L’Italia cresce grazie al lavoro e all’impresa delle donne Le donne immigrate guidano la crescita inclusiva e ridisegnano l'economia italiana

Esiste un pezzo d’Italia che continua a crescere mentre il resto arretra. È l’Italia dell’imprenditoria immigrata e sempre più spesso ha il volto delle donne. In meno di quindici anni, le imprese guidate da donne di origine straniera sono aumentate di oltre il 56%, arrivando a quota 164.509 nel 2024. Oggi un’ impresa immigrata su quattro è femminile. Un dato che non solo descrive una tendenza economica, ma racconta una trasformazione strutturale del sistema produttivo italiano.

Cosa ci dicono i dati sull'imprenditoria femminile in Italia oggi

Questi dati arrivano dal Rapporto Immigrazione e Imprenditoria 2025, un osservatorio che da più di dieci anni racconta come sta cambiando l’imprenditoria straniera in Italia. E, anno dopo anno, il quadro che emerge è sempre più chiaro: mentre l’imprenditoria “autoctona” attraversa una fase di riduzione strutturale, le imprese guidate da persone immigrate continuano a crescere e a mostrare una vitalità che il resto del sistema fatica a esprimere. Dentro questa dinamica spicca il ruolo delle donne. Tra il 2011 e il 2024 le imprese femminili immigrate sono aumentate del 56,2%, con una spinta ulteriore negli ultimi cinque anni (+8,3%). Oggi rappresentano il 24,7% di tutte le imprese a guida immigrata: una su quattro. Un dato che segnala un riequilibrio progressivo rispetto alla storica prevalenza maschile e che racconta un cambiamento profondo nei profili imprenditoriali, nelle competenze e nei percorsi di integrazione economicaDal 2011 al 2024, le imprese guidate da persone nate in Italia sono diminuite del 7,9%. Nello stesso arco temporale, le imprese immigrate sono cresciute del 46,9%. Un divario impressionante, che segnala come l’imprenditoria straniera non rappresenti più un fenomeno marginale o transitorio, ma una componente strutturale dell’economia nazionale. All’interno di questa crescita, il ruolo delle donne è stato tutt’altro che secondario: al contrario, è stato determinante. Il confronto con l’imprenditoria femminile nata in Italia rende il quadro ancora più evidente. Negli stessi anni, il numero di imprese condotte da donne italiane ha registrato un calo, seppur più contenuto rispetto alla componente maschile (-3,5% dal 2020). Il risultato è che, alla fine del 2024, le imprese guidate da donne di origine straniera rappresentano il 12,6% di tutte le attività indipendenti femminili del Paese: circa una su otto. Un’incidenza quasi doppia rispetto al 2011, quando si fermava al 7,3%, e persino superiore al peso complessivo delle imprese immigrate sull’intero panorama imprenditoriale nazionale (11,3%). 

Una società plurale è una risorsa

Non si tratta semplicemente di una crescita nei numeri, ma di una trasformazione profonda nella qualità e nel ruolo dell’imprenditoria femminile immigrata. La sua espansione è strettamente connessa al peso crescente del settore dei servizi nell’economia italiana. Il commercio rimane il principale ambito di inserimento, con 48.810 imprese, seguito dalle attività di alloggio e ristorazione (21.517): settori caratterizzati da una soglia d’ingresso relativamente bassa e da una domanda interna stabile. Ma non è finita qui. Negli ultimi cinque anni, infatti, le dinamiche più interessanti emergono proprio nei settori che tradizionalmente restavano ai margini dell’imprenditoria immigrata. Le “altre attività di servizi”, che comprendono in larga parte i servizi alla persona, hanno raggiunto 18.812 imprese, registrando una crescita del 27,2% e diventando il terzo settore di riferimento. Un dato che riflette, da un lato, l’aumento della domanda di cura in una società che invecchia e, dall’altro, la capacità delle donne immigrate di intercettare bisogni concreti e tradurli in iniziativa economica. Ancora più rilevante è l’espansione nei comparti ad alta qualificazione: attività immobiliari (+33,3%), finanziarie e assicurative (+24,7%), professionali, scientifiche e tecniche (+24,2%). Ambiti che richiedono competenze specifiche, familiarità con il quadro normativo, capitale relazionale e capacità di operare in contesti complessi. Nel loro insieme, questi settori contano quasi 10.000 imprese femminili immigrate e segnalano un cambiamento netto nelle traiettorie di inserimento economico. Questi dati acquistano un peso ancora maggiore se messi in relazione con le condizioni strutturali del mercato del lavoro. Le donne immigrate continuano a essere tra i soggetti più penalizzati: fortemente concentrate nel lavoro domestico e di cura, spesso impiegate in mansioni poco retribuite e con scarse possibilità di mobilità professionale. Una situazione che persiste anche in presenza di alti livelli di istruzione, competenze qualificate e percorsi di lunga stabilizzazione nel Paese.

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L'imprenditorialità come empowerment e risorsa strategica

In questo scenario, l’imprenditoria assume un significato che va oltre la dimensione economica. Diventa uno strumento di emancipazione e di valorizzazione del capitale umano. Avviare un’impresa significa sottrarsi a un mercato del lavoro segmentato, costruire autonomia, creare occupazione e contribuire allo sviluppo dei territori in cui si opera. Il Rapporto mette inoltre in luce le differenze territoriali, i livelli di integrazione nelle filiere produttive e le nazionalità più rappresentate, restituendo un quadro complesso e lontano da ogni semplificazione. In un’Italia che continua a parlare di immigrazione quasi esclusivamente in chiave emergenziale o securitaria, questi numeri raccontano un’altra storia. Raccontano di donne che creano lavoro, sostengono economie locali, innovano nei servizi e nei settori professionali, sperimentano nuovi modelli di inserimento. Un’Italia che cresce nonostante le difficoltà, spesso senza politiche di sostegno adeguate e che dovrebbe essere riconosciuta non come un’eccezione, ma come una risorsa strategica.