
La tiara, ovvero l’oggetto più ambiguo dell’universo fashion Storia, cultura pop e ironia glamour di un gioiello amato da principesse, rock star e reginette messy

Quando si pronuncia la parola tiara, l’immaginario collettivo fa convivere fiaba, nostalgia, ironia e trauma estetico. C’è chi vede subito la grazia di Audrey Hepburn in Colazione da Tiffany, chi Anne Hathaway nei panni di Mia Thermopolis e chi ancora pensa a Blair Waldorf. Altri si perdono nel romanticismo Regency di Bridgerton, dove quel luccichio tra i capelli è il dettaglio finale di un look fatto di abiti impero, maniche a sbuffo e leziose nuance pastello. Poi, ci sono le principesse Disney e le aristocratiche in carne ed ossa, come Lady D, con le sue preziosissime tiare di diamanti. E, naturalmente, esiste anche il lato più kitsch. Avete presente le coroncine di plastica comprate in uno shop tutto ad 1 euro che vostra cugina vi ha costretto ad indossare per il suo addio al nubilato? Oggetti usa-e-getta che promettono regalità temporanea e restituiscono fotografie imbarazzanti. Olivia Rodrigo, per ultima, ha scelto una tiara per festeggiare il suo ultimo compleanno, abbinandola a un vestito Blumarine d'archivio.
La verità è che la tiara è uno degli oggetti più culturalmente e semanticamente schizofrenici della storia dell’abbigliamento. Può evocare principesse, reginette del ballo, super eroine e popstar in crisi esistenziale, spesso tutte insieme. Può simboleggiare purezza, potere, ingenuità, ironia, nostalgia infantile, ribellione adolescenziale o glamour performativo. È contemporaneamente reliquia storica e accessorio pop, simbolo di appartenenza e gesto di individualismo radicale. Ed è proprio questa sua natura contraddittoria che nel 2026 la rende irresistibile. Il suo ritorno negli accessori per capelli non è nostalgia aristocratica, ma desiderio di teatralità quotidiana, la voglia diffusa di abitare la propria immagine come un palcoscenico personale, senza più gerarchie tra sacro e profano.
Archeologia della tiara: da Napoleone alle flapper
Prima di diventare accessorio per capelli di tendenza, la tiara è stata un dispositivo politico, un linguaggio visivo del potere costruito con precisione quasi architettonica. Le sue origini affondano nei copricapi ornamentali dell’antichità mediterranea e persiana, dove indicare la propria superiorità significava letteralmente elevarsi sopra gli altri. Ma è con Napoleone Bonaparte che la tiara torna al centro dell’immaginario europeo moderno facendo il salto da semplice ornamento a parte di una strategia estetica imperiale. Così, l’imperatore incorona la prima moglie, Giuseppina Bonaparte, con gioielli destinati a influenzare l’Europa intera. Nell’Ottocento, la tiara diventa il vertice della parure, il punto culminante di un sistema ornamentale complesso che racconta non solo ricchezza, ma continuità dinastica. Gioiellieri come Cartier e Van Cleef & Arpels perfezionano tecniche e materiali, sperimentando platino, diamanti mobili, strutture leggere che sembrano sospese nell’aria. Poi arriva la modernità e la tiara cambia postura. Le flapper degli anni '20 la abbassano sulla fronte, trasformandola in linea geometrica, segno grafico, elemento di sensualità modernista. È la prova definitiva che la storia della tiara è fatta di continui slittamenti semantici. Ogni epoca la riscrive, ogni generazione la usa per raccontare qualcosa di diverso su sé stessa.
Courtney Love e il momento in cui la tiara diventò grunge
Per alcune persone la tiara è romanticismo, per altre è sogno principesco, per altre ancora è kitsch. Ma per me, e per un’intera generazione cresciuta a eyeliner colato e chitarre distorte, coincide con una visione molto precisa: Courtney Love all'after-party degli Oscar del 1995, slip dress color champagne, glamour sgualcito e una tiara tra i lunghi capelli spettinati. Accanto a lei Amanda de Cadenet, stesso look, stessa energia da fiaba decadente, stessa idea di eleganza come gesto emotivo e non come conformità sociale. Quella notte la tiara ha smesso di essere un simbolo di perfezione per diventare un oggetto narrativo. Non celebrava un evento, ma l’attitudine di esistere in modo visibile anche quando si è imperfetti, messy, fuori contesto. È lì che nasce l’antenata spirituale della everyday princess con l’idea che, sì, va bene indossare qualcosa di regale nella quotidianità. Anche e ancora di più quando la vita è un caos che non esita a metterti al tappeto.
