Il femminicidio esiste: perché il linguaggio serve a nominare la violenza Una riflessione dopo le problematiche dichiarazioni di Roberto Vannacci

Negli ultimi giorni il dibattito pubblico italiano è tornato a concentrarsi sul termine femminicidio, dopo alcune problematiche dichiarazioni di Roberto Vannacci che hanno riacceso una discussione mai davvero sopita: ha senso distinguere gli omicidi in base al genere della vittima, oppure ogni vita spezzata deve essere raccontata nello stesso identico modo? Non è soltanto una disputa semantica. È una domanda che riguarda il modo in cui una società riconosce, o rimuove, le proprie forme di violenza.

Cos'è il femminicidio e perché questa parola continua a dividere

La posizione espressa da Vannacci è nota: il femminicidio non dovrebbe essere considerato una categoria a sé, ma ricondotto alla più generale fattispecie di omicidio. Secondo questa visione, ogni distinzione rischierebbe di alterare il principio di uguaglianza davanti alla legge. Dall’altro lato, però, chi studia e racconta la violenza di genere insiste su un punto diverso: non tutti gli omicidi nascono nello stesso contesto, né seguono le stesse dinamiche.

Il termine femminicidio non nasce per gerarchizzare le vittime, ma per nominare un fenomeno preciso: l’uccisione di donne in quanto donne, spesso dentro relazioni segnate da controllo, possesso, rifiuto dell’autonomia femminile. Vannacci questo lo sa, ma ho bisogno di fomentare il suo elettorato composto perlopiù da incel rabbiosi.

Violenza di genere e contesto: perché la distinzione è importante

È proprio sul contesto che si apre la frattura più profonda. Per molte attiviste e associazioni, cancellare questa distinzione significa rischiare di rendere invisibile la dimensione sistemica della violenza di genere. Non si tratta di casi isolati, ma di pattern ricorrenti: relazioni che degenerano quando una donna esercita libertà, sottraendosi a dinamiche di dominio, controllo o dipendenza. In questo senso, il linguaggio non è neutro. Nominare un fenomeno significa anche riconoscerlo e poterlo affrontare.

Le reazioni della società civile e il richiamo del padre di Ilaria Sula

Accanto alla polemica politica, si sono moltiplicate anche le reazioni della società civile. Tra queste, ha colpito il richiamo del padre di Ilaria Sula, che nei suoi interventi pubblici ha riportato l’attenzione sul dolore concreto delle famiglie e sulla necessità di non ridurre queste tragedie a terreno di scontro ideologico. Le sue parole, più che inserirsi nella polemica, hanno riportato il discorso su un piano umano: quello delle vite spezzate, della quotidianità interrotta, e del vuoto che resta quando una donna viene uccisa. Un vuoto, che sarebbe stato evitabile forse con la cultura della prevenzione.

Il dibattito sul femminicidio racconta il modo in cui la società guarda alla violenza

Il punto centrale, oggi, è culturale, non giuridico. Da una parte c’è l’idea che la legge debba restare neutra rispetto alle categorie sociali. Dall’altra, la convinzione che senza strumenti linguistici adeguati non sia possibile leggere la realtà per quella che è. In mezzo resta un dato che non cambia con le definizioni: la persistenza della violenza maschile contro le donne, che continua a manifestarsi in forme ricorrenti e riconoscibili. Qui il dibattito sul femminicidio supera la politica e diventa ciò che è davvero: una domanda su quanto una società sia disposta a vedere ciò che accade.

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