Essere stanche è diventato troppo cool Il nuovo status symbol è essere sempre impegnate

C’era un tempo - neanche troppo distante - in cui l’ideale di bellezza era sembrare stanchi, sfiniti, come chi ha corso una maratona, lavorato 12 ore e poi, per concludere, fatto serata fino a mattina presto. Con un po' di abuso di sostante ancora meglio. Magrissime, pallide, sfuggenti. L’heroin chic degli anni ’90 trasformava l’esausto in glamour: occhiaie profonde, sguardo vacuo e corpi emaciati. Era un’estetica controversa ma potente: ancora se ne parla e ancora, ogni anno, si dice che è pronta a tornare in auge. Infatti oggi quell’immaginario non è scomparso, ha solo cambiato narrativa e si è adattato all’epoca contemporanea in cui tutto corre veloce e il riposo è percepito come tempo perso.

L'heroin chic diventa burnout chic

Ora non vogliamo più sembrare distrutte dalla notte, vogliamo sembrare distrutte dal lavoro e dalle mille attività quotidiane. Più facciamo, più siamo stanche, più ci sentiamo appagate. E questo vogliamo che si veda, no? La versione 2026 dell'heroin chic celebra un’agenda che comunica sovraccarico e ambizione: dormo quattro ore a notte (se va bene), non ho tempo per mangiare, ho 67 notifiche non lette, "sto andando in palestra ma ci sono per la call, eh!". La nuova moda del momento è l’iper-efficienza e l'occhiaia è il distintivo dell’ambizione, dell’essere richieste e del successo.

La stanchezza come status symbol

Scorrendo TikTok o Instagram, il sotto-testo è chiaro e questo tipo di retorica molto diffusa. La sveglia alle 05:30 del mattino è documentata come fosse un atto eroico e seguita dalla morning routine girata con luci soffuse, il cappuccino bevuto di corsa mentre si risponde alle mail o mentre si vola in ufficio e per concludere l’agenda piena mostrata come la prova più tangibile. Non è più solo produttività, ma è lo storytelling della produttività a far sì che tutto ciò sia romanticizzato, e a far sentire in colpa, non interessante e non forte chi invece vive una vita che è "di meno". L’hustle culture,che qualche anno fa veniva apertamente glorificata, oggi si è raffinata cambiando aspetto ma non narrazione.  Gli slogan sono meno aggressivi, l’estetica è più soft, a ritmo di pilates all’alba. Non c’è più un devastante "grind now, shine later", ma un "sto costruendo la mia vita dei sogni". Il risultato però è lo stesso: l’idea che il tempo libero sia un lusso troppo costoso e che la stanchezza sia un passaggio obbligato verso la realizzazione.

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Su TikTok il trend del "day in my life" raramente mostra il vuoto, o una vita normale in cui ogni cosa ha il suo tempo. Tutto racconta call consecutive, sessioni di palestra infilate tra due meeting e il relax che viene ottimizzato: skincare multitasking tra un podcast e l’altro mentre si cucina e prima di andare a dormire, magari, il journaling come performance estetica, che si svuota del suo reale beneficio. La vita quotidiana diventa una sequenza montata per dimostrare movimento costante perché i più forti non vanno in burnout ma si godono il movimento. In questo scenario, dire "sono distrutta" è sinonimo di: sono indispensabile! Sono richiesta! Sto facendo qualcosa che conta!

Dal "day in my life" al recessioncore

La frase "non mi fermo mai" viene pronunciata con una punta di orgoglio, ma il problema sorge quando questa narrazione rende invisibile tutto ciò che non produce spettacolo: il riposo silenzioso, la giornata vuota, il progetto che non parte, la scelta consapevole di rallentare. Recession indicator? Ogni fase di recessione economica produce un’estetica riconoscibile nella moda e nella cultura pop e soprattutto nelle nostre vite. Negli anni ’30, durante la Grande Depressione, Hollywood rispondeva alla povertà diffusa con un eccesso opposto: glamour e pellicce su set sfarzosi. Dopo la crisi del 2008, invece, la reazione fu diversa: minimalismo e ritorno al basico, diffidenza verso l’ostentazione. In un momento in cui il denaro era instabile, il lusso urlato diventava quasi imbarazzante, no?