Reginetta del ballo, martire pop e icona disturbante
La tiara non è mai stata innocente. La cultura pop l’ha trasformata in un dispositivo narrativo potentissimo, spesso inquietante. Il cinema lo sa bene e ne ha fatto è un detonatore narrativo, un oggetto che annuncia sempre che qualcosa sta per incrinarsi, rompersi, trasformarsi. L’esempio più iconico resta quello di Carrie, dove Sissy Spacek riceve la sua incoronazione da reginetta del ballo come se fosse un sacrificio rituale travestito da celebrazione. La tiara simbolo potere qui diventa l’emblema della crudeltà sociale, un oggetto luccicante che promette appartenenza e consegna isolamento, che promette gloria e produce distruzione. Non è molto diversa la funzione ironica che assume in Mean Girls, quando Lindsay Lohan smonta letteralmente l’idea di gerarchia distribuendo i frammenti della corona come se stesse redistribuendo capitale simbolico. Il cinema ama la tiara soprattutto quando diventa segnale di identità fragile o performativa. Pensiamo a Vacanze romane, dove Audrey Hepburn interpreta una principessa che fugge dal protocollo e scopre quanto il peso invisibile della regalità sia più gravoso del gioiello che la rappresenta. Oppure alla teatralità decadente di The Crown, in cui Helena Bonham Carter nei panni della principessa Margaret indossa una tiara monumentale persino nella vasca da bagno, trasformando il lusso in gesto quasi surreale, domestico e tragicamente umano. E poi c’è la dimensione fantasy. Qui la tiara smette definitivamente di essere un oggetto passivo. In Sailor Moon è energia pura, luce che abbaglia e protegge, un po’ come per Wonder Woman dove quell’accessorio dorato è uno strumento di difesa e attacco. Il cinema e la cultura pop, insomma, non ci mostrano mai una tiara neutra. Ogni volta che appare, racconta tensione, desiderio, trasformazione, trauma o emancipazione. È il piccolo oggetto scenico che svela le crepe del sistema che lo ha prodotto.
Popstar, ereditiere e sacerdotesse del glitter
Quando la cultura pop si appropria definitivamente del linguaggio aristocratico, la tiara smette di essere un oggetto di trasmissione familiare e diventa un’estensione dell’identità pubblica. Paris Hilton ne fa un tratto distintivo permanente, un segnale luminoso di auto-mitologia glamour che trasforma la regalità in performance quotidiana. Non più simbolo di lignaggio, ma di visibilità. Allo stesso modo Lily Allen la porta come se fosse un accessorio casual, mescolandola a felpe, piumini, eyeliner sbavato e notti troppo lunghe. La tiara diventa qui parte della grammatica dell’indie pop contemporaneo, un oggetto che non chiede contesto formale per esistere. Lo stesso spirito attraversa la teatralità iper-femminile di Chappell Roan e l’estetica club-kitsch di Charli XCX, dove la regalità è deliberatamente esagerata, queer, performativa. Ma il dialogo tra moda e musica è ancora più profondo. La tiara barocca creata da Gianni Versace e indossata da Madonna negli anni ‘90 dimostra come il lusso opulento può fondersi con sensualità rock. E, così, la tiara smette definitivamente di appartenere alla nobiltà e diventa oggetto di culto pop.
Alta moda e caos contemporaneo: la tiara per capelli oggi
Nel presente, la moda ha definitivamente sancito che la tiara non appartiene più al regno dell’eccezionale. Non è un oggetto da cerimonia, ma un elemento di styling quotidiano, un cortocircuito visivo deliberato. Pensiamo alle passerelle di Saint Laurent con le modelle in versione principesse grunge, con abiti paillettes, pellicce, stivali di gomma e sottili archi di cristalli che sembrano sopravvissuti a una notte troppo lunga. Miu Miu ha spesso gioca invece con cerchietti irregolari, pietre colorate e silhouette volutamente dissonanti. Nel vocabolario estetico di Louis Vuitton la tiara è diventa struttura architettonica minimalista, mentre Chanel ha recuperato suggestioni classiche e quasi archeologiche, evocando antiche divinità e silhouette scultoree. Dolce & Gabbana ha preferito invece l’opulenza teatrale, con cerchietti dorati e pietre monumentali che sembrano reliquie barocche reinterpretate per la passerella. E poi c’è Prada, che negli anni ha alternato minimalismo intellettuale e bon ton rétro, e Simone Rocha, che con perle e cristalli ha costruito architetture romantiche quasi gotiche.
Il diritto di brillare senza giustificazione
Forse la vera rivoluzione della tiara come accessorio moda non è il suo ritorno, ma il fatto che non abbia più bisogno di una ragione. Non serve un matrimonio, un titolo, una genealogia, una cerimonia, una festa. Non serve nemmeno una spiegazione coerente. La tiara oggi è un gesto gratuito, e proprio per questo potentissimo. È un oggetto che un tempo certificava appartenenza e oggi celebra individualità. Un simbolo che prima indicava gerarchia e ora racconta scelta personale. La sua funzione non è più definire chi sei per nascita, ma chi decidi di essere per immaginazione. Indossarla significa abitare la propria immagine come se fosse una scena cinematografica, un palcoscenico mobile, un racconto in continua riscrittura. E forse è questo il senso più contemporaneo del brillare: non rappresentare un ruolo assegnato, ma inventarlo ogni giorno, con leggerezza, ironia e un pizzico di splendore deliberatamente eccessivo. Perché in fondo, nel nostro tempo, la vera regalità è la libertà di decorarsi senza chiedere il permesso.
















































































