Il flow state è diventato un meme su TikTok Il concetto è virale sui social media, ma ha anche un serio fondamento scientifico: ecco di che cosa si tratta

Lenzuola e capelli puliti, una maschera per il viso e una tisana: sono nel flow. Uno stato che qualcuno dice di raggiungere sciando sulla neve appena battuta, altri andando in aeroporto o facendo crochet davanti a una serie TV. Dove accade tutto questo? Ovviamente su TikTok. Negli ultimi mesi, il flow state si è fatto strada tra i trend della piattaforma, con un termine preso in prestito dal lessico psicologico e riadattato come slang per indicare immersione, comfort, concentrazione momentanea. Ma cosa succede quando un concetto scientificamente fondato entra nel ciclo accelerato dei trend digitali? E soprattutto: la sua viralità contribuisce a diffondere consapevolezza o rischia di banalizzare il discorso sulla salute mentale?

Il linguaggio di TikTok: banalizzazione o democratizzazione?

Non è la prima volta che TikTok rielabora termini complessi trasformandoli in linguaggio pop. Concetti come boundaries, dopamine detox o burnout sono stati progressivamente estetizzati, semplificati e resi condivisibili in formato video. Il flow state segue la stessa traiettoria: nasce come teoria psicologica strutturata e finisce per indicare uno stato generico di benessere. In questa traslazione semantica c’è una doppia lettura: da un lato, la democratizzazione del linguaggio psicologico rende accessibili concetti prima confinati all’ambito accademico-scientifico; dall’altro, la loro trasformazione in meme rischia di appiattire la complessità dell’esperienza mentale, riducendola a un’etichetta facilmente performabile online.

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La teoria scientifica del flow state

Eppure, al di là del trend, il flow state ha basi scientifiche precise. Introdotto negli anni Novanta dallo psicologo Mihaly Csikszentmihalyi, descrive uno stato di concentrazione profonda in cui abilità e sfida sono perfettamente bilanciate, generando un coinvolgimento totale nell’attività svolta. Sebbene i risultati degli esperimenti elettroencefalografici siano ancora contraddittori, gli scienziati concordano nel sostenere che durante lo stato di flow aumentano focus, chiarezza cognitiva e percezione alterata del tempo. In altre parole, non si tratta semplicemente di "stare bene", ma di una modalità mentale specifica, caratterizzata da presenza assoluta, con una sensazione di immersione a padronanza.

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Il flow state di Giovanni Franzoni

Non sorprende che, fuori dalla cornice del doomscrolling su TikTok, a parlare di flow state sia stato, tra gli altri, anche Giovanni Franzoni, medaglia d’argento nella discesa libera alle Olimpiadi di Milano-Cortina 2026. Lo sciatore ha descritto in un post su Instagram come durante la competizione fosse entrato in quel flow, una condizione di totale isolamento cognitivo che lo separava da tutto il resto, come lo scorrere del tempo o gli stimoli provenienti dall’ambiente esterno. Una testimonianza che restituisce al concetto la sua dimensione originaria, lontana dalle banalizzazioni spesso associate alla viralità.

Sopravvivere nell’era della distrazione

La domanda quindi rimane una: tutto ciò che approda su TikTok rischia di essere semplificato e svuotato del suo significato? In realtà, ad entrare in gioco in molti casi è più una ridefinizione del significato culturale. Nel linguaggio della piattaforma, il flow non coincide più necessariamente con performance o produttività estrema, ma con micro-momenti di presenza: cucinare senza telefono, lavorare con musica in loop, dedicarsi a un gesto ripetitivo. Una reinterpretazione più ampia che rispecchia un bisogno generazionale preciso: ritrovare concentrazione in un ecosistema dominato dalla distrazione continua. Come farlo? Le pratiche per aiutarci a raggiungere questo stato sono diverse, come eliminare le interruzioni digitali, scegliere attività con un livello di difficoltà adeguato alle proprie competenze, creare rituali di concentrazione e lavorare in blocchi di tempo stabiliti. Il flow, infatti, difficilmente si attiva in condizioni di multitasking o iperstimolazione, due caratteristiche che potremmo definire strutturali dell’ambiente digitale contemporaneo. Paradossalmente, la piattaforma che lo rende virale è anche quella che più ostacola le condizioni necessarie per raggiungerlo.

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Ed è forse proprio questa contraddizione a spiegare il successo del trend. In un contesto segnato da notifiche costanti, overload informativo e attenzione frammentata, parlare di flow state diventa una forma di aspirazione collettiva: il desiderio di essere pienamente presenti nella propria vita, anche solo per pochi minuti. Più che un obiettivo di performance, il flow si configura come una strategia di equilibrio mentale, capace di ridurre il caos e restituirci una sensazione di autocontrollo. Anche solo per pochi minuti.