
Rebecca Baglini: "Sanremo è un rito collettivo" Intervista alla creative director di Arisa, Malika Ayane e Dargen D'Amico

Il Festival di Sanremo è tante, tantissime cose. È musica, è immagine, è economia, è una fiera della musica che coinvolge un grande numero di addetto ai lavori, dagli uffici stampa ai truccatori, dai manager ai fiorai, passando per i direttori creativi. Rebecca Baglini è una di questi. Founder & Executive creative director di StyledByMe, Rebecca si occupa di styling e di molto altro. Lo abbiamo chiesto direttamente a lei, che ce lo ha raccontato.
Intervista a Rebecca Baglini, stylist e direttrice creativa di Sanremo 2026
Cosa significa per te tornare al Festival di Sanremo come creative director oltre che stylist?
Più che un ritorno, lo vivo come un’evoluzione naturale. Quello di creative director è sicuramente un ruolo che ho acquisito negli anni: oggi, ma direi da sempre, non si tratta solo di vestire un artista, ma di costruire un sistema di identità ed immagine creativa. Abbiamo creato un’azienda creativa da qualche anno, StyledByMe, fatta di persone, di responsabili di progetto, di collaboratori che sviluppano concept, dialogano con i brand, con gli uffici stampa, con tutte quelle figure spesso invisibili ma fondamentali dentro un progetto così grande. Tornare al Festival di Sanremo in questa veste significa lavorare sull’immaginario in modo più profondo e responsabile. Non costruisco solo un’immagine, ma un messaggio visivo inserito in un contesto. Musica e immagine sono due forze enormi: a volte un abito può far ricordare ancora di più una canzone. Non c’è gerarchia, devono vivere insieme, allo stesso livello. Il costume è cultura, la cultura passa attraverso le immagini e la memoria storica. Quando tutto torna, allora il lavoro è riuscito.
In cosa differisce questo progetto rispetto alle tue precedenti esperienze a Sanremo o con altri artisti?
Oggi il lavoro è molto più stratificato. Non ci fermiamo all’abito, ma costruiamo un racconto che include contenuti culturali, riferimenti artistici, simboli, narrazioni. Ogni progetto è pensato come un sistema coerente, non come una successione di look. C’è più ascolto, più tempo dedicato al senso delle cose. E una consapevolezza molto forte: quello che succede a Sanremo resta nella memoria collettiva.
Come descriveresti in poche parole la tua visione per Sanremo 2026?
La definirei umana, culturale e necessaria. Una visione che tiene insieme passato, presente e futuro. Sanremo è un rito collettivo che attraversa almeno tre generazioni: va rispettato, ma anche interpretato con lucidità contemporanea.
La direzione creativa che curi va oltre l’immagine. Come costruisci una narrazione estetica coerente per ogni artista?
Parto sempre dall’ascolto. Dalla persona, prima ancora che dall’artista. Dietro ogni artista c’è un essere umano, e non sempre le due dimensioni convivono facilmente. La narrazione nasce da quello che sento incontrando l’altro, dalla sua storia, dal momento che sta vivendo. Il messaggio non si impone, si costruisce insieme. L’immagine serve ad amplificare un contenuto, non a mascherarlo.
Quanto conta il legame tra moda, musica e cultura nel raccontare un artista sul palco dell’Ariston?
Conta tutto, ma non nel senso della moda come status symbol. La televisione ci ha insegnato la comunicazione, e le scelte stilistiche fatte dentro la TV hanno avuto, nel tempo, un impatto anche sociale. Hanno cambiato immaginari, mentalità, modi di vedere le persone. È questo che mi interessa: non parlare di moda in senso stretto, ma di storia del costume, di ciò che l’immagine rappresenta nella vita reale. La moda è comunicazione, e la comunicazione diventa cultura quando è fatta nel modo giusto. Non parlo di cose costose, ma di linguaggio.
Come bilanci l’identità personale dell’artista con le scelte stilistiche e simboliche?
Non esiste un look giusto in senso assoluto. Esistono il tempo in cui viviamo, la società, l’arte, la cultura, che cambiano continuamente. Un look è giusto solo quando lo vedi sul palco: con la musica, le luci, il movimento e il tessuto che reagisce. Quando tutto torna e ti emoziona - quando io, per prima, mi emoziono - allora il lavoro è riuscito. Sanremo amplifica tutto, anche le incoerenze. Per questo l’identità dell’artista viene sempre prima.
Come approcci il lavoro creativo con Dargen D’Amico, Malika Ayane e Arisa?
Ogni rapporto è diverso. Con Dargen D’Amico c’è uno scambio quotidiano, continuo, fatto di pensiero, ironia, visione. Con Malika Ayane il lavoro è più introspettivo, legato alla sensibilità, all’eleganza come forma di consapevolezza. Il progetto con Arisa, invece, ci ha travolto da subito positivamente, con un’attenzione totale ai dettagli. Arisa è una voce, è luce. E per me la cosa più importante di ogni artista è proprio questa: la luce. Tutto il resto viene dopo.
Il progetto prevede collaborazioni con maison importanti e look custom made. Come le scegli?
Le collaborazioni nascono sempre da un allineamento di valori, non solo estetico. Lavoro solo con brand che sanno essere umani, con cui esiste dialogo e rispetto. Non mi interessa il vecchio approccio di superiorità o di pretesa. Il custom made diventa fondamentale quando l’abito deve rispondere a un’idea precisa, a un simbolo, a un gesto. Tutto deve integrarsi nel racconto complessivo, senza forzature.
Lavorare con giovani talenti come Mattia Stanga richiede un approccio diverso?
Lavorare con giovani talenti come Mattia Stanga è molto stimolante. Mattia è un talento di una nuova generazione, parla attraverso canali e linguaggi che non appartengono alla mia generazione. Questo per me è un enorme arricchimento: mi permette di sperimentare, imparare, mettermi in discussione. Io però mi rapporto con tutti allo stesso modo: entro nel loro mondo, mi ci butto dentro, ma porto sempre con me i miei valori, le mie idee, il mio percorso.
Cosa c’è nel tuo futuro?
Nel futuro c’è la volontà di cambiare il sistema. Un sistema della moda che spesso resta chiuso, poco umano, con dinamiche ancora sbagliate. Io lavoro solo con persone e brand che sanno dialogare, che rispettano il lavoro, che hanno superato il modello anni ’80 della pretesa e della distanza. C’è il desiderio di cambiare l’approccio, di dare il giusto valore a un lavoro che spesso non viene compreso fino in fondo: quello dello stylist, del creative director, di chi sta dietro le quinte a triangolare idee, persone, emozioni. E poi c’è anche il lancio di StyledByMe, l’azienda di cui sono fondatrice e CEO. Un progetto a cui lavoro da tempo e che presto verrà presentato ufficialmente, pensato per strutturare e valorizzare il lavoro creativo tra styling, creative direction e relazione con i brand. Siamo solo all’inizio, ma ciò che sta arrivando è solo l’inizio di un percorso più ampio. Ecco, il futuro per me, è continuare a costruire progetti che abbiano senso, che parlino di cultura, di comunicazione, di umanità. Perché la comunicazione, quando è fatta bene, è cultura.























































