Skincare rituale vs. skincare estetica: a cosa servono davvero le routine? Quando è veramente cura e quando, invece, è solo un atto performativo?

C’è chi la sera apre un barattolino e si mette la crema direttamente a letto, in silenzio, come conclusione di una giornata intensa. Lo fa ogni giorno, quasi senza pensarci, e in quel gesto c’è qualcosa di concreto, un senso di completezza. E poi c'è chi concepisce la stessa routine quasi come un atto performativo, come se ci fossero delle telecamere puntate sullo specchio a verificare che tutti i passaggi vengano compiuti, in ordine di texture, per step, secondo regole dettate da non si sa bene chi. Senza quelle regole, andare a letto sarebbe come coricarsi incompleta. Per anni la skincare è stata qualcosa di domestico nel senso più semplice del termine: si imparava dal dermatologo, dalle amiche, dalle riviste. Poi i social hanno cambiato tutto. Prima blog e forum, poi video e get ready with me: la skincare è diventata una delle estetiche più riconoscibili online, ma questo forse ha anche cambiato il senso del self-care.

Skincare rituale vs. skincare estetica: a cosa servono davvero le routine?

La skincare routine come cura

@_clara.ag My skincare routine has quietly become a way for me to regulate my nervous system. The world feels heavy right now. Wars, bombings, so much uncertainty. And when I’m far from my family, it feels even heavier. These moments in the morning and at night help me slow down, breathe, and clear my mind. Holding everyone living through war and conflict close in my thoughts. Praying for peace and safety for you and your families
@salmasaadaoui #CapCut #mentalhealthtiktok #moroccoالمغاربة original sound - Chmiiiichaaaa

Per alcune persone la skincare è un gesto di cura molto concreto, un momento preciso della giornata in cui rallentare rientrare nel corpo e interrompere per qualche minuto tutti i pensieri che sovrastano durante la giornata. La ricerca, infatti, dice una cosa abbastanza semplice: i rituali quotidiani funzionano, e non solo per la pelle. Esiste un ramo della dermatologia, chiamata psicodermatologia che studia la relazione tra pelle e sistema nervoso, e ha dimostrato come la pelle non sia una superficie isolata, ma un organo coinvolto nella regolazione immunitaria, ormonale e nella risposta allo stress. Di fatti, quello che succede sulla superficie spesso riflette quello che succede internamente, ed è anche per questo che stress cronico, ansia e stanchezza finiscono spesso per manifestarsi proprio sulla pelle. Ed è proprio qui che voglio arrivare e si lega il concetto di self-care: prendersi cura della pelle in modo costante può avere effetti positivi anche sul benessere mentale. Il contatto fisico, l’attenzione rivolta al proprio corpo, la ripetizione di una routine contribuiscono a creare una sensazione di stabilità e continuità nella giornata. Anche pochi minuti, ripetuti nel tempo, possono aiutare a ridurre il carico mentale e abbassare la percezione di stress. E non importa che la routine abbia due step o dieci: il punto non è la complessità, ma l’intenzione. Per alcune persone, quindi, mettere una crema la sera non significa inseguire una pelle perfetta, ma semplicemente fare qualcosa che le faccia sentire più presenti a sé stesse.

La skincare routine come prestazione

@isanelba why does self care always equal buying something? like i love a good aesthetic moment but when did "take care of yourself" become "purchase your way to wellness"? #rant #skincareroutine #selfcareroutine #selfcare #opendiscussion original sound - Whitney Leavitt

Da quando la skincare è entrata nei social è diventata una delle aree più fertili per l’ansia da prestazione. TikTok ha superato gli 80 miliardi di visualizzazioni sotto #skincare e, insieme a questo volume enorme di contenuti, si è sedimentata un’idea molto precisa: che esista un modo giusto e uno sbagliato di fare skincare. Il problema non è l’informazione in sé, ma la forma che ha assunto: quella di una routine che può essere fatta correttamente o male. E nel momento in cui esiste un bene, esiste automaticamente anche la possibilità di fallire. Saltare un siero diventa una mancanza, non usare la protezione solare giusta una negligenza, non essere aggiornate sull’ultimo ingrediente del momento una pazzia. In questo scenario la skincare, che nasce come gesto di cura e riduzione dello stress, per molte persone finisce per produrre l’effetto opposto. A questo si aggiunge un secondo problema: la skincare è diventata parte di un’estetica personale da mostrare. Non solo attraverso i contenuti, ma anche attraverso gli oggetti stessi. I brand hanno intercettato perfettamente questa dinamica, mettendo sul mercato prodotti pensati non solo per funzionare, ma anche per essere visti: maschere, patch, packaging fotogenici, oggetti che funzionano come segni visivi. E così il ripiano del bagno si riempie, le routine si allungano, non perché la pelle lo richieda davvero, ma perché c’è sempre qualcosa di nuovo da aggiungere, da provare e da non perdere. Dentro questo sistema sono nate nuove etichette che alimentano questa teoria: lo skintellectual, che si interfaccia alla pelle come un progetto scientifico da ottimizzare costantemente; la cosmeticorexia, ossia l’acquisto compulsivo di prodotti guidato non dai bisogni reali ma dall’ansia di restare aggiornate; la prejuvenation, cioè l’uso di trattamenti anti-age su pelle ancora giovane, prima che ce ne sia davvero necessità. E se si pensava che almeno l’età potesse funzionare da confine, il fenomeno delle cosiddette Sephora kids ha spostato anche quello. Bambine di 10 o 11 anni che usano retinolo e routine complesse non per bisogno, ma per imitazione: perché è quello che vedono nei mille reel e TikTok, e perché ormai non partecipare significa restare indietro. Quindi l’età non è più un limite, la routine non è più una pratica di benessere, e non avere abbastanza prodotti non è più una semplice scelta personale, ma rischia di diventare una sensazione di non appartenenza, ansia e stress.

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