Addio a Christian Astuguevieille, il naso degli anti-profumi di Comme des Garçons Trent’anni di sperimentazione, arte e profumi concettuali che hanno cambiato il modo di annusare il mondo

Chiunque abbia indossato una fragranza capace di evocare toner caldo, cemento appena colato o una tuberosa trattata come materia scultorea dovrebbe dire grazie a Christian Astuguevieille, direttore creativo delle fragranze di Comme des Garçons, scomparso il 13 febbraio all’età di 79 anni. La sua eredità non si misura in flaconi venduti o bestseller da duty free, ma in una vera e propria mutazione del nostro alfabeto olfattivo. Ha insegnato al naso contemporaneo a tollerare, desiderare, perfino cercare ciò che un tempo avrebbe respinto. Dove altri costruivano profumi come rifugi, confortevoli, levigati, prevedibili, lui apriva crepe, lasciava entrare aria industriale, polveri minerali, note volutamente dissonanti. Astuguevieille non ha semplicemente creato fragranze, ma ha riformulato l’idea stessa di cosa un odore possa essere, e soprattutto di cosa possa fare a chi lo indossa. Le sue composizioni non chiedevano approvazione, ma attenzione; non promettevano seduzione immediata, ma un cortocircuito percettivo. Indossarle significava attraversare un paesaggio mentale, spesso spigoloso, talvolta straniante, sempre memorabile. Con la sua scomparsa non se ne va soltanto un direttore creativo visionario, ma uno degli architetti invisibili del nostro modo contemporaneo di sentire il mondo, qualcuno che ha trasformato il profumo da ornamento a esperienza, da accessorio a linguaggio.

L’inventore degli anti-profumi

Se esistesse una parola per riassumere il suo lavoro, sarebbe probabilmente “attrito”. Chiamava le sue creazioni anti-profumi, e il termine non era una provocazione di marketing ma una dichiarazione metodologica. L’obiettivo non era produrre bellezza armoniosa, bensì sabotare l’idea stessa di bellezza olfattiva. Le sue composizioni erano costruite come sculture invisibili, modellate attraverso molecole sintetiche portate all’eccesso, accordi industriali, materiali olfattivi trattati come materia plastica da deformare, comprimere, destabilizzare. Non evocavano giardini fioriti o note gourmand, ma la realtà concreta, spesso ruvida, della vita moderna. Pensate a toner caldo, cemento, metallo, cherosene, sapone di Marsiglia, crema solare, incenso liturgico, polvere su una lampadina rovente. Questo gesto radicale ha ridefinito la profumeria artistica contemporanea. Ha dimostrato che un odore non deve necessariamente piacere per essere significativo. Deve, piuttosto, attivare. Disturbare. Accendere. Aveva capito, molto prima della scienza che gli odori percepiti come sgradevoli funzionano da detonatori emotivi potentissimi. Stimolano memoria, desiderio, perfino eccitazione. Piacere e disgusto non sono opposti, ma sono la stessa energia che cambia direzione. In questo senso, la sua opera anticipa ciò che oggi definiremmo una psicologia dell’olfatto radicale, esattamente quella celebrata nella cultura digitale contemporanea della profumeria concettuale.

L’incontro decisivo

L’incontro che ha cambiato la sua carriera? Nei primi anni ‘90 presso l'ufficio di Comme des Garçons a Tokyo. Christian Astuguevieille cercava qualche consiglio sui locali più interessanti della città quando Rei Kawakubo, che conosceva il lavoro di artista di lui e i suoi mobili in corda, gli propose di creare un'installazione per il suo negozio di Tokyo. Durante l’inaugurazione, parlano di profumi (Astuguevieille  aveva imparato l'arte delle fragranze da Molinard) e si riconoscono come due anime affini, entrambe allergiche alla norma. Così, nasce l’idea di collaborare. Nel 1994 prende forma la prima fragranza della maison chiamata semplicemente Comme des Garçons, una composizione radicale racchiusa in un flacone-ciottolo progettato dalla stilista. Non un semplice oggetto, ma un manifesto tridimensionale. La bottiglia orizzontale sembrava consumata dal mare del tempo e la fragranza rompeva con tutto ciò che gli anni ‘90 si considerava desiderabile. Era l’inizio di un progetto che avrebbe superato il centinaio di creazioni, trasformando il profumo in arte olfattiva contemporanea.

La nascita di un linguaggio

La collaborazione tra Astuguevieille e Kawakubo funzionava come una micro-avanguardia. Nessuna ricerca di mercato, nessun test di gradimento, nessuna concessione al gusto mainstream. L’idea era creare ciò che ancora non esiste. La sua formazione nelle grandi maison storiche come Rochas, Nina Ricci e Molinard gli aveva insegnato il mestiere, ma anche i limiti della tradizione. Con Comme des Garçons decise di rovesciarli tutti. A guidare la sua ricerca era la semplice convinzione che la vita quotidiana è già piena di odori potenti, basta ascoltarli. Così realizza composizioni che evocano fotocopiatrici surriscaldate, il bucato steso al vento, il cemento appena colato. Il risultato è un corpus di profumi concettuali come Amazingreen, Concrete o Wonderoud, ma anche come Odeur 53, il primo profumo mai assemblato da molecole interamente sintetiche, che replicano "l’odore del bucato asciugato al vento, piccole bambole di celluloide, la freschezza dell'ossigeno".

Il suo lascito alla profumeria di nicchia contemporanea

Oggi l’industria dei profumi di nicchia è una forza economica strutturale. Nel 2025 ha smesso definitivamente di essere un territorio marginale per diventare uno dei motori principali del beauty indipendente. I dati parlano di vendite in crescita del 46,3% su base annua, oltre quattro volte più rapide rispetto ai marchi controllati dai grandi conglomerati. Questo boom non nasce dal nulla. È il risultato di decenni di educazione sensoriale, di pubblico allenato a desiderare l’inaspettato, di nasi abituati a cercare differenza invece di rassicurazione. In altre parole, è anche il risultato del lavoro di Astuguevieille. Ha reso desiderabile lo scomodo. La sua morte non chiude soltanto una carriera straordinaria. Segna la fine di una stagione in cui il profumo ha imparato a pensare se stesso. Resta un’eredità che non è fatta solo di fragranze, ma di possibilità. L’idea che un odore possa essere filosofia, gesto artistico, esperimento percettivo. Che la bellezza possa includere attrito, imperfezione, persino disagio.