuisce effettivamente a consolidare i nostri pregiudizi quotidiani?

L’uso delle forme maschili come generica rappresentazione di tutti gli esseri umani è molto pregiudizievole per le donne (e per altri gruppi sociali che non si identificano con la mascolinità), poiché contribuisce alla loro invisibilizzazione. A dimostrarlo ci sono numerosi studi condotti negli ultimi quarant’anni. Ad esempio, se la domanda: "Cita il nome di cantanti che conosci" viene formulata utilizzando la forma maschile francese (chanteurs) o la forma doppia (chanteuses et chanteurs), la percentuale di donne menzionate nella risposta varia drasticamente. In media, le persone pronunciano solo il 20% di nomi di donne nel primo caso, contro il 40% se nella domanda si specificano entrambi i generi. In pratica il doppio! Allo stesso modo, quando viene chiesto alle persone quale sia la percentuale di donne in una data professione, ad esempio tra i meccanici o gli infermieri, il valore riferito è sempre inferiore quando il gruppo viene indicato solo con la forma maschile, indipendentemente dallo stereotipo a esso associato. Tutto ciò dimostra che l’uso di una forma maschile porta le persone a pensare nello specifico agli uomini e non a tutti gli esseri umani, contrariamente a quanto sostengono i difensori del maschile sovraesteso. Ma ciò che è peggio è che la forma generica maschile non solo induce le persone a non pensare alle donne, ma fa sì che le donne stesse non si vedano rappresentate. Di conseguenza, che si perdano delle opportunità, ad esempio non candidandosi a un annuncio di lavoro formulato con una forma maschile o, nel caso delle ragazze, non scegliendo determinati indirizzi di studio presentati nella forma maschile.

In rete, le parole associate alle donne sono sempre legate all’aspetto fisico e alla sessualità, mentre quelle legate agli uomini rimandano alla ricchezza e all’autorità. Quanto in profondità questa narrazione pervade la nostra grammatica e come possiamo sradicarla? 

Diversi studi che hanno analizzato enormi quantità di testi provenienti da Internet hanno in effetti rilevato che gli attributi tipicamente associati alle parole donna e uomo differiscono in modo sorprendente, anche nel decennio in corso. Le parole più di frequente associate a «uomo» sono: «ricco», «coraggioso» e «onesto», mentre per le donne queste parole sono: «bella», «sexy» e «formosa»… Quello che forse sorprende di più è uno studio che ha messo a confronto 45 lingue, considerando la codifica del genere a livello grammaticale. La differenza sostanziale tra le lingue è questa: le lingue che hanno il genere grammaticale, come il francese, assegnano un genere a tutti i sostantivi, mentre in altre lingue, come il finlandese, il genere non rientra nella grammatica. Questa differenza è rilevante per la rappresentazione delle donne: nelle lingue che prevedono il genere grammaticale, le parole che si riferiscono agli uomini, come lui o padre, sono usate più spesso in contesti positivi rispetto alle parole che si riferiscono alle donne, mentre nelle lingue senza genere non sono state riscontrate differenze altrettanto significative. Inoltre, le persone bilingui che parlano sia una lingua con genere grammaticale sia una senza, esprimono un grado maggiore di sessismo quando svolgono un compito utilizzando la lingua con genere grammaticale! In sintesi, possiamo affermare che l’impatto della grammatica è profondo e difficile da sradicare… quindi non sono sicura che sia possibile davvero eliminarlo del tutto. Ma in ogni caso, l’obiettivo di un linguaggio equo dal punto di vista del genere è ridurre questi pregiudizi.

Linguaggio inclusivo e pronomi neutri: una moda o una rivoluzione totale? 

Non credo che il linguaggio inclusivo rappresenti una rivoluzione totale nel modo in cui usiamo la lingua. In molti casi, si tratta semplicemente di utilizzare forme che molti di noi usavano già frequentemente, come le forme doppie in cui al maschile si aggiunge il femminile. Ad esempio, la formula di saluto "Mesdames, Messieurs" in francese era comunemente usata molto prima che diventasse una raccomandazione del linguaggio inclusivo. In realtà, molte persone che si oppongono fermamente all’uso del linguaggio inclusivo hanno opinioni errate. Temono che la lingua che conoscono venga completamente stravolta in peggio, ma, ancora una volta, in molti casi si tratta semplicemente di utilizzare risorse già esistenti. Un altro buon esempio in francese è l’uso di forme femminili per determinate professioni, come "l’avocate", "l’autrice", "la juge". Queste forme furono comunemente usate fino al XVII secolo, ossia fino a quando fu considerato inappropriato che le donne intraprendessero queste carriere, e pertanto, vennero progressivamente eliminate dalla lingua per far capire alle donne che non erano benvenute in questi ambiti. C’è chi si scandalizza per l’"invenzione di nuove forme" come "autrice", ma in realtà stiamo semplicemente recuperando l’uso di una forma che già esisteva in latino. I pronomi di genere neutro sono effettivamente nuovi, ma le esperienze dei Paesi che li utilizzano da diversi decenni dimostrano che finiscono per essere ben accettati.

