
E se smettessimo di guardare solo cartoni animati? Una dieta mediatica equilibrata potrebbe essere una buona idea per iniziare il 2026 con slancio e capacità di pensiero
Ho iniziato il mio anno cinematografico guardando KPop Demon Hunters. Era la serata molto lenta dell'1 gennaio e, dopo aver sentito degli amici parlarne molto bene durante la cena di Capodanno, ho deciso di premere il grilletto. O meglio, di premere play su Netflix. Ne sono uscita con Soda pop in testa ma anche con un senso di scontentezza profonda che va oltre il film animato (che è stato piacevolissimo da guardare) e che si allarga a un atteggiamento diffuso, che vedo sempre di più nelle bolle sui social media in cui si parla di cinema e in generale di prodotti audiovisivi. Lo chiameremo qui la pre-adolescentizzazione del discorso cinematografico. Avete presente? Quella tendenza a rifugiarsi in prodotti pensati per bambini o pre-adolescenti anche in età adulta, affrontati come fossero cose-serie-per-la-nostra-età o in virtù di un sacrosanto movimento di escapismo, e che di fatto levano spazio a un tipo di fruizione più adulta. Ma andiamo con ordine.
KPop Demon Hunters, un prodotto validissimo (ma per ragazzi)
KPop Demon Hunters è un prodotto molto valido da diversi punti di vista, soprattutto se si considera il suo pubblico finale: i dodicenni (o giù di lì). Va bene così. I dodicenni, infatti, meritano prodotti fatti apposta per loro che siano pensati, scritti, eseguiti con maestria. In questo caso, in particolare, l'animazione è interessante e avvincente, le canzoni credibili, la storia edificante, l'aspetto culturale rispettato anzi celebrato. Quello che non mi spiego è come (e perché) ha fatto a diventare un fenomeno di tale portata tra i miei coetanei, dunque persone adulte, che l'hanno visto e rivisto, commentato con le parole e i toni che si addirebbero di più a un film d'autore francese, o all'opera di David Lynch. Facciamo una pausa.
Father Mother Sister Brother, un film all'opposto (e un'esperienza un po' sfidante)
Il giorno dopo (mi sentivo in vena, ok?) sono andata al cinema a guardare, questa volta, Father Mother Sister Brother, di Jim Jarmusch. Un film episodico, meditativo, lentissimo (mi scuserete i tecnicismi raffinati), forse qualcuno lo troverebbe addirittura noioso. È stata un'esperienza cinematografica interessantissima, che ti chiedeva di avere pazienza, di abbandonare ogni (o quasi) pretesa all'intrattenimento per entrare in un universo di dialoghi rarefatti, silenzi, ripetizioni, dettagli tutti da notare, pattern da individuare. Una sfida - se aggiungiamo anche che si tratta di un film sulle dinamiche familiari, e dopo le feste invernali questo tema può risultare particolarmente delicato per alcune persone - ma di quelle che ti muove il cervello.
@mubi “A film of quiet charm, anchored by a scatter of joyful performances.” – Screen International. Jim Jarmusch’s Golden Lion winning FATHER MOTHER SISTER BROTHER is in US theaters December 24. Coming soon to the UK, Latin America, Turkey, Canada, Benelux, Ireland, India & more. A MUBI Release.
original sound - MUBI
Stop escapismo, sì sfida intellettuale
Cosa c'entra? C'entra che nel giro di 24 ore ho compiuto due esperienze di visione opposte. Una più facile, una più difficile. E ho pensato: perché ci siamo chiusi nella prima e non ci prestiamo più alla seconda? Perché, invocando il bisogno di "distrarci", come se non facessimo questo 24/7, sempre a scrollare qualche idiozia, abbiamo smesso di sottoporci a prodotti audiovisivi che ci invitano al pensiero e non per forza al comfort? Di cosa abbiamo paura? Di scoprire che il nostro cervello si è un po' atrofizzato? Che avere a che fare con persone (personaggi, in realtà) che non la pensano come noi ci turba al tal punto da farci rifiutare del tutto l'interazione, anche quando è mediata da uno schermo, dagli stilemi della settima arte, dal fatto che questo personaggio effettivamente non esiste? E qui sta il punto. Abbiamo perso l'abitudine al confronto di qualsiasi tipo. Anche con le opere, anche con noi stessi.
Una dieta mediatica variegata è il segreto per un approccio più critico
Nel 2026 mi auguro e ci auguro una "dieta mediatica" varia ed equilibrata, che ogni tanto ci spinga fuori dalla nostra zona di comfort per farci domande, farci pensare, farci anche arrabbiare. Perché va bene se un film non lo capiamo, va bene se ci annoiamo, va bene se qualcosa non ci piace. Va bene non essere d'accordo con il protagonista ma va bene anche trovarsene affascinati e poi chiedersi perché, usare cinema e televisione come strumenti di esplorazione dell'interno e dell'esterno. Come un bastoncino che scava e ravana, come spunto, come esplorazione. Ci proviamo insieme?



















































