
Le donne iraniane ci sono sempre state Uno sguardo al passato per comprendere il presente
Quello che sta accadendo oggi in Iran è il risultato di decenni di repressione a cui le donne non si sono mai piegate. Dopo il 1979, la cosiddetta rivoluzione islamica agì con rapidità su un fronte preciso: cancellare le libertà femminili conquistate nei decenni precedenti. In poco tempo le donne furono espulse dalla magistratura, escluse dagli studi giuridici, estromesse dallo sport agonistico. Il velo divenne obbligatorio. Non fu una deriva culturale spontanea, ma una scelta politica consapevole. Khomeini e la nuova élite religiosa avevano compreso una cosa essenziale: controllare le donne significava disciplinare l’intera società. Il corpo femminile venne trasformato nel confine simbolico tra obbedienza e devianza, tra lealtà e tradimento. Da allora, ogni volta che il regime vacilla, la risposta è sempre la stessa: restringere ulteriormente la libertà delle donne. Non solo sull’abbigliamento, ma sulla libertà di movimento, le relazioni, il matrimonio, il divorzio, la voce, la presenza nello spazio pubblico. L’obbligo del velo è il simbolo più visibile, ma sotto c’è un impianto normativo e culturale che riduce le donne a soggetti sotto tutela permanente.
L'Iran e le donne, ieri e oggi: una contraddizione importante
L’Iran presenta però una contraddizione profonda. Le donne iraniane sono tra le più istruite della regione, dominano le università, lavorano, sostengono famiglie e interi settori economici. Ma questo è avvenuto malgrado il sistema, non grazie ad esso. Una donna può essere altamente qualificata e al tempo stesso non poter viaggiare senza il permesso del marito, perdere la custodia dei figli, ereditare la metà di un uomo o essere fermata per strada per una ciocca di capelli.
Il caso Mahsa Amini e la risposta del regime: il controllo del corpo femminile controlla tutta la società
Con l’uccisione di Mahsa Amini nel 2022, qualcosa si è definitivamente incrinato. Quella morte è stata riconosciuta come possibile, quotidiana, plausibile. Il movimento Donna, vita, libertà non è stato uno sfogo temporaneo, ma un punto di rottura: per la prima volta la protesta metteva in discussione il pilastro stesso della Repubblica islamica, l’idea che l’ordine sociale si fondi sul controllo dei corpi femminili. La risposta del regime è stata brutale: arresti, torture, condanne a morte, intimidazioni. Con un accanimento particolare contro le più giovani. I nomi di Nika Shakami, Sarina Esmailzadeh, Setareh Tajik, Hasti Narouie non sono eccezioni. Sono avvertimenti. Messaggi rivolti a una generazione che ha smesso di avere paura.
Le voci della rivoluzione nelle parole di Shiva Boroumand e l'intervento degli Stati Uniti
Ne abbiamo parlato con Shiva Boroumand, cittadina iraniana e attivista del movimento Donna, vita, libertà. "Il movimento nasce dalle donne e per i diritti delle donne. Dopo poco tempo, anche gli uomini si sono uniti alla protesta: per questo tra le vittime ci sono stati moltissimi ragazzi giovani. Ma le donne ci sono sempre state. E anche oggi il simbolo della rivolta resta femminile: l’immagine della donna che fuma, che brucia il potere, è diventata un’icona globale" spiega. "Si tratta di una forza femminista internazionale che esiste da anni e che non deve essere strumentalmente legata a Israele o agli Stati Uniti. La mia preoccupazione principale è proprio questa: che Israele e USA possano usare la figura del figlio dell’ex re dell’Iran come pretesto per rimettere le mani sull’Iran. Ma questo non può e non deve diventare una scusa per voltarsi dall’altra parte mentre civili vengono uccisi e lottano per la libertà".
La società civile iraniana lotta e si organizza, ma non riceve sostegno
Boroumand ci offre anche un contesto più ampio, che affonda le radici nel passato: "Fin subito dopo la rivoluzione islamica, i movimenti di protesta in Iran sono spesso partiti dalle donne. Donne che, nel corso degli anni, sono state uccise più volte per aver resistito. Esistono moltissime attiviste e, allo stesso tempo, un forte sostegno maschile che sceglie consapevolmente di fare un passo indietro per lasciare spazio a chi ha meno diritti: le donne. Nonostante la censura sul cinema, sui social e sulla vita pubblica, la società civile iraniana resta viva, organizzata e presente. Ad oggi, la comunità internazionale ci sta lasciando soli".


















































