
I Take That secondo i Take That La docuserie su Netflix racconta l’ascesa, la discesa e la risalita di una delle boy band più famose mai esistite

Nel 2005, dopo quasi dieci anni dallo scioglimento dei Take That, quattro dei cinque componenti della boy band si riuniscono per il documentario Take That… For the Record, facendo una scoperta incredibile. Nonostante fosse passato quasi un decennio dalla loro ultima esibizione, infatti, il gruppo era riuscito a raggiungere numeri esorbitanti durante la messa in onda in tv del progetto diretto da David Notman-Watt, tanto da far ricevere a Gary Barlow, Howard Donald, Mark Owen e Jason Orange un’offerta che, per la seconda volta, avrebbe cambiato per sempre la traiettoria delle loro vite. È stato il 2006 l’anno in cui il quartetto è tornato a riempire insieme gli stadi, e ce ne sono voluti ancora alcuni prima che anche il figliol prodigo, Robbie Williams, si riunisse ai compagni con cui negli anni ’90 aveva cominciato la sua carriera.
La docuserie Netflix sui Take That: rivisitare un fenomeno pop
Tutto rivive ancora una volta nella docuserie in tre puntate su Netflix, il cui titolo è semplicemente Take That. La nascita, i primi segni di cedimento, lo scioglimento e poi la ripresa da dove ci si era fermati di una delle boy band più influenti del secolo scorso, la cui cassa di risonanza ha continuato a risuonare anche scavallati gli anni Duemila, proseguendo oggi pur con una riduzione (da cinque a tre membri) ma continuando a mantenere accesa una luce che per dieci anni della storia del gruppo è rimasta momentaneamente spenta. Se nel documentario del 2005 a partecipare furono solamente Barlow, Donald, Owen e Orange, nel Take That di Netflix ad aggiungersi è la voce di Williams, stavolta anche lui disposto a dare la propria versione dei fatti dopo aver già compiuto un simile percorso di ammissione e redenzione con il biopic Better Man, inserendosi però non come solista, come capitato anche nella sua carriera, ma armonizzandosi con quelli che sono stati per un periodo (e poi ad intermittenza) i suoi compagni di viaggio.
Fama, insicurezza e fragilità maschile nel documentario sui Take That
Take That non prende una posizione critica riguardo all’ascesa, discesa e risalita del gruppo. È bensì un ritratto multi-personale confezionato utilizzando trentacinque anni di materiale di repertorio originale e lasciando i membri del gruppo solamente come narratori degli eventi. Una confessione potente dei rischi di fronte a cui mette la celebrità, ma ancor più il muro di insicurezze che innalza e impedisce di poterne parlare. Il che in Take That trova la propria declinazione in una fragilità maschile che non sapeva come esprimersi, un po’ per l’età dei componenti della boy band nella loro epoca d’oro, un po’ per dei pregiudizi legati alla società e al genere che tendono ad impedire di aprirsi e quindi covano e reprimono i sentimenti più negativi.
Crescere come boy band negli anni '90
Qualcosa a cui i giovani avrebbero dovuto far fronte nella parentesi che dal 1990 al 1996 li ha visti cavalcare l’onda, passando dalle coreografie ballate nei locali queer inglesi arrivando alle esibizioni di Top of the Pop. Troppo piccoli per poter sapere come fare, troppo incastrati in quegli anni Novanta dove la decostruzione del maschile non era stata ancora messa in discussione, men che meno se si trattava di essere dei sex symbol. Un’irrequietezza legata a stretto giro anche ai turbamenti della giovinezza, con quel desiderio di trovare una propria personalità che non fosse di gruppo ma individuale, sia artistica che privata, e non un’etichetta appiccicata loro addosso appiattendone le singolarità. Nel pieno dei vent’anni che scalpitano in un periodo in cui si cerca di capire chi si è veramente, esattamente come capita a tutti quanti, solo che non tutti quanti hanno fatto parte di una boy band.
A cultural and industrial wake-up call
Mentre Take That indaga l’interiorità che le popstar cercano di mettere a nudo, la docuserie ricostruisce anche il fenomeno culturale che ha travolto il Regno Unito e si è poi espanso per il resto del mondo. Osservando cosa può accadere quando da persone si diventa macchine per fare soldi, esponendo le conseguenze economiche e industriali che hanno portato la band a diventare il caso più grande dell’UK dopo i Beatles, raggiungendo i fab four per successi conquistati. Un reminder per un’industria che forse non imparerà mai, o forse sempre troppo tardi, a trattare i propri artisti come persone prima che come introiti. E per i Take That stessi, che dalla palestra fatta dal loro lancio fino agli anni della maturità sono potuti arrivare finalmente al “the greatest day of our lives”.


















































