L’eterno ritorno del sacro E c'è chi parla di psicosi religiosa

C’è qualcosa di profondamente contraddittorio nel fatto che, in un’epoca sempre più secolare, la moda e la cultura pop continuino a guardare al sacro. Croci, aureole, veli, silhouette clericali: simboli che nascono per separare il divino dal profano oggi vengono sistematicamente riassorbiti nel linguaggio visivo contemporaneo. Ma ridurre tutto a una semplice ossessione estetica sarebbe riduttivo: il punto non è tanto che la moda utilizzi la religione - lo fa da tempo, almeno dai primi anni novanta - ma come, e soprattutto perché, continui a farlo oggi. La religione, prima ancora di essere un complesso di riti e credenze, è un sistema di segni. Un linguaggio visivo codificato nei secoli, fatto di rituali, gerarchie, colori, gesti e abiti. In questo senso, è uno degli ultimi archivi simbolici rimasti intatti: immediatamente riconoscibile, universalmente leggibile, ma anche sufficientemente stratificato da poter essere continuamente reinterpretato. Non è un caso che la moda, che per sua natura ha bisogno di immagini forti e condivise, trovi nel sacro una grammatica già pronta e incredibilmente resistente al tempo.

L’immaginario sacro di Rosalía

Se per decenni, però, l’uso della simbologia religiosa è stato legato a una logica di rottura, in una tensione quasi necessaria tra sacro e profano, oggi questa dicotomia sembra essersi attenuata. Non perché i simboli abbiano perso significato, ma perché il contesto culturale è cambiato: in un panorama visivo saturo, dove tutto è già stato mostrato, anche la trasgressione ha smesso di essere radicale. È in questo spazio - o meglio, in questo zeitgeist - che si inserisce, ad esempio, il progetto di Rosalía. L’immaginario del suo ultimo album Lux attinge a una dimensione religiosa che non è né ironica né provocatoria, ma profondamente incorporata nella cultura da cui proviene. La devozione popolare, la ritualità, il senso di comunità non vengono messi in discussione, ma riattivati. Non c’è distanza critica, né volontà di desacralizzare: semmai, una forma di riappropriazione. Come se il sacro potesse tornare a essere un linguaggio vivo, e non solo una citazione estetica.

Madonna, la provocazione e il Met Gala del 2018

Questo approccio segna, in qualche modo, una frattura netta con il passato. Quando Madonna, tra gli anni ’80 e ’90, incorporava croci e iconografia cattolica nel proprio immaginario, lo faceva per destabilizzare. Il suo gesto funzionava perché si inseriva in un sistema ancora regolato da tabù: profanare significava esporsi, rischiare e generare una reazione. Oggi, quello stesso gesto appare quasi innocuo. Non perché abbia perso forza in sé, ma perché il contesto che lo rendeva scandaloso non esiste più. Uno dei punti di svolta più evidenti è stato forse il Met Gala del 2018. Con il tema Heavenly Bodies: Fashion and the Catholic Imagination, la religione entrava definitivamente nel sistema moda come oggetto legittimo di esplorazione estetica. Non più margine o rottura, ma istituzione. Il sacro veniva esposto e reso accessibile, e in questo processo perdeva parte della sua carica conflittuale, guadagnando una nuova funzione: quella di repertorio simbolico condiviso.

La moda e il sacro, oggi

Da quel momento in poi, il modo in cui la moda utilizza la religione è cambiato profondamente. Non si tratta più di opporre sacro e profano, ma di lavorare all’interno di quel linguaggio. Balenciaga, ad esempio, ne distilla l’aspetto più austero, trasformandolo in silhouette che evocano disciplina e controllo più che spiritualità. Maison Margiela si concentra sulla dimensione rituale, sul mistero, sull’anonimato come forma di trascendenza. Dolce & Gabbana, invece, riporta il sacro a una dimensione culturale e territoriale, dove religione e identità coincidono. Non è tanto il simbolo in sé a essere centrale, quanto il modo in cui viene riattivato. Anche nella cultura pop, questa trasformazione è evidente. Artiste come Chappell Roan utilizzano codici liturgici per costruire narrazioni che hanno a che fare con identità, appartenenza, conflitto. Il sacro non è più un oggetto da violare, ma uno spazio da attraversare.

Restituire peso alla spiritualità

Quello che emerge non è un ritorno alla religione in senso tradizionale, né una vera forma di spiritualità condivisa. Piuttosto, una necessità. In un sistema culturale che ha progressivamente svuotato i simboli del loro significato originario, la religione rimane uno dei pochi linguaggi ancora capaci di suggerire profondità e trascendenza. Il paradosso sta tutto qui: più il mondo si allontana dal sacro, più la moda (e la cultura nel suo complesso) sembra averne bisogno. Non per credere, ma per significare. Perché in un presente in cui tutto è immediato, accessibile e consumabile, il sacro continua a rappresentare qualcosa che resiste: un’idea di limite, di mistero, di distanza. E in questo senso, il vero gesto radicale non è più profanarlo, ma tentare di restituirgli il suo peso.

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