"L'Intelligenza Artificiale non inventa i bias, li eredita" Intervista a Darya Majidi, presidente di UN Women Italy, imprenditrice, computer scientist ed esperta di AI

L'Intelligenza Artificiale sta cambiando il mondo del lavoro, dell'istruzione e delle relazioni sociali, ma rischia anche di amplificare le disuguaglianze già presenti nella società. Per Darya Majidi, Presidente di UN Women Italy, imprenditrice, computer scientist e tra le maggiori esperte italiane di AI, il punto non è fermare l'innovazione, bensì renderla più inclusiva. Founder e CEO di Daxo Group, ideatrice di AIxALL e AIxGIRLS e da anni impegnata nella promozione dell'empowerment femminile, Majidi sostiene che la tecnologia possa diventare uno strumento di emancipazione solo se progettata da prospettive diverse. L'abbiamo intervistata per parlare di Intelligenza Artificiale, gender gap, scuola, lavoro e del ruolo che donne e uomini possono avere nel costruire un futuro più equo.

Intervista a Darya Majidi, presidente di UN Women Italy, imprenditrice, computer scientist ed esperta di AI

Si presenti al nostro pubblico

Sono Presidente di UN Women Italy e imprenditrice nel settore dell’innovazione digitale e dell’Intelligenza Artificiale. Sono una Computer Scientist e da oltre trent’anni mi occupo di digital transformation, ma da sempre il filo rosso del mio percorso è stato l’empowerment femminile: aiutare le donne, e in particolare le più giovani, a diventare protagoniste del cambiamento, non semplici spettatrici. Ho scritto due libri sul tema, Donne 4.0 e Sorellanza Digitale, e ho attivato ecosistemi pubblico-privati nazionali e internazionali per trasformare questa visione in progettualità concrete. Anche grazie alle mie origini iraniane, sono particolarmente sensibile al tema dell’accesso alle tecnologie come leva di libertà: oggi vediamo come proprio il digitale stia offrendo a molte ragazze e donne iraniane strumenti reali di empowerment, voce e connessione con il mondo.

Lei parla spesso di un'Intelligenza Artificiale etica e human-centered. Qual è il rischio più grande se lo sviluppo dell'AI viene guidato solo dal mercato?

Il problema non è che l'Intelligenza Artificiale sia guidata dal mercato, ma chiedersi chi guida il mercato e chi prende le decisioni. Oggi il mondo della tecnologia e dell'innovazione è prevalentemente maschile e l'AI rischia quindi di riflettere una visione del mondo parziale. Per questo parlo di un'AI etica e human-centered: se vogliamo che sia davvero al servizio dell'umanità, dobbiamo garantire una maggiore pluralità di prospettive nella sua progettazione e governance. Le donne non possono più delegare queste scelte. Ed è anche per questo che, come UN Women Italy, lavoriamo perché sempre più ragazze e donne entrino nei luoghi in cui si progettano e governano queste tecnologie.

L'AI può ridurre il gender gap o rischia di amplificarlo?

Entrambe le cose. I sistemi di AI apprendono dai dati storici e i dati storici riflettono la società in cui viviamo, con tutti i suoi pregiudizi e squilibri. Se per decenni le posizioni di vertice sono state occupate prevalentemente da uomini, un algoritmo addestrato su quei dati conclude che il candidato ideale per un ruolo di leadership sia un uomo. Non perché sia vero, ma perché è ciò che trova nel passato. Per questo va sottolineato che l'AI non inventa i bias: li eredita, li replica e li amplifica. Uno stereotipo diventa una regola. La buona notizia è che l'AI può essere anche parte della soluzione. Se progettata con una pluralità di prospettive e con adeguati controlli, può aiutarci a individuare discriminazioni nascoste nei processi di selezione, nelle retribuzioni o nelle opportunità di carriera. Per questo abbiamo bisogno di più donne e più diversità nei luoghi in cui queste tecnologie vengono progettate: non solo per una questione di equità, ma perché sistemi costruiti da punti di vista diversi sono sistemi più accurati, più affidabili e più vicini alla realtà.

Con AIxGIRLS lavorate per avvicinare le ragazze alle STEM. Qual è oggi l'ostacolo principale?

Se dovessi scegliere, direi che oggi il problema principale è il sistema educativo, che spesso non fa conoscere alle ragazze le opportunità offerte da queste tecnologie e non le supporta nello sviluppare una piena consapevolezza del proprio potenziale. Da anni con AIxGIRLS incontriamo giovani brillanti, curiose e preparate. Eppure, durante una delle lezioni chiedemmo quante di loro si immaginassero un futuro nel settore tecnologico: nessuna alzò la mano. Per questo i role model sono così importanti. Le ragazze devono vedere donne che guidano aziende, sviluppano Intelligenza Artificiale, fanno ricerca e ricoprono ruoli di leadership. 

