
Le inquadrature tv che sessualizzano il corpo delle atlete sono un problema Per questo motivo l'EBU sta provando a cambiare qualcosa
"Vattene da qui! Tanto sappiamo già cosa farete nel prossimo numero: mostrerete il mio culo". Era il 1992 quando la velocista Marie-José Pérec, all’indomani dell’oro olimpico vinto a Barcellona, disse queste parole al direttore de L'Équipe. Un anno prima la rivista francese aveva raccontato il suo trionfo ai Mondiali con un'unica fotografia, scattata da dietro, che metteva in primo piano il suo corpo più che la sua impresa sportiva. Fu uno dei primi momenti in cui un’atleta denunciò pubblicamente un modo di raccontare lo sport femminile ancora oggi frequente, se non sistematico.
Nel 1991, a Tokyo, Marie-José Pérec diventò la prima medaglia d'oro francese nell’atletica (400m).
— Andrea Lamperti (@a__lampe) July 22, 2026
Questa l'unica sua foto comparsa sul numero successivo de L'Equipe.
"Mi dissero che avevo un bel culo, e che era meglio pubblicare quello."
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Ci sono delle inquadrature, del resto, familiari a chiunque abbia guardato qualche gara di atletica in tv. Quella sul lato b di una sprinter mentre si prepara ai blocchi di partenza, ad esempio. O quella offerta dalla camera davanti all'asticella del salto in alto o con l’asta, con le gambe spalancate dell’atleta, magari in slow motion. Sono prospettive che aggiungono poco all’osservazione della gara e del gesto tecnico, ma che un po’ da sempre fanno parte del linguaggio mediatico di questo sport, e non solo.
Alla vigilia degli Europei di atletica 2026, l'EBU (European Broadcasting Union) ha deciso di intervenire su questo aspetto, pubblicando un documento, “Raising the Bar”, che invita operatori e broadcaster a ripensare il modo in cui filmano e mostrano le atlete. Non è un regolamento, non contiene divieti né sanzioni, ma è il tentativo di aprire un dialogo su una responsabilità che va oltre la regia. E quindi sulla necessità di ascoltare le vittime del fenomeno, capire quali immagini contribuiscono a raccontare i loro gesti sportivi, e quali invece a sessualizzarne il corpo.
Cos'è "Raising the Bar" e perché nasce
Il nome completo del documento è "Raising the Bar: Guidelines for Respectful Media Coverage in Women’s Athletics", tradotto in italiano "Alzare l'asticella: linee guida per una copertura mediatica rispettosa nell’atletica femminile", ed è stato elaborato dall'EBU insieme a EAA (European Athletic Association), tre atlete olimpiche e diversi professionisti della produzione televisiva. I Campionati Europei di Birmingham, al via il prossimo 10 agosto, saranno il primo banco di prova di questo nuovo standard etico-professionale.
La premessa del documento chiarisce un paio di punti: di fronte a uno degli sport più spettacolari che esistano dal punto di vista visivo, non vuole limitare la libertà creativa di registi ed emittenti, e riconosce le capacità e le sfide di chi produce le trasmissioni. Pone però attenzione su un tema: molte inquadrature che mettono a disagio le atlete possono essere evitate, senza sacrificare il valore narrativo del prodotto. Attraverso decine di esempi concreti "Raising the Bar" analizza quindi tutte le possibili posizioni delle telecamere, disciplina per disciplina: scoraggia i primi piani dal basso, quelli eccessivamente ravvicinati o rallentati, invita alla cautela nei momenti delicati, ad esempio quando un'atleta crolla a terra dopo il traguardo, esausta, o mentre è in stato di visibile vulnerabilità, e così via. Il tutto in un manuale operativo di 23 pagine (consultabile qui) con al suo interno disegni ricavati da trasmissioni reali che confrontano le inquadrature consigliate con quelle che hanno una "high probability of producing sexualized images".
