Perché Miley Cyrus ha detto no al Coachella? Apparentemente, c'entrano i legami anti-LGBTQ+ del festival più social del reame

Miley Cyrus annuncia il suo decimo album, Bass Persuades, in uscita il 18 settembre 2026, insieme a due concerti speciali all’Hollywood Bowl di Los Angeles, il 16 e il 18 ottobre. Un ritorno alla dimensione live che arriva dopo anni in cui Miley aveva lasciato intendere di non avere particolare interesse a tornare a una lunga attività concertistica.

Miley Cyrus non si esibirà al Coachella

Allo stesso tempo, però, comunica di aver rifiutato un’offerta per essere headliner di Coachella 2027. A riportarlo è Hits Daily Double, testata specializzata nell’industria musicale, secondo cui Miley era tra gli artisti considerati per uno dei posti più importanti del festival californiano, ma avrebbe deciso di non accettare. Non esiste, al momento, alcuna dichiarazione pubblica di Miley che attribuisca il rifiuto di Coachella ai rapporti del festival con organizzazioni anti-LGBTQ+, ma ci sono dei legami che ci portano a pensarlo.

Perché Coachella viene associato alle organizzazioni anti-LGBTQ+

Il problema risale soprattutto alla proprietà del festival. Coachella è organizzato da Goldenvoice, società acquisita nel 2001 da AEG, il colosso dell’intrattenimento controllato dal miliardario statunitense Philip Anschutz che negli anni è finito al centro di una lunga controversia sui finanziamenti a organizzazioni conservatrici con posizioni fortemente criticate dalla comunità LGBTQIA+. Nel 2017 Pitchfork esaminò i documenti fiscali della Anschutz Foundation e documentò donazioni ad associazioni come Alliance Defending Freedom e National Christian Foundation. Nel solo 2015 risultavano 75.000 dollari alla prima e 15.000 alla seconda. La stessa inchiesta ricostruì inoltre precedenti donazioni al Family Research Council.

La questione era particolarmente controversa perché Alliance Defending Freedom aveva una lunga storia di attività legali e politiche contro alcune conquiste dei diritti LGBTQIA+. Il Family Research Council, a sua volta, è stato a lungo identificato come organizzazione fortemente contraria ai diritti LGBTQIA+. Anschutz ha sempre respinto l’accusa di essere anti-LGBTQIA+. Nel 2017 definì le accuse “fake news” e dichiarò di sostenere i diritti delle persone indipendentemente dall’orientamento sessuale. La sua posizione era che, quando la fondazione veniva a conoscenza delle posizioni controverse di un’organizzazione finanziata, interrompeva le donazioni. Il problema è che i documenti fiscali analizzati da Pitchfork mostrarono che alcune delle donazioni contestate erano proseguite fino al 2015.

Il festival del rainbow-washing e il paradosso di Coachella

A prescindere dalla fama del proprietario, ad oggi, Coachella non è affatto un festival che si presenta come ostile alla comunità LGBTQIA+. Al contrario, il festival ha una propria iniziativa chiamata Queer+, pensata esplicitamente per celebrare e sostenere la comunità LGBTQIA+ BIPOC. Il programma comprende anche il Q+amp, un’esperienza dedicata a persone queer che permette loro di partecipare al festival e interagire con figure della comunità.

Sul sito ufficiale del festival, Coachella dichiara inoltre di voler promuovere inclusione e rispetto delle identità e mette a disposizione bagni all-gender. Insomma, Coachella è diventato uno degli spazi più importanti della cultura pop contemporanea anche per la rappresentazione queer. Them aveva già raccontato questo paradosso nel 2018: da una parte la crescente presenza e celebrazione di artisti queer, dall’altra le controversie legate al proprietario Philip Anschutz. La cosa che ci dovremmo chiedere è: “dove sta la coerenza? Il festival può essere inclusivo anche se il suo proprietario ha finanziato organizzazioni controverse?”. Io credo di no.

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