
"Femminicidio" è la parola più consultata sul portale Treccani dall’inizio del 2026 Buon segno?
La parola "femminicidio" è quella più consultata sul portale Treccani dall’inizio del 2026, davanti a maranza e fake news. Nella top ten compaiono anche overtourism, influencer, smart working, follower, rider, meme e selfie. Potrebbe sembrare una semplice curiosità sulla lingua italiana e sulle parole che hanno attirato maggiormente l’attenzione degli utenti nel corso dell’anno. In realtà, quella prima posizione racconta qualcosa di importante sul modo in cui è cambiato il nostro Paese.
Come eravamo e come siamo: perché femminicidio è la parola più cercata su Treccani nel 2026
Fino a pochi decenni fa, la violenza contro le donne veniva letta e raccontata in modo molto diverso. In Italia il delitto d’onore è stato abolito soltanto nel 1981. Fino ad allora, l’uccisione della moglie, della figlia o della sorella per ragioni legate all'onore poteva beneficiare di un trattamento penale più favorevole. Oggi, per fortuna, quella legge appartiene alla storia e abbiamo parole e strumenti diversi per descrivere la violenza di genere.
Un buon segno?
Il fatto che milioni di persone sappiano oggi cosa significa femminicidio, o sentano la necessità di cercarlo e comprenderlo, è quindi anche un segnale di cambiamento. Significa che una violenza che per lungo tempo è stata considerata una questione privata, familiare o addirittura una conseguenza dell’onore viene finalmente riconosciuta come un problema sociale. Assunto ciò, arriviamo al rovescio della medaglia. Come esistono molte persone volenterose di apprendere e mettersi in discussione, ne esistono tante altre che, sulla scia delle nuove destre radicali, vedono in questa parola un vero e proprio nemico. Grazie a figure politiche come il generale Vannacci, esistono infatti ampie fette della popolazione maschile che, per paura di essere delegittimate, arrivano persino a negare l’esistenza del problema dei femminicidi.
I femminicidi, in Italia, non si fermano
A partire da Ferragosto, quattro donne sono state uccise nell’arco di appena 48 ore. Nei giorni successivi il bilancio è ulteriormente aumentato: sempre da mariti, compagni o ex compagni. Sono storie diverse, ma accomunate da una dinamica che continua a ripetersi. Il caso di Tania Terrin, in particolare, fa emergere quanto sia necessaria un’azione immediata anche sulle forze di polizia. La donna aveva già denunciato l’ex compagno per maltrattamenti e aggressioni e nei suoi confronti era stato emesso un ammonimento del Questore. Nonostante questo è stata uccisa.
Qualcosa è cambiato
È proprio qui che la classifica di Treccani smette di essere una curiosità e diventa un’occasione per riflettere. Perché sì, qualcosa è cambiato. Oggi abbiamo un termine preciso, discutiamo pubblicamente di violenza di genere, parliamo di prevenzione, di educazione, di autonomia economica, di protezione delle vittime. Il femminicidio non viene più raccontato semplicemente come un delitto passionale o come una tragedia privata. Ma il fatto che se ne parli di più non significa che tutti abbiano deciso di parlarne.
C'è ancora tanta strada da fare, oltre le parole
Anzi, ogni volta che una donna viene uccisa, insieme alle notizie sulla sua morte arriva puntualmente anche una parte del dibattito che prova a spostare l’attenzione: ci sono problemi più importanti, si parla troppo di femminicidi, bisogna occuparsi anche della criminalità, della sicurezza, dell’economia, della guerra, della sanità. Come se riconoscere la violenza contro le donne significasse scegliere di non occuparsi di tutto il resto. Se femminicidio è diventata la parola più cercata su Treccani, mentre continuiamo a contare donne uccise dai loro compagni, dai loro mariti e dai loro ex, significa che abbiamo fatto un passo avanti nel modo in cui raccontiamo il problema, ma non abbastanza nel modo in cui lo preveniamo.
