
La beauty positivity sta diventando tossica? Quando il beauty smette di farci sentire meglio
G-Club
22 Maggio 2026
22 Maggio 2026
Ci sono momenti in cui una parola, ripetuta più del dovuto, inizia a perdere significato. Negli ultimi anni nel beauty è successo spesso, soprattutto con termini come glow, self-love, empowerment, confidence, wellness, authentic e ultimamente anche con la non più tanto credibile beauty positivity. Parole nate per alleggerire la pressione estetica che, lentamente si sono trasformate in una nuova forma di pressione. Più sottile, più elegante e proprio per questo molto più difficile da riconoscere. La riflessione è sorta durante un evento beauty a cui ho partecipato qualche giorno fa. Luci perfette, skincare station, persone sorridenti, talk sulla cura di sé, sul benessere e sull’amarsi di più. Tutto molto bello, molto corretto, molto positivo. Forse un po' troppo. Ho avuto la sensazione che nel beauty non ci fosse più spazio per stare male, essere stanchi, avere la pelle spenta, non avere voglia di performare o semplicemente non sentirsi nella versione migliore di sé. Come se anche il benessere fosse diventato una performance.
La nuova estetica della felicità
Per anni il beauty ha imposto standard estetici impossibili, poi qualcosa è cambiato. Sono arrivate parole come autenticità, skin positivity, real skin, self care e per un momento è sembrato davvero che il settore stesse diventando più umano e reale. Se non fosse che oggi quella stessa narrativa sembra essersi trasformata. Non ci viene più chiesto di essere perfette, ma di essere equilibrate, luminose, consapevoli, serene, curate e grate. Sempre. La pelle non deve più essere solo bella. Deve essere glow. Il corpo non deve essere magro. Deve essere healthy. La skincare non deve essere una routine. Deve essere self care. Ed è così che improvvisamente anche il benessere rischia di diventare un obiettivo estetico.
@itsamymillie Live YOUR best life, not the life someone else tells you to live.
POV - K bye for now
Quando il self care diventa un dovere
Il problema non è il self care. Il problema è quando smette di essere un gesto spontaneo e diventa l’ennesima cosa da fare e da fare bene. Routine da dieci step. Integratori a non finire. Pilates alle sette del mattino. Journaling. Meditazione. Matcha. Skincare perfetta prima di andare a dormire. Tutto raccontato come equilibrio. Ma siamo sicuri che lo sia davvero? A volte il rischio è che il beauty contemporaneo non ci stia dicendo “prenditi cura di te”, ma “migliorati costantemente, però in modo soft”. È una pressione molto più difficile da riconoscere, perché arriva travestita da benessere.
@sabrina.zohar Toxic positivity is only making you feel more shame and not getting closer to the secure version you want to be. Dating is tough, life is tough, we can think positivity but also hold space for negative emotions as well. New ep out now 173 the real reason shame ruins your relationship- available on YouTube, Spotify, apple etc #datingadvice #datingpodcast #shame #toxicpositivity #relationshippodcast ominous - insensible
Il diritto di non essere sempre la versione migliore di noi
Una delle cose più stancanti del beauty di oggi è che sembra non lasciare più spazio alla neutralità. Sei nella tua glow era. Stai facendo reset. Stai lavorando su te stessa. Stai guarendo. Stai diventando la tua best version. E se invece fossimo semplicemente stanche? Se non avessimo voglia di trasformare ogni gesto in una versione migliorata di noi? Il punto è proprio questo. Il beauty dovrebbe farci stare meglio, non farci sentire costantemente da ottimizzare.
La pelle reale non è sempre luminosa
Negli ultimi mesi si parla tantissimo di pelle vera, con i suoi difetti. Texture, pori, occhiaie e imperfezioni varie. Anche questa realtà, però, spesso sembra costruita. Una realtà bella da vedere e da veicolare perché si è capito che funziona. Una estetica della vulnerabilità. La verità è che ci sono giorni in cui la pelle è spenta e grigia, giorni In cui siamo gonfie, stanche e molto stressate. Giorni in cui non abbiamo ne tempo ne voglia di fare skincare, di bere due litri d’acqua o di trasformare il nostro disagio in contenuto motivazionale. Credo fermamente che dovrebbe essere considerato normale anche e soprattutto questo.
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Beauty o performance?
La domanda allora diventa inevitabile. Il beauty contemporaneo ci sta davvero aiutando a stare meglio o ci sta semplicemente insegnando nuovi modi per performare e farci venire ansia e senso di inadeguatezza? Perché se ogni gesto deve portarci verso una versione più luminosa, più sana, più centrata e più efficiente di noi stesse, allora il rischio è che anche il benessere diventi una forma di controllo. La vera rivoluzione è rallentare davvero. Oggi il gesto più rivoluzionario non è avere la routine perfetta, ma smettere, ogni tanto, di trattare noi stesse come un progetto infinito. Lasciare che il beauty torni a essere qualcosa che accompagna la vita, non qualcosa che la corregge e la migliora continuamente. Perché non tutto deve essere glow, non tutto deve insegnarci qualcosa, non sempre “only good vibes” e non tutto deve renderci migliori. Dovrebbe semplicemente farci respirare e darci un po' di serenità quando ne sentiamo il bisogno.