@djgoss1p Eating out is my favorite hobby so I might not survive this one chat #cooking original sound - smk_deezyy

Oggi siamo dentro un’altra fase di instabilità: inflazione persistente, precarietà lavorativa cronica, mercato immobiliare inaccessibile per molti under 35, lavori meno garantiti. Non c’è stata una recessione unica e spettacolare come nel 2008: c’è una sensazione di crisi continua e normalizzata. Ma a differenza del minimalismo post-2008, il recession core non è solo estetica del risparmio ma estetica dell’iper-adattamento comunicativo. Il tempo libero diventa una variabile da monetizzare e la vita si organizza come un portafoglio di competenze. Ecco perché lavorare troppo diventa seducente in un contesto economico fragile. Se sono sempre impegnata, sempre aggiornata, sempre performante, allora sono meno sostituibile, ed è la traduzione estetica di un’ansia economica strutturale. 

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L’estetica della stanchezza: dalle serie tv al make-up

Il carburante narrativo di oggi va a braccetto con figure iper-performanti, in situazioni estreme e sull’orlo del crollo. Fiona Gallagher, in Shameless, non è glamour nel senso tradizionale, eppure è magnetica. Lavora troppo, dorme poco, tiene insieme una famiglia che rischia continuamente di crollare.Ma proprio quella stanchezza cronica e quel senso di responsabilità sproporzionata la rendono spiacevolmente reale. La cultura pop ha intercettato perfettamente questo immaginario. Il personaggio magnetico non è più il ribelle autodistruttivo degli anni ’90, ma l’iper-performante sull’orlo del collasso: brillante, lavoratore, sempre in movimento. Ma è nel beauty che questa narrativa diventa ancora più esplicita

Il tired make-up look è solo un esempio (e un sintomo)

Si è diffuso il tired make-up look, che punta a raggiungere questo tipo di estetica. Tutorial che insegnano a ricreare occhiaie o a non coprirle del tutto, a scurire leggermente la zona sotto gli occhi per ottenere un’aria vissuta, drammatica come da film di Tim Burton. Il correttore cancellerebbe tutto troppo, sembreremmo riposate e, di conseguenza, senza impegni. Dopo anni di ossessione per la pelle perfettamente levigata e illuminata, la nuova coolness passa attraverso un volto saturo e impegnato. Le occhiaie diventano un dettaglio estetico molto importante. È una differenza sottile ma importante rispetto all’heroin chic. Negli anni ’90 le occhiaie evocavano eccesso e autodistruzione. Oggi evocano dedizione e iper-funzionamento e se prima raccontavano fuga dalla realtà e vita notturna alla ricerca di svago, ora raccontano tutto l’opposto.

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E se non fossimo sempre stanche?

Non c’è niente di sbagliato nell’essere ambiziosi e nel lavorare tanto, nel lavorare bene. Il problema nasce quando la stanchezza diventa un’estetica, quando le occhiaie smettono di essere un segnale e diventano un dettaglio cool. Negli anni ’90 si romanticizzava l’autodistruzione mentre oggi romanticizziamo l’autosfruttamento. Cambia il contesto, cambia il linguaggio, ma resta l’idea che per essere desiderabili bisogna sacrificare qualcosa di sé. Dire "non mi fermo mai" suona come un complimento, un’agenda piena ci rassicura più di una giornata libera. Tutto deve essere intenso e performante, quindi il gesto più sovversivo potrebbe essere molto meno spettacolare: dormire e spegnere il telefono. Come ogni estetica, anche questa sta mostrando le sue crepe e sempre più il fascino si sposta verso chi sceglie di non performare costantemente. C’è qualcosa di magnetico in chi non ha bisogno di dimostrare di essere occupato per sentirsi legittimo. Poter dire di non esserci spinti oltre i nostri limiti fa davvero così paura?