Ci vogliono in silenzio, anche nei film Da Pocahontas a Mulan, le eroine sono sempre raccontate attraverso voci maschili

Pocahontas racconta la storia, ovviamente romanzata, di un’eroina realmente esistita, una donna che ha lottato per la sopravvivenza e i diritti del suo popolo. Nonostante ciò, persino nel film che la Disney le ha dedicato e che porta il suo nome, i personaggi femminili pronunciano solo il 35% delle battute, contro il 65% dei personaggi maschili. Si parla di una donna che viene raccontata sempre solo da uomini. La stessa sorte è toccata a Mulan e a molte altre protagoniste femminili. Ma non si tratta solo di Disney o di film d’animazione. È un problema strutturale che attraversa tutto il cinema, indipendentemente dal genere o dal pubblico di riferimento. Nel 2016 The Pudding ha analizzato centinaia di film hollywoodiani e ha messo in evidenza qualcosa che, in realtà, è sempre stato sotto gli occhi di tutte. Anche quando le donne sono protagoniste, gli uomini parlano di più.

 

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La voce maschile nel cinema

Questo dato rivela almeno due aspetti fondamentali. Il primo è che, nella maggior parte delle storie, è ancora l’uomo a portare avanti il filo narrativo. Il secondo è che la voce maschile continua a essere considerata più autorevole e più degna di spazio. Non si tratta solo di “tempo sullo schermo”, ma di potere simbolico. Parlare di più significa spiegare il mondo e dare senso agli eventi. In altre parole, significa guidare lo sguardo dello spettatore. Ci sono casi estremi, come Le Iene, in cui le battute pronunciate da uomini arrivano addirittura al 100%. È vero che alcune analisi escludono i personaggi con meno di 100 parole, ma la sproporzione resta comunque evidente. Non siamo di fronte a eccezioni isolate, bensì a un modello che si ripete con sorprendente costanza. A confermare questi dati c’è anche il lavoro del Geena Davis Institute on Gender in Media, che da anni studia la rappresentazione di genere nel cinema e nelle serie TV. Le loro ricerche mostrano come, nei film mainstream, i personaggi maschili parlino più delle donne, abbiano più scene centrali e siano più spesso associati a ruoli di leadership e competenza. Le donne, al contrario, vengono più frequentemente rappresentate come figure di supporto, emotive o funzionali alla crescita del protagonista maschile. Insomma, mamme, fidanzate, segretarie, spalle su cui piangere, sottoposte.

Le cose stanno migliorando? Sì, ma solo in parte

Secondo la USC Annenberg Inclusion Initiative, oggi il 54% dei film ha protagoniste o co-protagoniste donne, un dato in crescita rispetto al 29% del 2007. È un progresso importante, ma non sufficiente. Perché, nonostante una maggiore presenza visiva, le donne continuano a parlare meno e ad avere meno influenza sulle decisioni che fanno avanzare la storia. Questo paradosso, più presenza ma meno voce, è uno dei nodi centrali del problema. Essere protagoniste non significa automaticamente avere potere narrativo. Il potere, nel cinema come nella realtà, appartiene a chi agisce e comanda il ritmo del racconto. 

@gaiasidoni Oggi si parla di inclusività nel Cinema grazie alla satira del Bechdel test 1G: trustnogaiasidoni #cinematok #cosechenonsai Escapism. - RAYE & 070 Shake

Come si può provare a correggere questa situazione?

Uno degli strumenti più citati è il Bechdel Test, ideato da Alison Bechdel, che stabilisce tre criteri minimi: la presenza di almeno due donne, che parlino tra loro, di qualcosa che non sia un uomo. Il fatto che molti film non riescano nemmeno a superare questa soglia minima dice molto sullo stato della rappresentazione femminile nel cinemaVa però sottolineato che il Bechdel Test misura solo la presenza, non la qualità o il potere dei personaggi femminili. Un film può superarlo e continuare comunque a raccontare donne marginali, stereotipate o prive di reale agency. Come già detto, il potere narrativo appartiene a chi parla di più e a chi prende le decisioni che fanno avanzare la trama. Alcuni studi più recenti, come quelli condotti dalla linguista Elizabeth Stokoe e da altri ricercatori sul linguaggio nei media, mostrano come la disparità nei dialoghi contribuisca a rafforzare l’idea che la voce maschile sia “neutra” e universale, mentre quella femminile venga percepita come secondaria o accessoria. Finché continueremo a raccontare storie in cui le donne sono presenti ma silenziose, visibili ma non centrali, il cinema non farà altro che riflettere e legittimare una gerarchia che conosciamo fin troppo bene anche fuori dallo schermo. Non basta essere rappresentate, bisogna poter parlare e, soprattutto, essere ascoltate.