Regencycore 2026: il passato che non passa mai Dalle sale da ballo di Netflix alle brughiere gotiche: anatomia di un’estetica che reinventa la storia

Ogni volta che Bridgerton riappare sullo schermo di Netflix, con la puntualità di una stagione mondana e la stessa capacità di monopolizzare le conversazioni, la moda perde ogni compostezza e reagisce come un cuore romantico davanti a una lettera sigillata con ceralacca: accelera, sospira, capitola con eleganza. La nuova stagione non fa che confermare il rituale. Desideriamo tessuti che frusciano come confessioni trattenute, volumi che occupano spazio emotivo prima ancora che fisico, silhouette progettate per essere guardate e, soprattutto, ricordate. L’eleganza Regency, filtrata attraverso la lente spettacolare della serie, non ambisce alla ricostruzione storica ma all’intensità sensoriale. Lo aveva chiarito fin dall’inizio Ellen Mirojnick, costumista della prima stagione: partire dalla storia per poi tradirla con grazia. Nel 2026 questo meccanismo si compatta, si raffina, si oscura. Complice l’immaginario gothic-pop di Cime tempestose diretto da Emerald Fennell, la nostalgia si tinge di ombre e il sentimentalismo diventa altamente condivisibile. Il romanticismo visivo smette di essere una parentesi decorativa tra due stagioni minimaliste e si fa denso, inquieto, perfettamente consapevole della propria teatralità. Così prende forma il nuovo Regencycore, grammatica estetica condivisa, dichiaratamente scenografica.

Cos’è davvero il Regencycore (e perché ci ossessiona così tanto)

Il Regencycore nasce formalmente come reinterpretazione della moda inglese tra il 1811 e il 1820, periodo durante il quale il futuro Giorgio IV governò come principe reggente. Culturalmente, però, si espande ben oltre le date ufficiali e invade l’immaginario romantico ottocentesco. Pensiamo al mondo letterario di Jane Austen fatto di balli a lume di candela, conversazioni brillanti, emozioni compresse sotto la superficie della buona educazione e abiti stile impero. La sua grammatica estetica è immediatamente riconoscibile ma, soprattutto, emotivamente leggibile, un mix di silhouette impero, maniche a sbuffo, corsetti espressivi, fiocchi architettonici, gioielli opulenti, palette pastello, drappeggi emotivi. Ma attenzione. La sua incarnazione contemporanea non è archeologia sartoriale. È cinema, è fantasia. Storytelling visivo applicato al corpo. Nel 2026 il Regencycore è figlio della cultura visiva diffusa: streaming, social, red carpet, videoclip, serie tv, fotografia, editoriali. Non si tratta di vestirsi come allora, ma di evocare un romanticismo scenografico immediatamente riconoscibile e perfettamente compatibile con il feed. Non è nostalgiaÈ riflesso culturale. Una sorta di desiderio condiviso di bellezza narrativa e intensità estetica.

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Il lungo flirt tra moda e Ottocento

Prima ancora che il termine Regencycore entrasse nel vocabolario culturale, la moda aveva già stabilito una relazione straordinariamente fertile con l’estetica della Reggenza. In fondo, il XIX secolo è una miniera inesauribile di forme, tensioni e simboli. Il più controverso? Il corsetto. Nato come strumento di disciplina sociale, dispositivo di controllo del corpo e segno visibile di gerarchia, non è mai davvero scomparso. È stato reinterpretato, liberato, trasformato in struttura architettonica, dichiarazione estetica e, persino, di emancipazione. Designer come Vivienne Westwood e Jean Paul Gaultier lo hanno reso un linguaggio creativo permanente, capace di oscillare tra ribellione e teatralità. Parallelamente, la silhouette impero, alta sotto il seno, fluida, sorprendentemente moderna nella sua libertà, è stata riletta in chiave contemporanea da maison come Valentino e Givenchy, dimostrando come la libertà di movimento possa risultare spesso più seducente della rigidità strutturale. La moda non copia mai la storia. La assorbe, la trasforma, la metabolizza fino a renderla emotivamente contemporanea.

