È vero che internet non è un posto per donne? Intervista a Silvia Semenzin

Internet viene spesso raccontato come uno spazio neutro, aperto e persino democratico, un luogo pieno di possibilità. Ma per molte donne e in particolare per chi prende parola, espone il proprio corpo o il proprio dissenso, la rete è tutt’altro che libera. È attraversata da violenze, silenziamenti, minacce, sessismo travestito da ironia o da meme, e il confine tra intrattenimento e aggressione si fa sempre più sottile. Nel suo nuovo libro Internet non è un posto per donne, l’attivista e ricercatrice Silvia Semenzin smonta la narrazione rassicurante secondo cui il digitale sarebbe solo uno specchio della società e non anche un amplificatore strutturale delle sue disuguaglianze. Le abbiamo fatto qualche domanda per capire il cuore politico del suo lavoro: che tipo di Internet vogliamo davvero e chi deve assumersi la responsabilità di renderlo uno spazio libero, sicuro e femminista.

Intervista a Silvia Semenzin, autrice di "Internet non è un posto per donne"

Nel libro mostri come il patriarcato oggi passi anche da meme, trend ed estetiche mainstream. Perché è importante prendere sul serio queste forme "leggere" di sessismo digitale e non considerarle marginali o innocue?

Quello che mostro nel libro è quanto le narrazioni digitali e i discorsi codificati negli algoritmi dei social media, che utilizziamo seguendo le stesse regole che regolano questi strumenti, siano responsabili della creazione di immaginari e scenari misogini. Sbagliamo a pensare che la manosfera sia un ambiente di nicchia o un’eccezione: al contrario, è il motore attraverso cui si diffondono discorsi sessisti, che anche nelle forme più soft diventano più accettabili, persino tra chi non è radicalizzato. Nel capitolo dedicato alla mascolinità online, traccio una linea tra le forme più estreme di radicalizzazione maschile e quelle più invisibili, diffuse anche da youtuber, influencer e podcaster che, pur non occupandosi di politica, riproducono discorsi legati all’universo maschile, raccontando come le donne siano diverse dagli uomini e trasmettendo immagini pericolose e stereotipate.

Vivendo in Spagna, che differenze vedi nel modo in cui la violenza di genere online viene riconosciuta e affrontata rispetto all’Italia? Conta di più il quadro normativo o il clima culturale?

Le differenze con la Spagna in questo senso sono parecchie. Da un punto di vista prettamente istituzionale, la Spagna è avanti anni luce rispetto a noi. Questo 25 novembre, ad esempio, ha inserito la violenza di genere digitale tra le azioni di prevenzione decise dallo Stato. Se ci spostiamo in Catalogna, dove vivo, addirittura la Regione ha lanciato lo stesso giorno una piattaforma, finanziata pubblicamente, che offre alle vittime supporto psicologico, legale e tecnico gratuito per chiedere la rimozione di contenuti online e denunciare diverse forme di violenza, come stalking, deepfake, linguaggio d’odio e altro ancora. In Spagna, quindi, sono le istituzioni a farsi carico di tutto questo, mentre in Italia sono le associazioni femministe che, pur essendo spesso attaccate, si assumono queste responsabilità. A questo si aggiunge il fatto che il femminismo in Spagna ha attecchito molto di più: vi è una grande differenza culturale con l’Italia. Il femminismo viene insegnato nelle scuole, le donne hanno maggiore spazio nel mondo del lavoro e si respira una narrazione più compatta. Quando una donna viene attaccata, tutte rispondono.

Gli algoritmi apprendono da dati impregnati di stereotipi, ma continuano a essere presentati come strumenti neutrali. A tuo avviso, chi ha davvero il potere di intervenire su questa neutralità fittizia: le piattaforme o la politica?

Sono tanti anni che il femminismo digitale si occupa di spiegare come le piattaforme non siano neutrali, ad esempio mostrando che violenza e odio colpiscono chi è già discriminato. Per questo, parlare di diritti digitali senza includere il femminismo rimane un po’ vago. Naturalmente, le piattaforme e la big tech in generale hanno tutto l’interesse a far credere che gli algoritmi siano neutrali, che si tratti solo di matematica e che non ci sia alcuna responsabilità sugli output generati dalla tecnologia. Per me, quindi, questo è prima di tutto un lavoro politico, sia a livello istituzionale sia di militanza: è fondamentale mettere al centro delle agende dei movimenti sociali progressisti il recupero e la rivendicazione degli spazi digitali come luoghi non commerciali, in cui la democrazia possa fiorire invece di appassire come accade oggi.

Tra revenge porn e deepfake sessuali, il corpo delle donne resta il principale terreno di scontro tecnologico. C’è qualcosa che oggi ti appare più pericoloso rispetto al passato, o qualcosa che invece ti sembra finalmente cambiato in meglio?

Dopo anni in cui il femminismo aveva ottenuto una serie di piccole vittorie anche rispetto alla violenza online, ci troviamo oggi davanti a un ritorno di un movimento antifemminista, in cui soggetti potenti usano la tecnologia al servizio della misoginia. C’è una vera e propria censura di questi discorsi: anche l’educazione sessuo-affettiva e molte altre iniziative vengono molto più oscurate. Dal punto di vista degli utenti, un fenomeno preoccupante sul quale sto concentrando le mie ricerche è il fatto che uomini che prima operavano violenza in un contesto di banalizzazione, oggi rivendicano la violenza come legittima, come un diritto. Questo rende la violenza sempre più organizzata e presente, come nel caso dei deepfake. In pratica, basta esistere come donna per essere bersaglio online. Ciò che spero è che la voce femminista si compatti: siamo in un momento di grandissima difficoltà, ma la mia chiamata finale nel libro è rivolta a voci diverse, mantenendo la capacità di fare rete, una capacità che purtroppo la destra esercita meglio della sinistra e del femminismo stesso.

Se dovessi sintetizzare il cuore del libro in un messaggio politico chiaro: che tipo di Internet vogliamo e a chi spetta la responsabilità di renderlo davvero libero, sicuro e femminista?

Il cuore del libro è che internet non è ancora un posto per le donne, ma può diventarlo se sapremo utilizzare il femminismo come penna per riscrivere la rete attraverso regole nuove. La rete ci appartiene. È fondamentale rimettere al centro dell’agenda politica la necessità di recuperare strumenti per costruire una nuova idea di società e di Internet. Creiamo insieme un’alternativa all’odio dilagante.