La trappola del self-help La nuova ossessione del "mettersi al primo posto" potrebbe averci reso un po' troppo individualisti

L’uomo è un animale sociale. Lo affermava Aristotele nel IV secolo a.C. e non hanno mai smesso di confermarlo studi più recenti. Prima ancora di sviluppare un linguaggio complesso, l’essere umano ha imparato a vivere in gruppo, a cooperare, a dipendere gli uni dagli altri per sopravvivere. La comunità non era un’idea romantica, ma una necessità concreta: senza l’altro, semplicemente, non si andava molto lontano. Eppure oggi, in un’epoca che ha fatto del self-help una vera e propria industria culturale, l’idea di dipendere dagli altri sembra essere diventata qualcosa da evitare, se non da temere.

Mettersi al primo posto, ma a che prezzo? L'inganno del self-help

Negli ultimi anni, il mantra del "mettersi al primo posto" è ovunque. Nei libri di crescita personale, nei podcast, nei contenuti motivazionali che riempiono i feed dei social. Il segreto della felicità sembra essere prendersi cura di sé, proteggere i propri confini, allontanare ciò che ci fa stare male. Si tratta di concetti legittimi, spesso necessari, soprattutto in un mondo sempre più segnato da burnout, precarietà emotiva e lavorativa, relazioni sbilanciate. Ma cosa succede quando questa narrativa diventa totalizzante e il benessere individuale si trasforma nell’unico metro con cui misuriamo il mondo? Il rischio è di cadere in un individualismo tossico, che nega totalmente i benefici dell’interdipendenza e dei legami sociali. Perché imparare a stare bene da soli è essenziale, ma questo non significa che non abbiamo bisogno anche degli altri, per stare meglio. 

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It takes a village

L’espressione "it takes a village" non è casuale. Crescere, guarire, attraversare momenti di crisi non sono mai stati processi solitari. L’idea che basti lavorare su se stessi per stare bene ignora un dato fondamentale: il benessere è anche relazionale. Dipende dalla qualità dei legami, dalla capacità di immedesimarsi negli altri, di sostenere e di essere sostenuti. Questo, è ovvio, richiede dei compromessi. Qualsiasi relazione - affettiva, familiare, sociale - si regge su una continua negoziazione. Scendere a patti non significa annullarsi, ma riconoscere che l’altro esiste e che i suoi bisogni non coincidono sempre con i nostri. Quando il compromesso scompare, resta un’alternativa brutale: o sto bene io, o me ne vado.

Fare piazza pulita non è la chiave

Non per caso, liberarsi dalle persone che ci trasmettono energie negative è uno dei concetti cardine del self-help contemporaneo. Sulla carta, è sacrosanto e comprensibile: esistono relazioni realmente tossiche e dannose da cui è sano prendere le distanze. Cosa succede, però, se iniziamo a etichettare come negative anche le relazioni semplicemente difficili, imperfette o attraversate dal conflitto? Si rischia di ridurre i rapporti umani a un bilancio costi-benefici, in cui stare attenti a non dare mai di più di quanto riceviamo, in senso assoluto. Come spiega la psicologa Francesca Bottazzi, specializzata nell’approccio sistemico-relazionale: "La vera cura di sé non è mai un atto solitario, ma è l'impegno costante a rendere più chiara e onesta la connessione con l’altro. Al contrario, l'individualismo diventa tossico quando scambia la protezione dei nostri confini con l'anestesia verso l'altro. Se "allontanare ciò che mi fa stare male" diventa la mia unica bussola, smetto di chiedermi cosa quel malessere stia cercando di dirmi sul nostro legame relazionale".

L’empatia e la capacità di immedesimazione

È in questo spazio complesso che dovrebbero entrare in gioco l’empatia e la capacità di immedesimazione. Gesti non automatici, che richiedono impegno e non sempre corrispondono a una gratificazione immediata: ascoltare anche quando è difficile, mettersi nei panni dell’altro, accettare che una relazione non ci faccia sentire costantemente al centro. In questo modo possiamo cercare di lavorare sui nostri legami, senza perdere di vista noi stessi. Spiega ancora la dott.ssa Bottazzi: "Essere sani sembra coincidere con l'essere invulnerabili ed autosufficienti, ma non è così: è necessario essere capaci di uno scambio flessibile e intelligente con gli altri. L'illusione di poter essere isolati svanisce nel momento in cui comprendiamo che persino il nostro pensiero più intimo è costruito con parole che non abbiamo inventato noi, ma che ci sono state consegnate da chi ci ha cresciuto e istruito". 

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A ben vedere, l’ossessione per il self-help non ha creato l’individualismo, ma lo ha sicuramente normalizzato. In una società sempre più votata a preservare l’io, la cura di sé è diventata un imperativo morale, spesso scollegato da qualsiasi responsabilità verso gli altri. Il problema, ovviamente, non è mettersi al primo posto, ma farlo come se intorno non ci fosse nessuno. Si corre il rischio di ritrovarsi protetti, consapevoli, perfettamente allineati con noi stessi. Ma profondamente soli.