
L’ultima favola (indisciplinata) di Miu Miu parla la lingua di Mona Fastvold Un nuovo capitolo del progetto cinematografico del brand tra moda, vulnerabilità e visione autoriale
Ci sono progetti che non invecchiano perché cambiano pelle. Miu Miu Women’s Tales è uno di questi. Da oltre quindici anni (e con quasi trenta short film alle spalle), la serie continua a essere un laboratorio vivo di cinema femminile, uno spazio in cui la moda smette di essere cornice e diventa linguaggio. Ora tocca a Mona Fastvold. Ed è una scelta che ha perfettamente senso. Regista candidata all’Oscar, autrice di un cinema fisico, inquieto, emotivamente rigoroso, Fastvold firma Discipline, il 31° capitolo di Miu Miu Women’s Tales. Un film che, già dal titolo, promette di scardinare l’idea stessa di controllo, forma e identità.
Women’s Tales non racconta storie, costruisce mondi
Nata nel 2011 da una visione chiarissima di Miuccia Prada, Miu Miu Women’s Tales non è mai stata “solo” una serie di film. È un archivio della femminilità contemporanea, una costellazione di mondi costruiti da registe che hanno ricevuto una cosa sempre più rara: fiducia totale. Nessun tema imposto. Nessuna morale preconfezionata. Solo la richiesta implicita di usare il cinema per interrogare (e interrogarsi) su cosa significhi essere donna, oggi. Il risultato è una costellazione di film diversi per tono, forma, ritmo, ma uniti da una stessa intenzione verso l’esplorazione della femminilità contemporanea come qualcosa di instabile, contraddittorio, in trasformazione continua. In questo ecosistema, i capi Miu Miu non sono oggetti da mostrare. Sono personaggi silenziosi, complici della storia, capaci di amplificare fragilità, desideri, paure. Sono corpi simbolici. A volte rifugio, a volte attrito. Spesso entrambe le cose. È l’estensione più coerente del pensiero di Miuccia Prada, che da oltre trent’anni usa la moda come strumento critico. Non per definire le donne, ma per moltiplicarne le immagini.
Discipline: l’abito come armatura emotiva
Discipline nasce da un’esperienza personale. Fastvold parte dal ricordo preciso di un capo Miu Miu indossato in un momento di forte ansia. Un contesto che rende il corpo esposto, vulnerabile. E l’abito, improvvisamente, diventa protezione. Struttura. Armatura. Da qui prende forma un cortometraggio costruito con pupazzi a grandezza naturale, movimenti coreografici, gesti ripetuti. Una grammatica visiva che parla di formazione, incompiutezza, visibilità. La protagonista avanza nel mondo. Finalmente si vede. Ma non è ancora “finita”. Ed è proprio lì che il film si ferma, nello spazio instabile tra ciò che siamo e ciò che stiamo diventando. Il risultato è un cortometraggio che lavora per sottrazione e straniamento, dove la disciplina non è imposizione ma tentativo fallibile, umano di tenersi insieme. Qui l’abito diventa protezione, struttura, linguaggio. Non decora, ma sostiene.
Mona Fastvold: una voce che non chiede permesso
Norvegese di origine, newyorkese per scelta, Mona Fastvold è una delle autrici più coerenti del cinema contemporaneo. Ha co-sceneggiato con Brady Corbet The Childhood of a Leader, Vox Lux e The Brutalist, lavoro che è valso a entrambi la nomination all’Oscar per la sceneggiatura originale. Come regista ha firmato The World to Come, vincitore del Queer Lion, e The Testament of Ann Lee, musical storico con Amanda Seyfried. Film che condividono la stessa ossessione per il corpo come luogo politico, emotivo, spirituale. Per questo, l’ingresso di Fastvold nel mondo di Miu Miu Women’s Tales, che avverrà ufficialmente il 12 febbraio 2026 con l’anteprima di Discipline a New York, al Village East by Angelika, sembra perfettamente naturale.
























































