
Ariana Grande e il peso dello sguardo (altrui) Limitarsi a "non commentate i corpi" basta davvero? O esiste una responsabilità collettiva che riguarda anche chi guarda?
L’uscita di Petal avrebbe dovuto aprire un nuovo capitolo nella carriera di Ariana Grande. Un progetto più intimo, un’estetica cinematografica costruita nei minimi dettagli, un racconto ancora più personale del rapporto tra fama, identità e vulnerabilità. E invece sono bastati pochi fotogrammi del nuovo video per spostare completamente la conversazione. Non più la musica, non più l’immaginario del progetto. Il centro del dibattito è diventato il suo corpo sempre più esile. Screenshot, confronti con il passato, teorie, preoccupazioni, episodi di body shaming e diagnosi improvvisate si sono moltiplicati nel giro di poche ore. Poco dopo, la cantante ha annunciato che, una volta concluso l’Eternal Sunshine Tour, si prenderà una pausa dalla vita pubblica, anche a causa del peso di uno scrutinio costante sul suo aspetto.
Ariana Grande ha ragione
Già nel 2023, attraverso un video su TikTok, Ariana Grande aveva affrontato il tema del rapporto tra corpo, salute e percezione pubblica. Aveva spiegato che il fisico che molte persone consideravano "più sano" coincideva in realtà con uno dei periodi più difficili della sua vita, segnato da antidepressivi, alcol e abitudini alimentari poco equilibrate. Aveva ricordato quanto sia impossibile stabilire lo stato di salute di una persona guardandola e aveva chiesto, molto semplicemente, di smettere di commentare i corpi altrui. Negli anni successivi la cantante è tornata più volte sull’argomento, raccontando quanto possa essere logorante vivere sotto un’osservazione permanente. Ed è difficile darle torto. La storia recente dimostra infatti che questi dibattiti raramente producono qualcosa di realmente utile: le diagnosi arrivano da sconosciuti, le immagini vengono analizzate come prove investigative e ogni opinione genera una nuova ondata di commenti. Il confine tra preoccupazione e voyeurismo dura spesso il tempo di uno scroll. Quella che nasce come empatia può trasformarsi rapidamente in concern trolling, ovvero una forma di controllo che utilizza il linguaggio della cura, ma continua comunque a sezionare e giudicare il corpo di una donna.
Il corpo delle celebrity non esiste mai da solo
Se Ariana Grande fosse una nostra collega, una vicina di casa o una conoscente lontana, probabilmente nessuno si sentirebbe autorizzato ad analizzare il suo corpo fotogramma per fotogramma. Le persone cambiano peso, attraversano periodi complessi, modificano il proprio stile di vita, assumono farmaci. Succede continuamente e, nella maggior parte dei casi, non riguarda nessun altro. Alle celebrità, però, chiediamo sempre qualcosa in più. Devono essere artiste, ma anche modelli di comportamento. Devono promuovere prodotti beauty, ma, contemporaneamente, anche l’accettazione del corpo. Devono essere autentiche, purché continuino a incarnare un ideale. Insomma, trasformiamo le persone famose in simboli, salvo poi rimproverarle quando ricordano di essere semplicemente persone. Sarebbe ingenuo negare che le immagini delle star abbiano un impatto sulla realtà. Le celebrity influenzano consumi, linguaggi, moda e persino il modo in cui immaginiamo il successo. I trend beauty nascono spesso da un singolo video virale, mentre gli studi dei chirurghi estetici ricevono richieste ispirate alle fotografie di attrici e influencer. Ma riconoscere questa influenza non significa pretendere che ogni persona famosa diventi un progetto educativo. Una cantante non può essere responsabile della relazione che milioni di persone hanno con il proprio corpo. Allo stesso tempo, però, non possiamo fingere che le immagini esistano nel vuoto. Possono essere vere entrambe le cose.
Il ritorno della skinny culture
Se fosse soltanto una questione di privacy, probabilmente la conversazione finirebbe qui. La soluzione sarebbe semplice: smettere di commentare i corpi altrui e lasciare le dita lontane dalle tastiere. Il problema è che viviamo in un momento storico in cui la skinny culture sta tornando a essere nuovamente desiderabile. La promessa della body positivity, che negli ultimi anni aveva cercato di ampliare la rappresentazione dei corpi, sembra aver perso spazio a favore di un’estetica della sottrazione. Le passerelle hanno iniziato nuovamente a privilegiare silhouette estremamente sottili, i farmaci GLP-1 hanno modificato il rapporto collettivo con il dimagrimento e un’immagine fatta di controllo, disciplina e perfezione è tornata a essere associata a successo, lusso, efficienza e autodeterminazione. In questo contesto, il corpo di una delle popstar più osservate al mondo diventa inevitabilmente anche un simbolo. Non solo di se stesso, ma del momento culturale che stiamo vivendo.
La domanda che Jameela Jamil ha lasciato aperta
Nel dibattito è intervenuta anche Jameela Jamil, spostando l’attenzione dalla singola persona al sistema che costruisce e amplifica determinate immagini. La sua domanda era più ampia: se milioni di giovani vedono certi corpi e li interpretano come ideali da raggiungere, quale responsabilità culturale hanno le immagini che diventano dominanti? Il commento è stato successivamente cancellato, ma la questione resta aperta. Per anni abbiamo sostenuto che la rappresentazione conta. Abbiamo criticato moda, pubblicità e intrattenimento perché contribuiscono a creare standard estetici e abbiamo chiesto alle industrie creative di interrogarsi sull’impatto delle immagini che producono. Non possiamo improvvisamente decidere che le immagini non abbiano conseguenze. Questo, però, non significa trasformare ogni donna famosa in un caso da analizzare o trasformare Instagram in un ambulatorio collettivo. La riflessione culturale e il rispetto individuale devono poter convivere.
Il peso dello sguardo è anche nostro
Il corpo di Ariana Grande non ci appartiene. Non ci permette di conoscere la sua salute e non è una superficie sulla quale proiettare supposizioni. Ciò che invece riguarda tutti è la cultura che rende quel corpo immediatamente leggibile come ideale, problema o simbolo. Una cultura fatta di social media, confronto costante e ricerca di perfezione estetica. Per questo smettere di commentare il corpo degli altri è una regola necessaria, ma forse non sufficiente. Rispettare il confine chiesto da Ariana Grande non significa smettere di parlare di skinny culture, diet culture, standard di bellezza e del rapporto tra social media e disturbi alimentari. Significa cambiare prospettiva. Non cercare risposte dentro il corpo di una donna, ma interrogarsi sulla società che rende quel corpo un argomento pubblico. Forse il vero rispetto non consiste nel non parlare mai. Consiste nel capire di cosa stiamo parlando. Perché ogni volta che una celebrity cambia aspetto pensiamo di osservare lei. Molto spesso, invece, stiamo guardando noi stessi, i nostri desideri, le nostre paure, gli ideali di bellezza che abbiamo interiorizzato. E l’epoca che abbiamo costruito.