Se l’IA viene alimentata da un internet sessista, come faremo a sistemare il futuro? 

Si tratta di una questione fondamentale. L’IA riflette i nostri pregiudizi, e gli studi hanno dimostrato che, tra gli altri, ci sono anche quelli sessisti. L’unica via possibile è controllare i dati di input che utilizziamo per addestrare questi modelli. Nel futuro prossimo, questo significa assicurarsi che i contenuti provenienti dalla manosfera e da altre fonti apertamente sessiste non vengano inclusi. Ma non basterà a risolvere il problema, poiché i materiali sessisti si trovano spesso in fonti insospettabili, come i forum di discussione. Anche istruire le chatbot basate sull’intelligenza artificiale a non partecipare a conversazioni su argomenti non etici è un passo avanti, e questo aspetto viene migliorato di continuo. Nel lungo termine, si tratta di continuare a educare le persone per renderle consapevoli dei pregiudizi sessisti e ridurne la presenza nei testi che tutti noi produciamo. Ma non esistono soluzioni semplici alla questione.

Babel si occupa di traduzione, attraversamento di confini e cambio di prospettiva. Ma cosa succede quando traduciamo tra lingue che pensano il genere in modi totalmente diversi? 

Da un punto di vista linguistico, la traduzione da una lingua senza genere a una con il genere grammaticale e viceversa pone diverse problematiche, poiché le lingue del secondo tipo attribuiscono maggiore importanza alle rappresentazioni di genere. In altre parole, si tratta di una categoria più rilevante per i loro parlanti. Infatti, quando gli studenti che parlano una lingua senza genere iniziano a imparare una lingua che ha il genere grammaticale, incontrano molte difficoltà nell’integrare le informazioni relative al genere, ad esempio durante la lettura, fornite in un testo tramite l’uso di pronomi femminili o maschili. Non solo. Lo fanno con un’incidenza maggiore rispetto agli studenti dello stesso livello che però parlano lingue che prevedono il genere grammaticale. E questa differenza comincia già nella prima infanzia: i bambini esposti a una lingua con genere grammaticale identificano il proprio genere (maschio o femmina) in media un anno prima dei bambini che crescono in un ambiente linguistico senza genere. Tutto ciò dimostra ancora una volta che, per chi parla una lingua con genere grammaticale, il genere è una categoria molto rilevante che deve essere monitorata ogni volta che si produce una frase (ricordiamo che tutti i nomi sono assegnati a una categoria di genere, persino gli oggetti). Al contrario, anche la traduzione da una lingua con genere grammaticale a una senza genere pone delle problematiche, perché alcune informazioni si perdono. Un esempio calzante: il genere grammaticale degli oggetti viene spesso confuso con gli attributi sociali del genere biologico. In francese, il sole è maschile (le soleil) e la luna è femminile (la lune). In molti casi, questo aspetto viene utilizzato per immaginare una storia d’amore tra i due, in cui il sole ricopre il ruolo tipicamente maschile di sedurre la luna, raffigurata come una donna timida. È difficile rendere tutto questo in una lingua senza genere!

È solo una questione di sintassi, o stiamo traducendo una visione diversa del patriarcato e dei ruoli di genere?

Decisamente no, non si tratta solo di una questione di sintassi e gli aspetti linguistici rappresentano difficoltà molto concrete e spesso spinose per i traduttori. Ma naturalmente, il modo in cui le società concepiscono i ruoli di uomini e donne va ben oltre queste rappresentazioni linguistiche, anche tra persone che scrivono nella stessa lingua. Ad esempio, il romanzo Les impatientes, scritto in francese dall’autrice camerunese Djaïli Amadou Amal, descrive la situazione delle donne che vivono nel Sael, una realtà molto diversa da quella delle altre comunità francofone. Il romanzo ha vinto nel 2020 il Prix Goncourt assegnato dagli studenti delle scuole superiori, il che dimostra che scoprire la realtà di queste donne è stato molto significativo per loro. Quindi sì, la traduzione offre anche l’opportunità di scoprire altre culture, e a volte richiede l’aggiunta di note specifiche per garantirne una comprensione più profonda. Per me quello della scoperta delle letterature del mondo è sicuramente uno degli aspetti più emozionanti della traduzione!

Babel è diretto da Lara Ricci e Anna Schlossbauer. Programma e biglietti su www.babelfestival.com.

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