Sogniamo ancora il lavoro di Andy ne “Il Diavolo Veste Prada”? Il mito del fashion journalism sta cambiando

Con la data d’uscita del sequel de Il Diavolo Veste Prada fissata al 29 aprile 2026, le nostre piccole versioni bambine e adolescenti rimaste agli anni 2000 stanno per rivivere un momento nostalgico ma di grande ispirazione per quello che poi siamo diventate: fashioniste incallite con il pallino di lavorare per una famosa rivista di moda e poter sentire il tacchettio delle Jimmy Choo, calzate in un normale mercoledì sfilando per i lunghi e spaziosi corridoi di un grattacielo newyorkese con Suddenly I See in sottofondo.

Per una generazione nata con Sex and the City in TV e 30 Anni In Un Secondo in prima serata il sabato sera, il fashion journalism e la cultura della moda non sono mai stati “solo contenuti”: sono stati un ideale di aspirazione. Pensiamo alla scena in cui Andy, spaesata, affronta la catena di richieste assurde di Miranda: è incredibilmente distante dal nostro primo internship, eppure ci abbiamo sognato sopra per anni. Andy Sachs, neolaureata in cerca di un posto nel giornalismo, entra nel tempio della moda come assistente della temuta Miranda Priestly: uffici scintillanti, caffè infiniti, requisiti impossibili e una trasformazione personale fatta di stile, rinunce… ma soprattutto borse da sogno. Almeno nella nostra percezione. 

Quando Hollywood incontra l’ufficio reale: cosa c'è di vero ne Il Diavolo Veste Prada?

Nel 2025 la realtà ha fatto qualcosa di raro: ha superato la sceneggiatura. Condé Nast, la casa editrice dietro Vogue, ha pubblicato durante lo scorso anno un annuncio di lavoro per Executive Assistant di Anna Wintour, con una RAL che può arrivare fino a 125.000 dollari all’anno. Un titolo che suona drammaticamente familiare a chiunque abbia visto il film sopracitato. L’annuncio parla chiaro: gestione dell’agenda, coordinamento di viaggi ed eventi internazionali, comunicazioni costanti con i vertici dell’industria, supporto quotidiano a una delle figure più potenti della moda globale. Non solo organizzazione, ma anticipazione; non solo esecuzione, ma controllo del caos in un’ottica maniacale.

Wintour non è stata solo la direttrice con il caschetto e gli occhiali scuri diventati meme nella cultura pop. È un’icona sociale che, da oltre trent’anni, influenza ciò che vediamo sulle passerelle, nelle riviste, sui social e infine nei nostri armadi. Da Editor in Chief di Vogue a Global Chief Content Officer di Condé Nast, Wintour ha ridefinito il concetto stesso di editoria fashion: meno trend isolati, più narrazioni globali. Lavorare al suo fianco non significa “stare vicino alla moda”: significa stare nel punto esatto in cui la moda prende decisioni. La domanda è: saremmo davvero pronte a vivere quel film senza poter uscire dalla sala quando diventa troppo reale?

Work culture o hustle culture? Il dilemma Gen Z davanti al sogno fashion

La versione di Andy era romanzata, condita da gag esagerate, personaggi memorabili e outfit impossibili da indossare quotidianamente. Ma ci sono punti di contatto tra realtà e mito: la passione per la moda è senz’altro reale, la cultura pop ha definito per molti di noi cosa significhi vivere immersi nella moda e non solo seguirla, ma parteciparne quotidianamente. La curiosità per il dietro le quinte esiste davvero. La figura dell’assistente executive non è un cliché hollywoodiano: è uno dei ruoli più dinamici (e spesso più richiesti) nel fashion system moderno. Ovviamente, non aspettiamoci solo red carpet e Louboutin. La realtà di lavorare per un fashion magazine, infatti, richiede organizzazione feroce, resistenza allo stress e capacità di anticipare ogni evenienza (anche prima della voce “urgentissimo” in oggetto mail).

