Perché la cultura popolare è ossessionata dall’essere intrappolati Dagli spazi liminali alle case infestate e alle città maledette

"I think I'm gonna die in this house", canta Charli XCX nella colonna sonora di Cime Tempestose, ma potrebbe anche essere tranquillamente il motto della cultura pop contemporanea e, forse, anche il nostro. Negli ultimi anni sembra che film, serie TV, libri e musica siano incentrati sulla stessa immagine: quella della trappola. Case da cui non si può uscire, paesi che trattengono chi ci vive, relazioni che paiono condanne, spazi infiniti e liminali senza porta d'ingresso o d'uscita. Le declinazioni sono diverse ma una cosa è chiara: i protagonisti, e noi con loro, sono bloccati, imprigionati.

L'orrore di sentirsi bloccati

Non è una coincidenza, chiaramente. L'arte difficilmente inventa paure nuove, di solito prende quelle che già abitano il contesto socioculturale. Se oggi continuiamo a vedere protagonisti intrappolati in realtà parallele è perché quella sensazione ci appartiene già totalmente. Millennial e Gen Z sono cresciuti con l'idea che avrebbero potuto essere tutto ciò che volevano ma ci si ritrova a fare i conti con un presente in cui anche solo immaginare il futuro sembra molto più difficile del previsto. Anche i nostri incubi, quindi, smettono di correre, rimangono fermi e ci ancorano a sé. E se l'arte è sfogo emotivo e culturale, quale modo migliore per affrontare le nostre paure se non concettualizzarle nei media?

L'horror come specchio dell'ansia collettiva

Il genere horror, in primis, è sempre stato uno strumento di elaborazione del dolore e della sofferenza. I mostri che vediamo sullo schermo o che troviamo fra le pagine di un libro non sono altro che una metafora delle angosce di chi li ha scritti e ideati. Le possessioni demoniache à L'Esorcista rappresentano la paura di perdere il controllo; i fantasmi sono una rappresentazione del fardello del passato che non lasciamo andare; i mostri raffigurano il timore che tutto ciò che abbiamo creato, venga distrutto. E così via.

Perché From e Widow’s Bay ci sembrano così familiari

Prodotti culturali come i recenti From o Widow’s Bay, quindi, sono facilmente interpretabili sotto questo punto di vista. I protagonisti delle due serie tv sono incastrati nel paesino in cui si trovano e non possono andarsene. In From, si trovano nel bosco disperso degli Stati Uniti settentrionali, isolati dal mondo e perseguitati da mostri mutaforma durante la notte. In Widow’s Bay, i personaggi sono bloccati sull’isola, intrappolati in un meccanismo del quale sembra impossibile liberarsi. In entrambi i casi, vediamo personaggi lottare per trovare una via di fuga, dediti totalmente alla ricerca della chiave per liberarsi da questa maledizione. Tutti hanno backstory complesse, drammatiche, e in qualche modo, la trappola nella quale sono finiti è metafora anche delle loro lotte personali. Sono spesso personaggi annientati dalla loro incapacità di prendere delle decisioni, fermi a ogni bivio che la vita pone loro davanti.

Backrooms e l'ascesa dell'horror liminale

Anche in Backrooms, film indie creato e girato proprio da un giovanissimo regista Gen Z, i personaggi sono letteralmente bloccati in un labirinto infinito di uffici deserti e stanze giallastre tutte uguali in cui il tempo sembra essersi cristallizzato. Il film è ispirato a creepypasta nati online negli anni 2000 che hanno dato luogo a un vero e proprio universo narrativo in cui le scelte sono fondamentalmente vane, perché ogni decisione, ogni svolta porta comunque allo stesso panorama sconsolato e desolante.

La trappola non è iniziata con l'horror: Cime tempestose

A ben vedere, però, la trappola non viene interpretata solo come elemento horror e, sicuramente, non è un concetto appena nato. In Wuthering Heights, molto prima degli spazi liminali ineludibili, Heathcliff e Catherine erano già prigionieri. Della loro casa, classe sociale, del risentimento, di un amore corrosivo. Nella loro storia non esiste un labirinto fisico, per quanto le brughiere dello Yorkshire possano sembrarlo, eppure tutti i personaggi sembrano destinati a ripetere gli stessi errori, come se il passato fosse una gabbia di cui nessuno possiede la chiave.

Perché la paura di oggi è diversa: dal fallimento all'insuccesso

Se per anni, infatti, la paura dominante raccontata dai media è stata quella del fallimento, oggi il timore precede l’insuccesso. Prima, il terrore era quello di non arrivare dove ci si prospettava di andare; non trovare il lavoro giusto, non fare carriera, non riuscire a realizzarsi. Oggi, invece, abbiamo paura di restare fermi, di non arrivare da nessuna parte. Rimanere bloccati in un lavoro che non ci rappresenta ma che non possiamo permetterci di lasciare; in una città diventata troppo stretta ma impossibile da abbandonare. In una relazione erosa da tempo ma tenuta in piedi dalla paura della solitudine. 

Il vero incubo della nostra generazione

I loop spazio temporali, gli spazi liminali e i labirinti maledetti, visti in quest’ottica, sono la perfetta rappresentazione dell’ennui generazionale che ci ha colpito. Sfiduciati da panorami sociali e politici desolanti, non abbiamo più paura di sbagliare strada perché, in qualche modo, anche quella sbagliata conduce a una destinazione. Il nostro terrore è ritrovarci in un vicolo cieco.

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