Da dove bisogna partire per ridurre davvero il gender gap?

La mia risposta è che si dovrebbe includere nell’elenco anche la famiglia, che purtroppo spesso indirizza in modo inconsapevole le ragazze verso percorsi non più efficaci. Scuola, politica e imprese sono poi i luoghi in cui si decide chi avrà accesso alle opportunità e al futuro. Il vero problema è che, nonostante le donne si laureino più degli uomini e spesso con risultati migliori, questo vantaggio non si traduce ancora in una presenza equivalente nei ruoli decisionali.  Il cambiamento non nasce da una singola azione, ma dall'alleanza tra istituzioni, sistema educativo, imprese e società civile. Solo così possiamo trasformare la parità di genere da principio condiviso a realtà concreta.

L'Italia continua ad avere uno dei tassi di occupazione femminile più bassi d'Europa. Cosa stiamo sbagliando?

Stiamo commettendo un errore fondamentale: continuiamo a considerare l'occupazione femminile come una questione che riguarda le donne, quando in realtà è una questione che riguarda il sistema Paese. In Italia non manca il talento femminile. Le donne studiano, si laureano e ottengono risultati eccellenti. Quello che manca è un ecosistema capace di trasformare quel talento in partecipazione economica, leadership e imprenditorialità. UN Women Italy vuole essere il punto di riferimento per istituzioni e imprese del nostro paese nel contrasto alle discriminazioni di genere. Crediamo che il cambiamento debba passare da tre leve fondamentali: la tecnologia come strumento di emancipazione e opportunità, le politiche pubbliche per creare condizioni di reale parità e il coinvolgimento degli uomini come alleati del cambiamento. L'occupazione femminile non crescerà quando chiederemo alle donne di adattarsi al sistema, ma quando costruiremo insieme un sistema più equo.

Avete lanciato anche il capitolo italiano di HeForShe. Come si coinvolgono gli uomini senza trasformare la parità in una contrapposizione?

Il messaggio che portiamo avanti in UN Women Italy con il movimento HeForShe è molto chiaro: la parità di genere non è una questione femminile, è una responsabilità collettiva. Per questo mi rivolgo spesso ai padri: esortate le vostre figlie con la stessa convinzione con cui esortate i vostri figli. Incoraggiatele a osare, a studiare scienza e tecnologia, a fare impresa e a inseguire le proprie ambizioni. L'imprinting familiare ha un impatto enorme sulla costruzione dell'autostima e della consapevolezza del proprio potenziale.

La violenza digitale è sempre più diffusa. Le piattaforme stanno facendo abbastanza?

I canali digitali sono strumenti straordinari e potenti di conoscenza, relazione ed emancipazione, soprattutto per le donne. Ma proprio alla luce del potere di tali tecnologie, non possiamo ignorarne i rischi. La violenza digitale, l'hate speech e le molestie online colpiscono in modo particolare donne e ragazze e possono limitarne la libertà di espressione e partecipazione. Negli ultimi anni sono stati fatti passi avanti, penso ad esempio al Digital Services Act europeo, che introduce maggiori responsabilità per le piattaforme. Ma la strada è ancora lunga. Le aziende tecnologiche devono investire di più nella prevenzione degli abusi, nella trasparenza degli algoritmi e nella tutela delle persone più vulnerabili.

Oggi molte aziende parlano di diversity & inclusion. Come si distingue un impegno reale dal marketing?

Me ne accorgo quando la diversity e inclusion smette di essere un tema di comunicazione e diventa un criterio con cui vengono prese le decisioni aziendali. Chi viene assunto? Chi viene promosso? Chi occupa i ruoli di leadership? Quando un'impresa è in grado di rispondere a queste domande con risultati misurabili e trasparenti, allora siamo di fronte a un impegno autentico. La diversity e inclusion non si misurano con gli slogan, ma con l'impatto reale sulle persone.

Se potesse cambiare una sola cosa del sistema educativo italiano quale sarebbe?

Se potessi cambiare una sola cosa, aggiornerei i programmi scolastici affinché siano più allineati al mondo che ci aspetta. Oggi Intelligenza Artificiale, trasformazione digitale e sostenibilità stanno cambiando profondamente la società e il lavoro, ma la scuola fatica ancora a tenere il passo. Dobbiamo insegnare ai giovani non solo a usare le tecnologie, ma a comprenderle e governarle, sviluppando pensiero critico, creatività e capacità di adattamento. Vorrei una scuola che prepari le nuove generazioni a essere protagoniste di un cambiamento che dovrà essere tecnologico, sostenibile e inclusivo. E in questo cambiamento le ragazze devono avere un ruolo centrale, non da spettatrici ma da protagoniste.

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