Tutto è politica, anche il beauty Tra cura, trend e controllo: cosa significa prendersi cura della pelle oggi

Quante volte vi è capitato di vedere un video sui social dove la beauty creator di turno mostra fieramente la sua "vera" pelle. Ha un'acne leggera sul mento, un po' sulle guance, ma una luce perfetta e trecentomila like. Nei commenti, qualcuno scrive che è coraggiosa, mentre un link nella bio porta direttamente al siero che usa. Ecco il 2026 in sintesi, o almeno stando a quello che gira online: prendersi cura della propria pelle sarebbe un atto politico e mostrarsi senza filtri femminismo. È una storia bellissima. È anche una storia che conviene moltissimo a chi quella skincare la produce.

Tutto è politico, anche il beauty

Le radici della self-care

Prima di diventare un banale hashtag su TikTok, la self-care aveva un significato molto più radicale. Come racconta Aisha Harris in un articolo di Slate, il termine nasce in ambito medico negli anni ’50, per indicare tutte quelle pratiche con cui i pazienti potevano gestire autonomamente la propria salute. Ma è tra gli anni ’60 e ’70, con i movimenti femministi, queer e per i diritti civili, che il self-care assume una dimensione politica vera e propria. Per molte donne, persone queer e comunità afroamericane, prendersi cura di sé significava sopravvivere a sistemi sanitari razzisti, sessisti e profondamente escludenti. I movimenti femministi per la salute, ad esempio, nascono proprio dalla necessità di riappropriarsi del proprio corpo e delle informazioni mediche, in risposta a istituzioni che spesso trattavano il corpo femminile come qualcosa da controllare più che da comprendere. Anche movimenti come il Black Panther Party parlavano della cura di sé come qualcosa di politico. Per molte comunità nere americane, prendersi cura della propria salute fisica e mentale era una forma di resistenza contro un sistema che spesso le abbandonava o le escludeva. In questo contesto nasce anche una delle frasi più famose legate alla self-care, scritta da Audre Lorde nel 1988: "Prendermi cura di me stessa non è egoismo, è sopravvivenza, ed è un atto politico". Un’idea molto diversa dal self-care che vediamo oggi online, spesso associato soprattutto al consumo e all’estetica. Il problema è che negli ultimi anni questa idea si è, appunto, progressivamente trasformata. Quello che nasceva come pratica di sopravvivenza collettiva è diventata un mercato multimiliardario fatto di routine performative e prodotti che promettono un benessere emotivo attraverso il consumo. Ed è qui che il rapporto tra skincare, femminismo e body positivity diventa molto più ambiguo: perché la cura di sé può ancora essere una pratica autentica, ma oggi esiste dentro un sistema che monetizza continuamente l’idea stessa di benessere.

@najmasuldann Ep 1: Decentering Capitalist Self-Care | Dive Deep Therapy Series. #fyp #mentalhealth #selfcare #radicalselfcare #resistance #activism #protest #blacktherapist #toronto #decolonizeyourmind #communitycare #community original sound - Najma Suldan

Il rapporto tra body positivity e skin positivity

Per secoli alle donne è stato detto come apparire, quanto pesare, come invecchiare e cosa correggere. Dentro questo scenario, prendersi cura della propria pelle non per essere "giuste" per qualcun altro, ma semplicemente perché fa stare bene (senza inseguire standard e senza doverlo giustificare) diventa qualcosa di più della semplice vanità. La body positivity, almeno all’inizio, lavorava proprio su questo: esistere senza doversi correggere continuamente. Quando questi due mondi si sono incontrati, ossia l'accettazione del corpo e la cura della pelle, tutto ha avuto una sua logica. Mostrare la pelle vera, normalizzare l'acne, smettere di inseguire la perfezione: non è poco. Però poi è arrivato il marketing e, come sempre, ha fatto quello che sa fare meglio: ha preso un’idea, l'ha svuotata e l'ha rimessa in vendita. La "pelle reale" che circola online ha quasi sempre delle caratteristiche molto precise. È reale, sì, ma con luce giusta, inquadratura giusta, carnagione uniforme e contesto curato. L'acne è accettata, ma solo se è fotogenica. La texture è ok, purché accompagnata da una routine che la gestisce. Come scrive anche Silvia Granziero in un articolo di The Vision sul significato politico della cura, il rischio reale è che anche la cura diventi una performance, con l'effetto opposto a quello sperato. In pratica la skin positivity ha creato una nuova versione di "perfetto" che include qualche imperfezione selezionata, e continua a venderti i prodotti per raggiungerla. Solo che adesso si chiama naturalezza invece di perfezione, e questo la rende molto più difficile da contestare.

@malini.sm Replying to @Bam i have so many more thoughts!! really love speaking about this though <3 also just to preface i obviously still adhere to many of these beauty standards and wear makeup on a regular basis. Resistance doesnt need to be perfect, it’s often very personal and for me that looks like balancing my political views with my real love of makeup!! It’s all about making mindful choices really! #accutane #politics #feminism #beauty #hottake #girlssupportgirls original sound - Malini SM

Il tuo viso è in continuo aggiornamento, come un iPhone

Nel 2026 la pressione non è più solo essere bella, ma essere aggiornata. Skin cycling, barrier repair, glass skin, poi glazed skin, matte skin, AI skin analysis che ti assegna un punteggio dei pori come fosse una pagella. I trend cambiano ogni tre settimane e c’è sempre qualcosa che stai facendo in modo sbagliato, qualcosa da correggere, qualcosa di nuovo da comprare per stare al passo. È una forma di obsolescenza applicata al volto. E la cosa più subdola è che colpisce anche chi ci ha fatto pace con la propria pelle. Perché ti convince di non star utilizzando i prodotti giusti, che la tua routine non è abbastanza efficace. E così anche il self-care, che dovrebbe essere uno spazio tuo, diventa un’altra cosa da fare bene.

Quindi cosa rende davvero politica la skincare?

La skincare diventa politica nel momento in cui smette di funzionare come un sistema di ottimizzazione continua del volto. Succede quando non è più una risposta a uno standard, a un trend, a un’idea di pelle da raggiungere. Quando non è un modo per aggiornarsi, correggersi o migliorarsi, ma semplicemente un gesto che non deve produrre nulla se non farti star bene.

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