Non riusciamo neanche più a guardare un film per intero Altro che comportamento da cinema, ci stiamo disabituando a stare attenti

Se qualche anno fa ammettere di usare il telefono al cinema, guardare i film accelerati, skippare le scene descrittive o saltare direttamente al finale significava essere giudicati malissimo, oggi tutto questo è diventato quasi normale. La nostra soglia dell’attenzione sembra essersi ridotta all’osso e, purché qualcuno continui a consumare cultura, anche in modo superficiale, tutto appare comunque accettabile.

I film accelerati a 1.5x esistono davvero

Sembra la trama di un articolo satirico o di una distopia anni 2010, e invece il festival cinematografico canadese Rendez-vous Québec Cinéma ha annunciato davvero che proietterà alcuni film accelerati a velocità 1.5x per attirare il pubblico più giovane. Prima di gridare al sacrilegio, però, vale la pena chiedersi come siamo arrivati fino a qui. Quando abbiamo smesso di considerare l’intrattenimento sufficientemente coinvolgente? Quando film, serie TV, libri e spettacoli hanno smesso di catturare davvero la nostra attenzione?

@receandnews Un festival di cinema in Canada ha proiettato un film a velocità x1.5 #filmtok #cinematok #fastforward #genz #cinema audio originale - AlGa aka Recensioni e News

Quando l’intrattenimento ha smesso di bastarci?

Da piccoli, Gen Z e Millennial venivano spesso parcheggiati davanti alla televisione mentre i genitori cercavano di far quadrare i conti a fine mese. Siamo cresciuti con serie a puntate intervallate da lunghissime pause pubblicitarie che aspettavamo con pazienza e curiosità per scoprire come sarebbero continuate le nostre storie preferite. Guardavamo volentieri persino gli spot pubblicitari, tanto che ancora oggi ricordiamo jingle e tagline di vent’anni fa.

Dallo streaming al binge watching infinito

Poi internet è diventato accessibile a tutti, senza le infinite attese della DSL, e ci siamo abituati al binge watching: prima attraverso la pirateria, poi con l’arrivo delle piattaforme di streaming che hanno reso tutto ancora più immediato. I social esistevano già. Instagram, Facebook e YouTube facevano già parte della nostra dieta mediatica, eppure il fascino del long-form content sembrava ancora intoccabile. A un certo punto, però, è come se ci fossimo resi davvero conto dell’infinità di contenuti disponibili e la nostra fame di media fosse diventata completamente insaziabile.

TikTok, doomscrolling e cervelli sempre più stanchi

Per quanto possa sembrare una semplificazione, la nostra bulimia mediatica si è probabilmente cronicizzata durante i primi lockdown. Per la prima volta nelle nostre vite non avevamo nulla da fare se non consumare contenuti. Non importava quali: bastava che ci distraessero dalla follia collettiva che stavamo vivendo e che, forse, non abbiamo ancora davvero elaborato. TikTok ha preso il sopravvento e tutte le altre piattaforme hanno iniziato a copiarne il linguaggio. Da lì sono arrivate le infinite sessioni di doomscrolling, cioè quello scrolling compulsivo e continuo che ormai accompagna le nostre giornate. Sembra una definizione esagerata, quasi paranoica, ma in parte lo è davvero. Non nel senso fisico del termine - di scrolling non si muore - ma il nostro cervello sembra essersi inevitabilmente modificato. La memoria diventa più nebulosa, l’attenzione cala, la concentrazione è sempre più fragile e il desiderio di prendere in mano il telefono si trasforma quasi in un riflesso automatico. Siamo costantemente alla ricerca della prossima dose di stimolo.

Perché oggi facciamo fatica a concentrarci

Le ragioni sono moltissime. Le nostre vite sono sempre più caotiche e stancanti. Il lavoro è totalizzante e alienante. Le interazioni sociali reali diminuiscono sempre di più. Così arriviamo a casa mentalmente esausti, incapaci di concentrarci davvero su qualcosa. La testa è piena di pensieri, ansie e preoccupazioni, e tutto ciò che vogliamo è distrarci. E allora parte il multitasking costante: televisione accesa con un programma leggero e senza trama, computer aperto per un po’ di shopping terapeutico, smartphone in mano per scrolling meccanico e infinito.

Film sempre più veloci e spiegati

È inevitabile - per quanto triste - che chi crea arte e prodotti mediali finisca per adattarsi ai nuovi trend di fruizione. Per questo oggi ci ritroviamo davanti a film e serie TV sempre più didascalici, in cui i dialoghi sembrano servire soprattutto a riassumere continuamente ciò che è successo poco prima. E se questo ancora non basta, oppure se un autore non vuole piegarsi a queste dinamiche, allora entrano in gioco distributori e promotori. Ed è così che arriviamo a un festival cinematografico che decide di proiettare film accelerati.

Guardare un film lentamente è diventato un lusso?

Dovremmo indignarci? Offenderci come spettatori perché qualcuno mette in dubbio la nostra capacità di attenzione? Forse il punto è un altro: in una società sempre più veloce, anche i prodotti culturali diventano inevitabilmente più rapidi, immediati e facili da consumare. Cerchiamo gratificazione continua, stimoli costanti, dopamina immediata e l’eliminazione totale dei tempi morti. Il vero problema è che il tempo è diventato il bene di lusso più raro di tutti. Nessuno ne ha abbastanza e quel poco che rimane deve essere ottimizzato, produttivo, utile. Ma la cultura richiede spesso l’opposto: riflessione, lentezza, capacità di annoiarsi e tempo per lasciare sedimentare le cose.

Forse la vera rivoluzione è annoiarsi di nuovo

L’atto più rivoluzionario, oggi, potrebbe essere proprio concedersi la possibilità di non fare niente. Accettare la noia, rallentare, restare concentrati su una sola cosa per più di qualche minuto. Forse è l’unico modo per allenare di nuovo attenzione e concentrazione ed evitare che, un giorno, guardare un film al cinema in split screen con un gameplay di Subway Surfers ci sembri del tutto normale.

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