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Perché sui social tutto l’attivismo è performance

«Qualcuno chieda a Kylie Jenner di indicare Israele sulla mappa»

Perché sui social tutto l’attivismo è performance «Qualcuno chieda a Kylie Jenner di indicare Israele sulla mappa»

Su Khy, il nuovo brand della minore tra le sorelle Kardashian-Jenner, le polemiche sono state particolarmente inclementi. C’è chi ha accusato l’influencer di aver plagiato il brand di Betsey Johnson PRODUCTS per il tripudio di pelle e shade gotiche, c’è chi ha puntualizzato l’utilizzo estensivo di plastica o di materiali derivanti da essa nella composizione di capi come nel packaging e c’è chi nella scelta dei colori ha visto un messaggio politico. L’ultimo post instagram di Khy rivela difatti la linea outwear del brand in tre varianti: celeste, bianco, nero, ed è così che una selezione di nuance dettata probabilmente da uno studio di mercato o dal suggerimento di qualche trendforecaster prezzolata è diventata una dichiarazione pro Israele per le decine di migliaia di utenti che si sono espressi nella sezione commenti. L’associazione, di per sé pindarica, si basa però su un precedente reale, un post instagram sul profilo personale di Kylie con la scritta «Ora e sempre stiamo con il popolo d’Israele» su bandiera bianco-azzurra. Un messaggio che le è costato caro - un milione di follower, per l’esattezza, da oltre 400 a 399 milioni nel giro di 48 ore - prontamente rimosso, ma non prima di aver ricevuto valanghe di critiche, insulti, minacce: «Qualcuno chieda a Kylie Jenner di indicare Israele sulla mappa». L'escalation tra Hamas e Israele è stata descritta come la più violenta degli ultimi anni, una crisi umanitaria che di in sé racchiude tutta la complessità del post moderno ed errori passati di cui la storia chiede sempre il conto, ma rivela anche verità allarmanti sul nostro modo di vivere ed intendere gli eventi in una società profondamente ipocrita e culturalmente alla deriva.

@kyliejenner

KHY DROP 002 coming 11/15 khy.com

original sound - Kylie Jenner

Kim Kardashian si è limitata ad un post in cui manifesta vicinanza alla comunità ebraica, dichiarandosi sensibile alla loro causa date le sue radici armene e il suo impegno per le tensioni nella regione del Nagorno-Karabakh. Seguono preghiere e messaggi di pace per tutti, sempre. Bella, Gigi e Anwar Hadid si sono schierati contro il governo israeliano, rimarcando le loro origini, dato che il padre, l'operatore immobiliare Mohamed Hadid, è palestinese. Stando a quanto riporta il sito americano Tmz, l’intera famiglia avrebbe pertanto ricevuto esplicite minacce di morte (via social, posta elettronica e telefono), al punto che lo stesso Mohamed avrebbe preso in considerazione di rivolgersi all'FBI.

Al momento esporsi via social sulla questione comporta due conseguenze: minacce e insulti o shadow-ban, un fenomeno di cui si conoscono solo pochi dettagli ma comune a tutti i principali social network. Il Post riporta come nelle ultime settimane moltissimi utenti Instagram, soprattutto attivisti, giornalisti e altri soggetti che stanno seguendo la guerra nella Striscia di Gaza hanno visto i loro post pro-Palestina ottenere un numero di visualizzazioni e interazioni molto inferiore a quello dei loro soliti contenuti. La giornalista del New York Times Azmat Khan, nonchè vincitrice del premio Pulitzer nel 2022, ha detto apertamente di essere stata penalizzata dopo aver parlato di Gaza nelle proprie Storie, mentre il giornalista statunitense-kuwaitiano Ahmed Shihab-Eldin, da anni attento alla causa palestinese, è stato sospeso dalla piattaforma senza spiegazione. Per cercare di aggirare gli shadowban, molte persone hanno cominciato non solo a storpiare le parole più “problematiche” – magari scrivendo Pal3stin4 al posto di Palestina, o G4z4 al posto di Gaza – ma anche ad inserire hashtag o sticker a favore dell'Israele nelle proprie Storie.

 

Lo shadow-ban applicato ai contenuti pro-palestina sottolinea l’impossibilità di esprimersi su una piattaforma che non ha nulla di imparziale. Per l’utilizzo quotidiano che ne facciamo, spesso ci dimentichiamo che Meta non è un servizio pubblico, anzi uno strumento altamente politicizzato che già in passato - con Facebook - ha espresso la sua problematicità nell’utilizzo dei dati e nella loro diffusione. Sebbene l’azienda abbia rilasciato una dichiarazione in cui dice che «non è mai stata loro intenzione sopprimere una particolare comunità o un punto di vista», ma che «a causa del maggior numero di contenuti segnalati riguardanti il conflitto in corso, anche contenuti che non violano le nostre linee guida potrebbero essere rimossi per errore», Carolina Are, ricercatrice del Centre for Digital Citizens della Northumbria University, sottolinea quanto sia «importante tenere a mente che Instagram è una piattaforma statunitense, non solo nel senso che gli Stati Uniti hanno un rapporto molto stretto con Israele, ma anche nel senso che Meta ha delle linee guida molto stringenti e rigide per quanto riguarda ciò che considera terrorismo».

L’attivismo sui social non solo è puramente performativo perchè non apporta nulla di fattuale alla causa - se non, nella maggior parte dei casi, disinformazione - ma è anche nella sua natura impossibile perché svolto su un territorio che non ha nulla di neutrale. L’attivismo, un tempo collettivo, è diventato appannaggio dei singoli e svuotato del suo valore di collettivizzazione. Ogni lotta è declinata sul sé, ognuno la intende a proprio modo, e nessuno è in grado di non personalizzare l’ideale a cui sostiene di credere. Il nostro modo di esprimerci su temi sociali e politici è l’espressione della deriva egomaniaca della contemporaneità, della nostra incapacità di partecipare concretamente o empaticamente alle problematiche altrui e ci ricorda che ci sono spesso casi in cui la scelta migliore è tacere, non per mancanza di interesse ma per rispetto.