Ed è proprio qui che il sogno inizia a incrinarsi o forse a diventare più realistico. Perché se il ruolo di Executive Assistant di Anna Wintour sembra uscito da un film cult, oggi viene letto attraverso una lente completamente diversa: quella della Gen Z, cresciuta tra burnout raccontati su TikTok, quiet quitting, confini personali e la costante domanda “ma ne vale davvero la pena?”. Negli anni 2000, la narrativa era chiara: lavori tanto, soffri un po’, poi arriva la ricompensa. Andy Sachs correva per New York con il telefono incollato all’orecchio, sacrificava vita privata e identità, e quello veniva chiamato ambizione. Oggi, lo stesso comportamento viene spesso etichettato come hustle culture tossica.

@gracemaria.x Something I had to remind myself of today #toxicworkplace #toxicjob #9to5life #corporatelife #corporategirl original sound - hohezheng

Il sogno fashion non è morto, si è trasformato

La Gen Z non rifiuta il lavoro ma rifiuta l’idea che il lavoro debba consumarti per legittimarti. E allora quell’annuncio diventa uno specchio culturale. Da un lato, rappresenta l’accesso a un network, a una visione privilegiata dell’industria, a una carriera che pochi possono anche solo immaginare. Dall’altro, solleva domande scomode: quanta disponibilità è richiesta? Quanto spazio resta per sé? È davvero un trampolino o un test di resistenza emotiva? Il punto non è più quanto sei disposto a sacrificare, ma perché e a quale costo.

@break.archive PFW interns are built different… #parisfashionweek original sound - eddie

La differenza tra work culture e hustle culture sta tutta qui. La prima parla di crescita sostenibile, apprendimento, identità professionale che evolve insieme alla persona. La seconda romanticizza l’esaurimento, trasforma l’urgenza in status symbol e il “non staccare mai” in una medaglia invisibile. E forse Andy, oggi, non accetterebbe tutto in silenzio. Forse chiederebbe flessibilità, riconoscimento, confini chiari. Forse userebbe quell’esperienza come passaggio strategico, non come prova di valore personale. Non è più solo “entrare nel sistema”, ma capire come starci dentro senza perdersi. E quando Hollywood incontra davvero l’ufficio reale, la domanda diventa una sola: successo significa resistere a tutto, o scegliere cosa vale davvero il nostro tempo?

Come lavorerebbe Andy Sachs nel fashion system del 2026?

Se Andy Sachs entrasse oggi negli uffici di un grande magazine di moda, probabilmente non indosserebbe subito Chanel. Indosserebbe cuffie noise-canceling, un tote bag oversize e una consapevolezza molto più sviluppata di quanto valga il suo tempo. Andy oggi sarebbe Gen Z. O almeno, parlerebbe la lingua della Gen Z. Avrebbe studiato comunicazione, giornalismo o fashion media, ma con una carriera già ibrida alle spalle: stage, freelance, contenuti digitali, un account TikTok. Accetterebbe un ruolo come assistente? Probabilmente sì. Ma come mossa strategica, non come sacrificio identitario

@simonacruzer Halloween costume contest of my dreams @Tyler McGillivary sonido original - Alberth Aguirre

Nel mondo della moda realistico del 2025, Andy non lavorerebbe solo per “imparare”. Lavorerebbe per costruire relazioni chiave, capire come funzionano davvero i processi decisioniali, osservare il passaggio dall’editoria tradizionale ai contenuti digitali, usare quell’esperienza come acceleratore, non come prigione. Non romanticizzerebbe il burnout. Se le richieste diventassero ingestibili, le riconoscerebbe come tali. Andy Gen Z lavorerebbe con intensità, ma pretenderebbe senso. Saprebbe che essere sempre reperibili non è sinonimo di essere indispensabili. E che il valore non si misura in ore non pagate o in messaggi risposti alle tre di notte. Forse Andy non farebbe follie per consegnare il manoscritto inedito di Harry Potter alle gemelle prima della partenza. Forse se ne andrebbe prima della Andy del 2006.