Il Regencycore sulle passerelle 2026

Le passerelle Primavera/Estate 2026 hanno metabolizzato la Reggenza trasformandola in principio costruttivo. Da Christian Dior, sotto la direzione di Jonathan Anderson, il volume diventa architettura emotiva fatta di organza, petali e costruzioni scultoree. Mentre Giambattista Valli e Simone Rocha vestono debuttanti moderne in organza e crinoline. Romantiche, sì, ma con un sottile senso di inquietudine. Le palette sono tenui, dal rosa cipria al bianco, anche per le bambole di porcellana create da Yuhan Wang. Erdem Moralıoğlu si ispira alla medium francese Hélène Smith e lavora invece per stratificazione narrativa. Il risultato? Tessuti che sembrano trattenere memoria, pizzi antichi, miniabiti a clessidra, motivi floreali e corsetti che paiono usciti da un romanzo gotico ancora in fase di scrittura. Si spingono oltre, verso la fiaba distopica, Pauline Dujancourt e Dilara Findikoglu. Altrove, ad esempio da Balenciaga, la costruzione del corpo diventa esercizio di tensione controllata. Max Mara rilegge l’opulenza rococò attraverso la figura di Madame de Pompadour, trasformando il decorativo in struttura contemporanea. Saint Laurent, guidata da Anthony Vaccarello, amplifica il dramma attraverso volumi cromaticamente assertivi e fiocchi. Acne Studios destruttura il corsetto in chiave quotidiana, mentre Prada reinterpreta accessori cerimoniali, come i guanti da opera, su silhouette rigorosamente contemporanee. Nel frattempo, il romanticismo volumetrico coltivato da anni da Cecilie Bahnsen e Molly Goddard continua a espandersi come linguaggio condiviso. 

Dark Regency: l’incontro tra Regencycore e gotico romantico

Se la serie televisiva ha riacceso la passione per l’opulenza aristocratica, il cinema ha aggiunto l’ombra, il tormento, la materia emotiva più scura. L’adattamento di Cime tempestose di Emily Brontë, diretto da Emerald Fennell e interpretato da Margot Robbie, reinventa emotivamente le epoche. I costumi firmati da Jacqueline Durran rifiutano deliberatamente la precisione filologica. Non cercano di collocare temporalmente la storia, ma di renderla sensoriale. Elisabettiano, georgiano, vittoriano, suggestioni pittoriche, memoria del cinema novecentesco e perfino elementi contemporanei convivono in un’estetica che potremmo definire psicologica. Ogni abito diventa uno stato d’animo indossabile. Inevitabilmente, il clash tra estetica fiabesca alla Bridgerton e romanticismo gotico brontëano ha creato il Dark Regency, un nuovo ideale di guardaroba romantico che aggiunge allo zucchero filato aristocratico, una buona dose di tensione, inquietudine e desiderio trattenuto. Il Dark Regency è la risposta estetica a un’epoca che cerca intensità visiva, ma che prova anche nostalgia per qualcosa che non è mai esistito, ma che ci ostiniamo a voler vivere. Almeno attraverso ciò che indossiamo. Con buona pace dei puristi della storia della moda.

Il romanticismo come linguaggio culturale globale

Il nuovo Regencycore non appartiene più soltanto alla moda. È diventato sensibilità diffusa. L’esempio più estremo sono i look di Margot Robbie per il tour promozionale di Cime Tempestose. Per lei, lo stylist Andrew Mukamal ha creato una saga visiva fatta di corsetti scultorei, couture, velluti teatrali e dettagli che sembrano usciti da un sogno febbrile e fanno impazzire la rete. Come trasportare questa tendenza ibridata, che allude alla Reggenza britannica e si allarga inglobando ogni elemento dall’eco romantica e d’antan, ce lo insegnano Charlie XCX e Rosalía che, tra nastri, organza, fiocchi e teatralità aristocratica. La lezione? Il guardaroba ideale non funziona come costume storico, ma come sistema simbolico indossabile. Gonne ampie da principessa convivono con capi quotidiani, fiocchi monumentali assumono valore architettonico, gioielli oversize agiscono come dichiarazioni visive di presenza, palette verde menta, azzurro baby e rosa antico modulano l’umore prima ancora del colore. I tessuti scorrono, si piegano, si drappeggiano come se possedessero una vita emotiva propria. Mini borse ispirate alle reticule storiche tornano reinventate, mentre guanti, maschere e dettagli cerimoniali suggeriscono teatralità più che funzionalità. Forse è la risposta emotiva a un presente percepito come troppo funzionale, troppo pragmatico, troppo disincantato. Dopo anni di minimalismo, il desiderio torna ad essere visibile. Tangibile. Ornato. Tra sale da ballo immaginarie e brughiere tempestose, la moda ha trovato il suo nuovo equilibrio instabile: romanticismo e inquietudine, storia e invenzione, leggerezza e dramma. In altre parole, il passato non torna mai davvero. Ma ogni tanto decide di vestirsi meglio di noi.