Le atlete coinvolte nella stesura delle linee guida
Per elaborare il documento l'EBU ha coinvolto tre atlete internazionali: la saltatrice con l'asta britannica Holly Bradshaw, la lunghista serba Ivana Spanovic, e l'ex campionessa croata del salto in alto Blanka Vlasic. "Raising the Bar" non nasce quindi da una decisione a tavolino di dirigenti e broadcaster, ma dall’ascolto e dalle richieste di chi ha sperimentato quelle inquadrature sulla propria pelle.
Bradshaw racconta di "aver ricevuto commenti molto sgradevoli sui social" e "di aver visto online video propri e di altre colleghe costruiti con le immagini televisive”, rallentate e rese materiale voyeuristico. Con conseguenze che vanno dalla sfera personale a quella professionale. "In troppe occasioni le telecamere utilizzano zoom molto ravvicinati e mostrano replay in super slow motion delle atlete in posizioni poco dignitose", spiega. "Molte, me compresa, si sono trovate in gara ad essere più concentrate sulle telecamere che sulla propria prestazione". Secondo Ivana Spanovic "alcune inquadrature, unite agli stereotipi di genere, provocano disagio alle atlete ed evitabili distrazioni durante le gare. Il modo in cui gli eventi vengono trasmessi può avere gravi conseguenze a lungo termine sulla salute mentale delle sportive".
Il direttore esecutivo di EBU Sport, Glen Killane, spiega come la scelta delle immagini "possa contribuire a modellare la percezione del pubblico" e "rischi di perpetuare stereotipi". "La sessualizzazione delle atlete attraverso la scelta delle inquadrature, le immagini insistite sui corpi e le telecamere posizionate dal basso che catturano immagini rivelatrici rappresenta un motivo di forte preoccupazione nelle trasmissioni sportive". Blanka Vlasic aggiunge che la responsabilità non riguarda soltanto gli operatori di camera, ma "tutti coloro che contribuiscono alla trasmissione televisiva, anche i commentatori".
Come potrebbe cambiare la copertura televisiva dello sport femminile
Contrastare la sessualizzazione delle sportive e limitare queste occasioni per il pubblico significa tutelare la dignità e la professionalità delle atlete, difenderle da contenuti e ondate di interazioni inaccettabili, e gettare le basi per una nuova consapevolezza e una narrazione più coerente con il contesto. Killane e Vlasic hanno ragione quando affermano che ogni scelta editoriale partecipi alla definizione del modo in cui si guardano le sportive. Ogni ripresa, inquadratura, foto su carta stampata e contenuto digitale decide cosa meriti di essere osservato. Ed è soprattutto sui social network - per la loro dimensione, appunto, social - che queste immagini sono trasformate spesso in forme di voyeurismo. La prassi è davanti ai nostri occhi: foto facilmente sessualizzabili, e poi lasciare che sia l’utenza a sporcarsi le mani e decentrare il dibattito dallo sport. Con ovvi tornaconti in termini di engagement e visibilità del contenuto.
La discussione, naturalmente, affonda le radici ben più in profondità dello specifico sport e delle inquadrature nelle dirette televisive. E non è un tema nuovo neppure nell’atletica, da tempo attraversata dall’ampio dibattito sull’esposizione del corpo femminile. In ambito televisivo la Federazione svizzera aveva pubblicato già nel 2022 un testo rivolto a fotografi e broadcaster per limitare l'uso di immagini potenzialmente sessualizzanti durante le competizioni sportive. Era un primo tentativo, circoscritto, di affrontare un problema mediatico, e prima ancora culturale, che oggi l'EBU sta evidenziando su scala continentale.
Le nuove linee guida dell'EBU non eliminano ogni rischio, e probabilmente non basteranno, da sole, per cambiare abitudini decennali. Non ultimo perché stabilire quando un'inquadratura diventa davvero sessualizzante non sarà mai una scienza esatta: dipende dal contesto, dall'intenzione e soprattutto dalla sensibilità di chi si trova davanti e dietro la telecamera. C’è una novità importante, però, introdotta da “Raising the Bar”. Il riconoscimento del peso culturale del linguaggio visivo nello sport, la consapevolezza delle discriminazioni che porta in dote un certo tipo di comunicazione, e l’importanza di non raccontare le atlete come immagini da consumare. Non perdiamo l’occasione di aprire questo dialogo.
